Come recentemente riconosciuto [in Inglese] dal The Washington Post, le Forze Speciali americane sono direttamente coinvolte nelle operazioni militari in Libia, “coordinando gli attacchi aerei americani e fornendo informazioni di intelligence” alle forze locali che combattono lo Stato Islamico (IS) a Sirte, 450 chilometri ad est di Tripoli.

Anche le forze speciali britanniche sono anche state attive in ​​Libia per diversi mesi, fornendo sostegno militare diretto alle brigate di Misurata (la terza città più grande della Libia, situata nel nord-ovest del paese), anch’esse all’attacco di Sirte. Paradossalmente, gli Inglesi e gli Americani stanno sostenendo nemici inconciliabili nel conflitto libico come se fossero alleati.

Anche la Francia è coinvolta nell’intervento in Libia. Il 26 luglio, in Libia, un elicottero con tre soldati francesi è stato abbattuto. Le forze speciali francesi stanno sostenendo le forze del Generale Khalifa Haftar, comandante delle forze armate del Parlamento libico (la Camera dei Rappresentanti), che si trova a Tobruch, nella parte occidentale del paese. I soldati francesi sono stati uccisi da militanti delle Brigate di Difesa di Bengasi – un gruppo armato formato da radicali di Misurata. Il gruppo è guidato da Ismail al-Sallabi, fratello del leader libico dei Fratelli Musulmani Ali al-Sallabi. Il suo scopo è quello di impedire che il Generale Khalifa Haftar ottenga il controllo di Bengasi, seconda città più grande della Libia, e dei giacimenti petroliferi in Cirenaica.

Va detto che la battaglia tra i militanti di Misurata e lo Stato Islamico è per natura condizionato. Lo Stato Islamico in Libia è un esperimento da parte delle agenzie di intelligence del Qatar, un esperimento senza successo. A differenza di Siria e Iraq, non ci sono i presupposti per l’espansione dello Stato Islamico in Libia. In Iraq, l’ascesa dell’IS era dovuta in gran parte al conflitto tra Sunniti e Sciiti, che non esiste in Libia. Inoltre, l’ideologia dello Stato Islamico comporta l’unificazione degli Islamici indipendentemente dall’affiliazione tribale. Questo è possibile in Siria e in Iraq, ma è fuori questione in Libia, dove il fattore tribale determina la struttura della società. Rendendosi conto che il suo esperimento era fallito, il Qatar ha iniziato il rafforzamento dei Fratelli Musulmani libici, assieme a quello della tribù di Misurata, e il combattimento a Sirte è un tentativo di utilizzare un gruppo di Islamici per rimuoverne un’altro.

Dopo aver appreso dell’elicottero francese abbattuto, Fayez al-Sarraj, il Primo Ministro del governo di unità nazionale, che ha ben poco potere reale, ha condannato le azioni di Parigi, definendole una ingerenza. È interessante, tuttavia, che il governo di al-Sarraj stia adottando una linea completamente diversa per quanto riguarda l’intervento degli Stati Uniti in Libia, che non consiste solo di operazioni delle forze speciali, ma anche del bombardamento delle posizioni dell’IS con jet da combattimento americani F-16. In un’intervista col quotidiano italiano Corriere della Sera il 9 agosto, il primo ministro libico ha detto che non ci sono truppe di terra statunitensi in Libia, solo la US Air Force, che esegue attacchi chirurgici su obiettivi dei terroristi. In tal modo, Fayez al-Sarraj ha deliberatamente fuorviato il pubblico proprio come Mustafa Abdel Gelil, presidente del Consiglio Nazionale di Transizione che ha rovesciato il governo di Gheddafi, ha fuorviato il pubblico nell’estate del 2011. Nessuno menziona Abdel Gelil oggi, è scomparso dagli schermi radar. La biografia politica di al-Sarraj, il cui governo è diventata una foglia di fico che copre l’intervento occidentale, si rivelerà altrettanto breve? Tanto più che il suo governo non è l’unico in Libia. Oltre al Governo di Unità Nazionale, vi è anche la precedentemente citata Camera dei Rappresentanti a Tobruch, che si basa su un Parlamento eletto, e un governo di Tripoli. Tuttavia, questi due governi insieme controllano solo una piccola parte del paese. Oltre a questi, ci sono centinaia di gruppi armati che, in senso stretto, sono i veri padroni della situazione.

Il Governo di unità nazionale (un nome che in realtà suona comico data la situazione attuale in Libia) è stato costituito sotto la mediazione delle Nazioni Unite e dell’Occidente, e da aprile a luglio di quest’anno ha avuto ancora troppa paura di apparire a Tripoli; il suo quartier generale è situato nella base navale di Bu Sitta, su un’isola non lontana dalla capitale libica (simile alla “Zona Verde” di Baghdad istituita dalle forze d’occupazione). Uno dei primi passi compiuti dal nuovo governo è stato quello di avviare colloqui sulla fusione di due compagnie petrolifere che operano in modo indipendente l’una dall’altra in Tripolitania e Cirenaica. Sentendo questo, le orecchie degli sponsor occidentali di al-Sarraj si sono drizzate, dal momento che il loro primo e principale interesse è il petrolio libico. Di conseguenza, la lotta per il controllo del territorio è in corso soprattutto a Sirte e ad Agedabia, dove si trovano i principali terminal petroliferi della Libia. Il secondo interesse di coloro che sono coinvolti nell’intervento in Libia della NATO è quello di salvaguardare il fianco sud dell’Europa dalle coste della Libia, che si estendono per 1800 chilometri.

La NATO ha giustificato il suo primo intervento in Libia nel 2011 con le preoccupazioni per l’instaurazione della democrazia nel paese dopo il rovesciamento del “regime tirannico” di Gheddafi. Questa volta, l’intervento è stato giustificato dalla necessità di combattere l’estremismo islamico. Però qualcosa è cambiato nei cinque anni tra il 2011 e il 2016: mentre nel 2011, a Bengasi, l’opposizione anti-Gheddafi tenne raduni dopo raduni per chiedere che le truppe NATO venissero dispiegate nel paese, ora, dopo che è stato abbattuto l’elicottero francese, in Libia vengono tenuti raduni contro l’intervento occidentale.

Negli ultimi cinque anni, i Libici hanno imparato molto dalla loro dura esperienza: hanno capito che l’“aiuto” dall’Occidente nella creazione della “democrazia” e nella “lotta contro l’estremismo” non porta altro che distruzione, morte e la riduzione a profughi di quelli che sono ancora vivi. Oggi, tre milioni di Libici, ovvero metà della popolazione del paese, sono costretti a vivere al di fuori della loro patria.

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Articolo di Alexander Kuznetsov pubblicato su Strategic Culture Foundation il 28 agosto 2016.

Traduzione in Italiano a cura di Raffaele Ucci per SakerItalia.it

[Le note in questo formato sono del traduttore]