Larry Johnson – veterano della CIA e del Dipartimento di Stato – individua [in inglese] il “cuculo” che si annida alla base del “nido” del pensiero occidentale sull’Ucraina. L’uccello ha due parti strettamente correlate, di cui lo strato superiore è il quadro concettuale che prevede che gli Stati Uniti si trovino ad affrontare due distinte contese: in primo luogo Stati Uniti contro Russia e, in secondo luogo, Stati Uniti contro Cina.

Il quadro mentale essenziale che sta dietro a questo “cuculo” – tanto per essere chiari – è interamente incentrato sugli Stati Uniti: è la visione del mondo da parte di qualcuno che scruta da Washington, colorato da un pio desiderio.

È davvero un “cuculo” (cioè l’inserimento malizioso di un intruso tra i pulcini legittimi), perché questi paesaggi di battaglia non sono due, come si sostiene, ma uno. In che senso?

Questi due conflitti non sono distinti, ma interconnessi attraverso il rifiuto occidentale di riconoscere che sono le pretese culturali di superiorità dell’Occidente a costituire il punto cruciale del processo di ristrutturazione geopolitica odierno.

Lo scopo del cuculo è quello di cancellare questo aspetto centrale dall’inquadramento concettuale, per poi ridurre il tutto ad un’astratta politica di potenza in cui Russia e Cina possono essere messe l’una contro l’altra.

In parole povere, la biforcazione Stati Uniti-Cina, separata da Stati Uniti-Russia, serve principalmente a “mettere a nanna” la crescita del cuculo.

Il professor John Mearsheimer, sommo sacerdote della Realpolitik, articola [in inglese] la geopolitica odierna (con la fluidità di sempre) come una situazione di “Godzilla” egemoni che agiscono secondo la loro natura – lanciando liberamente il loro peso (agendo in modo imperiale), mentre gli altri, che non riescono ad allontanarsi da questi egemoni, finiscono come “vittime della strada”.

La visione della Realpolitik – pur essendo superficialmente convincente – è profondamente sbagliata, perché cancella la questione al centro della geopolitica odierna. Non si tratta assolutamente solo di tre “Godzilla” in fuga che si contendono lo spazio: fondamentale per la geopolitica odierna è che il Resto del Mondo rifiuta che gli Stati Uniti parlino per lui, definiscano le sue strutture politiche e finanziarie o accettino di imporre agli altri la curiosa “fissazione” dell’Occidente con la “cultura della cancellazione”.

Larry Johnson scrive: “I funzionari del Servizio estero degli Stati Uniti sono molto orgogliosi di credere di essere super intelligenti. Ho lavorato a fianco di alcune di queste persone per quattro anni, e posso testimoniare l’arroganza e l’aria di presunzione che pervade il tipico funzionario mentre sfila al Dipartimento di Stato”.

Ed ecco la chiave: il pensiero super intelligente che emerge dal Dipartimento di Stato è che l’intera strategia del Cremlino (secondo questa visione) dipende dal fatto che la Russia combatta gli Stati Uniti per procura (cioè in Ucraina) – e non in conflitto diretto con gli Stati Uniti e l’intera NATO, militarmente superiori.

Rah, Rah, Rah! “Gli Stati Uniti hanno l’esercito più potente che il mondo abbia mai conosciuto”. Niente di simile nella storia. Mentre la Russia e la Cina sono delle povere “start-up”.

Certo, questa è una linea propagandistica. Ma se si dice abbastanza spesso “abbiamo il più grande, il migliore, il più avanzato esercito della storia del mondo”, la maggioranza dell’élite può iniziare a crederci (anche se c’è un gruppo ai vertici che non ci crede [in inglese] ). E se, inoltre, ci si crede “super-intelligenti”, questo si insinua nel pensiero e lo modella.

Così l’ex funzionario del Dipartimento di Stato “molto intelligente”, Peter van Buren, opina [in inglese] su The American Conservative: [che fin dall’inizio dell’operazione in Ucraina], “C’erano solo due risultati possibili. L’Ucraina poteva raggiungere una soluzione diplomatica che ripristinasse il suo confine fisico orientale… e quindi ristabilisse saldamente il suo ruolo di Stato cuscinetto tra NATO e Russia. Oppure, dopo le perdite sul campo di battaglia e la diplomazia, la Russia poteva ritirarsi al punto di partenza originario di febbraio” – e l’Ucraina si sarebbe ricollocata tra la NATO e la Russia.

Tutto qui: solo due esiti ipotetici.

Visto attraverso le lenti rosa del “leviatano” militare globale degli Stati Uniti, l’argomento dei due risultati ha l’aspetto dell’inesorabilità, scrive van Buren: “La rampa d’uscita in Ucraina – un risultato diplomatico [in inglese] – è abbastanza chiara per Washington. L’amministrazione Biden sembra accontentarsi, vergognosamente… di dissanguare i russi come se si trattasse di nuovo dell’Afghanistan del 1980 – il tutto facendo la figura del duro e assorbendo qualsiasi sentimento elettorale bipartisan positivo dovuto al Presidente, pseudo ‘tempo di guerra”, Joe Biden”.

Van Buren, a suo merito, prende duramente di mira la posizione di Biden; tuttavia il suo pensiero (così come quello del team Biden) è ancora radicato nella falsa premessa che l’America sia un colosso militare e la Russia una potenza militare in difficoltà.

Il difetto è che, mentre gli Stati Uniti spendono militarmente come un colosso – dopo essere stati rastrellati dalla politica del maiale di Washington e dalle operazioni di “just in time”, incentrate sulla vendita di armi sfarzose al Medio Oriente – il risultato finale è estremamente costoso, ma anche inferiore. Quello della Russia non lo è.

Il significato di tutto ciò è importante: come osserva Larry Johnson, non ci sono solo due risultati potenziali, ma piuttosto un terzo mancante. È che la Russia, in ultima analisi, detterà i termini dell’esito dell’Ucraina [in inglese]. Questa terza alternativa mancante, paradossalmente, è anche la più probabile.

Certo, la narrazione degli Stati Uniti e dell’Unione Europea è che l’Ucraina stia vincendo ma, come nota [in inglese], il colonnello Douglas Macgregor, già candidato a consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti:

L’amministrazione Biden commette ripetutamente il peccato, imperdonabile in una società democratica, di rifiutarsi di dire la verità al popolo americano: contrariamente alla narrativa popolare dei media occidentali sulla “vittoria ucraina”, che blocca qualsiasi informazione che la contraddice, l’Ucraina non sta vincendo e non vincerà questa guerra… L’imminente fase offensiva del conflitto fornirà un assaggio della nuova forza russa che sta emergendo e delle sue capacità future… I numeri continuano a crescere, ma comprendono già 1.000 sistemi di artiglieria a razzo, migliaia di missili balistici tattici, missili da crociera e droni, oltre a 5.000 veicoli corazzati da combattimento, tra cui almeno 1.500 carri armati, centinaia di aerei d’attacco ad ala fissa con equipaggio, elicotteri e bombardieri. Questa nuova forza ha poco in comune con l’esercito russo che è intervenuto nove mesi fa, il 24 febbraio 2022..

Per l’Europa il fatto di aver accolto senza riflettere questo pensiero americano “cuculesco” nel proprio nido europeo è a dir poco catastrofico. Bruxelles – per estensione – ha assorbito la falsa convinzione che la Cina sia distinta dal progetto russo. Questo espediente mentale preclude intenzionalmente la necessaria comprensione del fatto che l’Europa deve affrontare una resistenza crescente da parte dell’asse Russia-Cina e di gran parte del mondo, che disprezza la sua pretesa di essere superiore a vari livelli.

In secondo luogo, l’adesione al quadro delle “due sole alternative” – “perché gli Stati Uniti sono un colosso militare e la Russia non oserebbe mai qualcosa di più di una guerra per procura” – mostra il grasso cuculo nel nido: l’escalation da parte della NATO è relativamente priva di rischi, abbiamo Putin bloccato in Ucraina, LUI non oserebbe scatenare una risposta completa della NATO.

La Russia, tuttavia, si sta preparando a lanciare un’offensiva che ne definirà l’esito. E l’Europa? Ci avete pensato bene? No, perché questa “alternativa” non compariva nemmeno “tra i parametri quadro”.

Come logica conseguenza, l’indeterminata e indefinita politica del “finché servirà” vincola semplicemente l’Unione Europea a “sanzioni russe per sempre” – portando l’Europa sempre più in crisi economica, senza alcun piano B. E nemmeno un accenno ad esso.

Eppure, ad un altro livello, quasi del tutto assente dall’analisi europea (a causa del suo abbraccio con l’analisi errata che vede la “Russia come una potenza militare friabile”) – si trova la realtà non affrontata: la contesa non è tra Kiev e Mosca – è sempre stata tra Stati Uniti e Russia.

L’Unione Europea sarà inevitabilmente un semplice spettatore di questa discussione. Non avrà un posto a tavola. Sempre che si arrivi a quel punto… prima che l’intensificazione reimposti i parametri.

In breve, più diagnosi sbagliate equivalgono ad una cura sbagliata.

Quando Larry Johnson descrive la sua esperienza dell’arroganza dell’élite e dell’aria di superiorità che pervade Washington, avrebbe potuto benissimo descrivere la classe politica europea che si aggira altezzosa nei corridoi di Bruxelles.

Le conseguenze di queste pretese non sono banali, ma di ordine strategico. La più immediata è che il fanatico sostegno dell’Unione Europea a Kiev e l’adulazione pubblica di alcuni dubbiosi “nazionalisti” hanno allontanato sempre di più l’Ucraina etnicamente “anti-russa” da qualsiasi possibilità di servire come stato neutrale o cuscinetto o di essere in futuro un trampolino di lancio per un compromesso. E allora?

Pensate alla situazione dal punto di vista russo: con il sentimento degli ucraini che sta diventando così tossico contro tutto ciò che è russo, si impone inevitabilmente un diverso calcolo a Mosca.

L’aver fomentato da parte degli attivisti ucraini, all’interno della classe dirigente dell’Unione Europea, tali sentimenti tossici anti-russi tra gli ucraini nazionalisti, ha inevitabilmente aperto un’aspra linea di faglia in Ucraina – e non solo in Ucraina; sta fratturando l’Europa e creando una linea di faglia strategica tra l’Unione Europea e il Resto del Mondo.

Il Presidente Macron ha dichiarato [in inglese] questa settimana di scorgere il “risentimento” negli occhi del Presidente russo Putin – “una sorta di risentimento” diretto al mondo occidentale, compresi l’Unione Europea e gli Stati Uniti, alimentato dalla “sensazione che la nostra prospettiva fosse quella di distruggere la Russia”.

Ha ragione. Il risentimento, tuttavia, non è limitato ai russi, che sono arrivati ad odiare l’Europa, ma in tutto il mondo ribolle il risentimento per tutte le vite distrutte sulla scia del progetto egemonico occidentale. Persino un ex ambasciatore francese di alto livello ora descrive [in inglese] l’ordine basato sulle regole come un “ordine occidentale” ingiusto e basato sulla “egemonia”.

L’intervista di Angela Merkel allo Zeit Magazine [in tedesco] conferma al resto del mondo che l’autonomia strategica dell’Unione Europea è sempre stata una menzogna. Nell’intervista ammette che il suo sostegno al cessate il fuoco di Minsk del 2014 era un inganno. Si trattava di un tentativo di dare a Kiev il tempo di rafforzare le proprie forze armate e, in questo senso, ha avuto successo, ha detto. “[L’Ucraina] ha usato questo tempo per rafforzarsi [militarmente], come potete vedere oggi. L’Ucraina del 2014/15 non è l’Ucraina di oggi”.

La Merkel emerge come una collaboratrice dichiarata del “pensiero intelligente” di usare l’Ucraina per dissanguare la Russia: “La guerra fredda non è mai finita perché la Russia non era in pace”, dice la Merkel (è chiaro che si è bevuta la pretesa di “NATO potente – Russia nana”, spacciata da Washington).

Così, mentre la linea di faglia tettonica globale precipita più in profondità, il Resto del Mondo vede riconfermato che l’Unione Europea ha collaborato pienamente con il progetto statunitense, non solo per paralizzare la Russia finanziariamente, ma anche per farla sanguinare sul campo di battaglia (alla faccia della narrazione dell’Unione Europea sulla “invasione russa non provocata”).

Si tratta di un “libro di giochi” familiare, che si è svolto in mezzo a enormi sofferenze in tutto il mondo. Man mano che l’Eurasia si separa dalla sfera occidentale, sarebbe una sorpresa se quest’ultima pensasse di “murare” tale tossicità europea, insieme al suo patrono egemonico?

La Merkel è stata anche franca in modo rinfrescante per quanto riguarda la qualità dell’amicizia tedesca: il progetto Nord Stream è stato un contentino a Mosca in un momento difficile in Ucraina, ha detto, aggiungendo “È successo che la Germania non poteva ottenere il gas altrove” (niente “amicizia strategica”, quindi).

Naturalmente la Merkel stava parlando per i posteri… ma le parole di verità spesso sfuggono, in questi “momenti” in lascito.

L’Unione Europea si propone come un attore strategico, una potenza politica a sé stante, un colosso del mercato, un monopsonio con il potere di imporre la propria volontà a chiunque commerci con essa. In sostanza, l’Unione Europea insiste sul fatto di possedere un’agenda politica significativa.

Ma Washington ha appena calpestato questa narrazione. Il suo “amico”, l’amministrazione Biden, sta lasciando l’Europa a dondolare nel vento della deindustrializzazione, sovvenzionata dall’Inflation Reduction Act di Biden, mentre il disprezzo per la cultura “anti-cultura” dell’Unione Europea si accumula in tutto il mondo (vedi le buffonate europee ai Mondiali di calcio in Qatar).

Che ne sarà allora dell’Europa (con il potere economico intaccato e il potere morbido disdegnato)?

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Articolo di Alastair Crooke pubblicato su Strategic Culture Foundation  il 12 dicembre 2022
Traduzione in italiano di Pappagone per SakerItalia

[le note in questo formato sono del traduttore] 

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