Di recente molti dei commentatori più acuti hanno iniziato ad evidenziare il fatto che il piano per ”rendere nuovamente grande l’America” di Donald Trump potrebbe trovarsi di fronte ad un problema: la mancanza di fondi. Gli Stati Uniti sono in bancarotta, sprofondano sempre di più in un debito inestinguibile, incapaci di raggiungere un tasso di crescita economica che riesca almeno a contenere la crescita di questo debito. Sono nel bel mezzo di una gigantesca bolla finanziaria, gonfiata da tutta una serie di truffe e imbrogli, dai prestiti per le auto con una durata superiore alla vita stessa del veicolo, ai deficit dei fondi pensione dovuto ai tassi di interesse praticamente negativi, al debito scolastico, che condanna sempre più giovani ad una vita di servaggio a contratto, alla malasanità, che è arrivata ora a mangiarsi più del 20% del PIL , fornendo in cambio le peggiori prestazioni sanitarie di tutto il mondo civile… Il tentativo di sistemare uno qualsiasi di questi problemi porterebbe inevitabilmente a conflitti politici assai lunghi e di difficile soluzione, con contraddizioni che non risolverebbero nulla, ma che farebbero esplodere la bolla finanziaria e trasformerebbero lo scontro politico in un enorme e selvaggio scambio di palate di cacca. Meglio non pensarci neanche!

E così, il piano di Trump per “rendere nuovamente grande l’America” attraverso la spesa per il miglioramento delle infrastrutture, il rientro in patria delle attività manifatturiere, ed altri grandi progetti, dovrà aspettare, probabilmente per sempre. Per tutte queste cose occorrerebbe emettere nuovo debito, nel momento in cui, nel mondo intero, tutti cercano di disfarsi delle obbligazioni americane il più in fretta possibile, lasciando che sia la Federal Reserve l’acquirente di ultima istanza del debito. Questo avrebbe l’effetto di trasformare il debito sovrano statunitense in uno schema di Ponzi vero e proprio, e gli schemi di Ponzi non durano a lungo. Ma, se la richiesta di “rendere nuovamente grande l’America ” non è negoziabile, che alternative ci sono?

In circostanze del genere, la storia spesso è una buona maestra. Che cos’è che ha reso grande l’America prima d’ora? Alcuni potrebbero pensare che è stato il duro lavoro, il coraggio, il buonsenso, l’onestà negli affari e la capacità di rinnovamento, ma il pavoneggiarsi e l’autocompiacimento sono assolutamente indecorosi. No, quello che ha reso grande l’America prima d’ora è stato il fatto che gli Americani hanno raccolto i frutti degli altri. Guardiamo qualche esempio.

1. Tutto è iniziato quando gli stati Uniti hanno deciso di staccarsi dall’Impero Britannico. Questo evento è descritto spesso come una rivolta fiscale di ricchi proprietari terrieri, ma c’è un particolare da aggiungere: questo fatto aveva permesso alle ex colonie di razziare e saccheggiare i possedimenti inglesi, finanziando ed equipaggiando dei corsari, cioè dei pirati. E tutto questo è andato avanti abbastanza a lungo.

2. Un’altra grossa spinta era arrivata dalla Guerra Civile, che aveva distrutto l’economia agricola del sud, e fornito forza lavoro a basso prezzo e materie prime alle industrie del nord. Molta gente del sud deve ancora superare psicologicamente questo evento, a 150 anni di distanza. (L’idea che questa guerra avesse in qualche modo a che fare con i diritti umani è contraddetta dall’intero secolo seguente, caratterizzato sia da un razzismo palese e ufficiale che da un razzismo nascosto, mascherato come falsa “guerra alla droga”. Attualmente ci sono più schiavi neri che lavorano nelle prigioni americane di quanti ce ne fossero nel sud prima della guerra). E’ stata la prima guerra ad essere combattuta su scala industriale, e anche la prima ad essere fratricida. Chiaramente, gli Americani non disdegnano di farsi la guerra a vicenda, se c’è da guadagnarci qualcosa.

3. Agli inizi del 20° secolo, la Prima Guerra Mondiale aveva fornito agli Stati Uniti una ricca fonte di bottino sotto forma di riparazioni di guerra tedesche. Non solo questo aveva contribuito a scatenare i “ruggenti anni venti”, ma aveva anche spinto la Germania ad abbracciare il fascismo, con la prospettiva a lungo termine di diventare una marionetta da usarsi contro l’URSS.

4. Quando nel 1941 questo progetto aveva preso corpo, e Hitler aveva invaso l’Unione Sovietica, gli Stati Uniti avevano sperato in una rapida resa sovietica, gettandosi nella mischia solo quando era ormai evidente che i Tedeschi sarebbero stati sconfitti. Nel periodo successivo al conflitto ebbero un grosso guadagno inatteso, sotto forma di denaro e di oro degli Ebrei che veniva trasferito dall’Europa agli Stati Uniti. Furono anche in grado di riconvertire l’industria bellica alla produzione civile, con pochissima concorrenza, dal momento che molti complessi industriali al di fuori degli Stati Uniti erano stati distrutti durante la guerra.

5. Dopo il crollo dell’URSS, alla fine del 1991, gli Stati Uniti avevano inviato laggiù dei consulenti, che avevano organizzato una campagna di saccheggio totale, attraverso la quale una buona parte dei beni nazionali era stata espropriata e spedita oltremare. Questa è stata l’ultima volta che gli Americani erano riusciti a filarsela con un un fantastico bottino, fatto con i soldi degli altri, cosa che aveva dato agli Stati Uniti una nuova, temporanea, speranza di vita.

Dopodiché, i proventi hanno incominciato ad assottigliarsi. Tuttavia, gli Americani hanno continuato a riprovarci. Hanno distrutto l’Iraq, hanno ucciso Saddam Hussein e hanno trafugato un bel po’ dei tesori e dell’oro iracheno. Hanno distrutto la Libia, hanno ucciso Gheddafi e se la sono filata con l’oro libico. Dopo aver organizzato il golpe in Ucraina nel 2014, facendo sparare sulla folla da cecchini stranieri e costringendo all’esilio Viktor Yanukovich, col favore delle tenebre avevano caricato su un aereo l’oro ucraino, e avevano preso anche quello. Avevano sperato di fare la stessa cosa in Siria, addestrando ed equipaggiando una valorosa banda di terroristi, ma tutti sappiamo quanto male sia finita per loro. Ma questa è tutta roba piccola, e quello che ci si può ricavare è troppo striminzito per finanziare un rilancio, anche solo di facciata, della grandezza americana dei tempi che furono. Che cosa potrebbe fare allora una povera ex superpotenza fallita?

Quello di cui il Presidente-eletto Trump ha bisogno è un progetto pronto all’uso, con cui trasferire in patria un quantitativo significativo di bottino imperiale, abbastanza fronzoli e carabattole da mostrare alla gente come simboli di una ritrovata grandezza. Ma il problema è: che cosa c’è rimasto da saccheggiare? I rapporto globale debito/PIL è attorno al 300%, e una nazione fallita che derubi un’altra nazione fallita non ha molte speranze di fare bottino. Le nazioni non in bancarotta, che hanno un debito basso e forti riserve di valuta pregiata e di oro (Russia e Cina) non sono esattamente dei bersagli facili. Attacca la Russia e ti ritrovi a terra, senza neanche sapere che cosa è successo. Attacca la Cina e ti becchi dieci anni di agopuntura, molto cara ed estremamente dolorosa. L’Iran potrebbe sembrare un bersaglio più facile, e Trump ha lanciato qualche grido di guerra più o meno in quella direzione, ma anche i Persiani sono molto insidiosi, e sono ormai quasi 26 secoli che stanno perfezionando l’arte dell’insidia. In più, Cina, Russia ed Iran capiscono benissimo il gioco, e vanno tutti mano nella mano, sfidando gli Stati Uniti a fare qualcosa di nuovo. Contro di loro, gli uomini di Trump sarebbero come bambini sperduti nel bosco.

E così, tramite un processo di eliminazione, arriviamo all’unica, ovvia, possibilità: le monarchie del Golfo Persico, con l’Arabia Saudita che fa da primo premio. Naturalmente, l’Arabia Saudita è un protettorato americano e deve la sua esistenza ad un accordo siglato nel 1945 fra Re Abdulaziz ibn Saud e il Presidente Franklin D. Roosevelt. Ma questo non è certo un problema: il sud di prima della guerra era America in tutto e per tutto, ma questo non ha impedito al nord di attaccarlo. Tutto quello che ci vorrebbe è l’annuncio di un drammatico cambio di politica estera: “L’Arabia Saudita si sta comportando male. Il Presidente Trump è molto deluso”.

Perché un cambio di politica? Perché è indispensabile e il tempo stringe. L’Arabia Saudita ha ancora riserve finanziarie in abbondanza, ma si stanno assottigliando rapidamente, dal momento che la nazione dissipa tutti i suoi averi nel tentativo di mantenere in un relativo benessere la sua popolazione di mangiapane a tradimento. Ha riserve petrolifere in quantità (anche se gradualmente diminuisce la qualità e aumentano i costi di estrazione, a causa della mancanza d’acqua e di altri problemi), ma le sta dilapidando molto più in fretta del dovuto. Vedete, l’Arabia Saudita è (come se fosse) un pusher [spacciatore] di petrolio, ma è anche drogata di petrolio, e, gradualmente, ne sta consumando sempre di più. Questo fenomeno è conosciuto come Export Land Effect: le nazioni produttrici di petrolio tendono ad investire i ricavi petroliferi all’interno, creando una crescita economica che, a sua volta, fa aumentare i consumi energetici. Distruggere l’economia saudita, salvaguardando allo stesso tempo la sua industria petrolifera, renderebbe nuovamente disponibili per l’esportazione notevoli quantitativi di petrolio.

Ciò che rende questo progetto pronto all’uso è il fatto che l’Arabia Saudita è un bersaglio molto facile. Prima di tutto, è piena di imbecilli. Gente che per tutto il tempo non fa altro che sposarsi fra cugini, e dopo qualche generazione di simili incroci fra consanguinei il suo QI si può contare con le dita delle mani (pollici compresi, se è un numero veramente alto). Neanche il sistema educativo saudita è di molto aiuto: si basa sopratutto sulla ripetizione a memoria del Corano e dei testi ad esso correlati, e non tiene in nessuna considerazione il pensiero critico ed indipendente e quella forte voglia di rivolta che rendono le nazioni difficili da conquistare e da controllare. L’economia è dipende quasi completamente dai lavoratori stranieri, dal momento che gli stessi Sauditi non amano lavorare troppo, e questa comunità di lavoratori provenienti dall’estero può essere facilmente intimorita e costretta a fare le valige. Infine, i Sauditi sono estremamente inconsistenti dal punto vista militare, come si è visto nell’attuale assenza di progressi nello Yemen (crisi umanitaria a parte). Tutti i loro sistemi d’arma sono realizzati negli Stati Uniti, e possono essere disabilitati con breve preavviso bloccando l’invio di mercenari, istruttori e pezzi di ricambio. (A differenza del materiale di fabbricazione russa, che può funzionare in maniera autonoma per decenni e che normalmente si riesce a riparare con martello e cacciavite, gli armamenti americani tendono ad essere complessi e necessitano di manutenzione specialistica continua).

Ma quale potrebbe essere il fondamento logico di un cambiamento così drastico? Beh, è da un po’ di tempo che nell’agenda americana c’è questo progetto chiamato “guerra al terrore”. Lo aveva iniziato Bush W. e Obama, volente o nolente, lo ha continuato durante la sua ridicola e scialba presidenza. Trump potrebbe naturalmente dichiararlo “un disastro” e abbandonarlo, oppure potrebbe evidenziare qualcosa di molto semplice: l’origine vera del terrorismo mondiale non è in nessuna delle nazioni attaccate fino ad ora, ma si trova, infatti, in Arabia Saudita. Da qui, la sua ideologia wahabita, viziosa e totalitaria si diffonde in lungo e in largo, e ha sostenuto e continua a sostenere i terroristi in numerose località, fra i Ceceni in Russia e gli Uiguri in Cina, Al-Nusra in Siria, l’ISIS in Siria e in Iraq e in numerosi altri posti in tutto il mondo. Perciò dovrebbe essere facile coinvolgere anche Russi e Cinesi nel piano per neutralizzare i Sauditi; gli Iraniani poi, non solo sarebbero pienamente d’accordo nel parteciparvi, ma si metterebbero anche a ballare in mezzo alla strada.

Oltre a liberare il mondo dal terrorismo islamico, la neutralizzazione dell’Arabia Saudita avrebbe anche una funzione meno pratica, ma non per questo meno importante: riconvertire l’Islam da ideologia totalitaria di dominazione politico-sociale a pratica religiosa tradizionale. Certo, il Corano ha dei versetti molto bizzarri, come la Sura 4:89: “Chi rifiuta l’Islam deve essere ucciso”. Beh, anche il Vecchio Testamento e la Bibbia hanno dei passaggi molto stravaganti e potreste anche leggerli ad alta voce durante qualche lezione sullo studio della Bibbia, ma non sareste così stupidi (almeno lo spero) da andare per strada a predicare le virtù dello stupro, della circoncisione forzata e degli omicidi di massa, solo perché se ne parla da qualche parte nella Bibbia. Democrazia e pluralismo vogliono che la legge civile abbia la precedenza su quella religiosa (a cui si possono concedere poteri molto limitati) e che tutte le leggi si basino sulla ragione e non sulla fede (niente roghi di streghe o lapidazioni di adultere). L’Islam può essere reso sociale, e ci sono esempi di come ciò possa essere fatto, ma prima ci dev’essere il ripudio della sua ideologia totalitaria e del suo sistema di leggi. Un buon luogo di partenza è la patria della suddetta ideologia, l’Arabia Saudita, che finora ha goduto, molto ingiustamente, di una speciale esenzione dai normali standard delle usanze civili.

La prima bordata potrebbe essere una serie di poche, semplici richieste. L’Arabia Saudita dovrebbe unirsi alla comunità delle nazioni civili e garantire gli stessi diritti alle donne ed alle minoranze sessuali, la libertà di culto per i non-Mussulmani e gli atei, il diritto al matrimonio fra persone appartenenti a gruppi religiosi diversi, una tabella di marcia verso il raggiungimento di un ordine costituzionale, una democrazia rappresentativa e la rinuncia all’applicazione della dottrina religiosa alle questioni civili. Da qui la situazione potrebbe facilmente degenerare, una bomba qui, un po’ di disordini laggiù e, dopo un po’, tutti i lavoratori stranieri se ne tornano a casa, i consumi petroliferi interni crollano e l’industria petrolifera ritorna sotto il controllo straniero, la ricchezza viene espropriata e utilizzata per “rendere nuovamente grande l’America”. Quest’ultima parte potrebbe non andare a genio a tutti, ma il piano generale ha così tanti aspetti positivi che la maggioranza  lo accetterebbe comunque. Specialmente gli Europei, che si lamentano della marea di migranti islamici, molti dei quali radicalizzati dagli insegnamenti sauditi, accoglierebbero a braccia aperte un modo per rendere innocuo e socializzare l’Islam, trasformandolo così in un’altra religione, i cui praticanti evitino di usare la parola “infedele” come un pugno in faccia e non siano così stupidi da cercare di imporre gli atavici dettami della loro religione alla comunità, in gran parte secolare, che li circonda.

Se Trump non romperà quell’uovo di cioccolato che è l’Arabia Saudita e non scapperà con la sorpresa che contiene, allora lo farà qualcun’altro. I giorni dell’Arabia Saudita sono contati. Per adesso è ancora ricca di soldi, petrolio, sabbia ed imbecilli, ma sta consumando sempre più rapidamente i primi due. Aspettate solo una dozzina d’anni o giù di lì, e tutto quello che sarà rimasto saranno sabbia ed imbecilli. Ben prima di allora, qualcuno cercherà di arrivare fino a loro e di portar via quello che rimane del tesoretto. Potrebbero anche essere gli Americani: sono stati loro a dare il via a questo caotico regno nel deserto, potrebbero anche essere quelli che gli daranno il colpo di grazia.

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Articolo pubblicato su Club Orlov il 3 gennaio 2017

Tradotto in italiano da Mario per Sakeritalia.it