Siamo arrivati al momento cruciale, in cui la superpotenza in declino comincia a dubitare di se stessa? La stampa americana ha appena raccontato quello che l’ex presidente Jimmy Carter ha detto a Donald Trump durante il loro recente incontro. L’inquilino della Casa Bianca ha invitato il suo predecessore per parlare con lui della Cina, e Jimmy Carter ha pubblicamente riferito il contenuto di questo incontro durante un’assemblea battista in Georgia. E’ un vero gioiello.

“Tu hai paura che la Cina vada avanti, e io sono d’accordo con te. Ma sai perché la Cina ci sorpasserà? Ho normalizzato le relazioni diplomatiche con la Cina nel 1979. Dal 1979, sai quante volte la Cina è stata in guerra con qualcuno? Nessuna. E noi siamo stati sempre. Gli Stati Uniti sono la nazione più bellicosa della storia del mondo” a causa del desiderio di imporre valori americani ad altri paesi, e ha suggerito che la Cina sta investendo le sue risorse in progetti come ferrovie ad alta velocità invece di spendere per la Difesa.

“Quante miglia di ferrovia ad alta velocità abbiamo in questo nostro paese? Abbiamo sprecato 3 trilioni di dollari in spese militari. La Cina non ha sprecato neanche un centesimo in guerra, ed è per questo che loro sono passati avanti a noi. In quasi tutti i sensi. E credo che la differenza sia che se prendessi 3 trilioni di dollari e li mettessi nelle infrastrutture americane, probabilmente ti rimarrebbero 2 trilioni di dollari. Avremmo ferrovie ad alta velocità. Avremmo ponti che non stanno crollando. Avremmo delle strade manutenute correttamente. Il nostro sistema educativo sarebbe buono come quello della Corea del Sud o di Hong Kong”.

Questo buon senso non ha mai sfiorato la mente di un leader americano che, a parole, parla della natura del potere in questo paese. Senza dubbio è difficile che uno Stato metta finalmente in discussione il suo rapporto patologico con la violenza armata, quando tale stato rappresenta il 45 per cento della spesa militare globale mondiale e dispone di 725 basi militari all’estero, uno stato in cui i produttori di armi controllano lo “Stato Profondo” e determinano una politica estera responsabile di 20 milioni di morti dal 1945. Martin Luther King disse una volta:

La guerra in Vietnam è un sintomo della malattia dello spirito americano, i cui pilastri sono il razzismo, il materialismo e il militarismo.

Ma questa domanda riguarda soprattutto il futuro. Per colpa dei loro leader, gli Stati Uniti sono condannati a seguire il destino di quegli imperi che sono affondati a causa delle loro ambizioni eccessive, letteralmente asfissiati dal peso esorbitante delle spese militari? Alla fine del suo mandato nel 1961, il presidente Eisenhower denunciò con accenti profetici che il complesso militare-industriale imponeva un peso crescente sulla società americana. Ad Eisenhower non importava del destino delle persone affamate, invase o bombardate dallo Zio Sam in nome della democrazia e dei diritti umani, non più di Donald Trump o Barack Obama. Ma come Jimmy Carter oggi, probabilmente aveva percepito che la corsa agli armamenti sarebbe stata senza dubbio la causa principale del declino dell’Impero.

Perché i neoconservatori ed altri “Dottor Stranamore” del Pentagono, per diversi decenni, hanno solo fatto la spola, tra la democrazia liberale ed i massacri di massa di Vietnam, Laos, Cambogia, Afghanistan, Iraq, Libia e Siria, per non parlare delle uccisioni orchestrate nell’ombra dalla CIA o dalle sue succursali– dallo sterminio della sinistra indonesiana (500.000 morti), alle imprese degli squadroni della morte guatemaltechi (200.000 morti), fino ai bagni di sangue eseguiti per conto dell’impero da una Jihad planetaria lobotomizzata. Gli strateghi del contenimento del comunismo a colpi di napalm, e a seguire poi i maghi-apprendisti del Caos costruttivo, importando il terrore, infatti, hanno solo incendiato e ricoperto di sangue il pianeta.

I burattini dello Stato Profondo americano, quei guerrafondai che si sono affermati e stabiliti al Congresso, alla Casa Bianca, e popolano i gruppi di esperti neoconservatori, hanno immerso la società americana in una stagnazione interiore che nasconde a malapena l’uso frenetico delle banconote. Perché se la deriva guerrafondaia degli Stati Uniti è l’espressione del loro declino, allora ne è anche la causa. Abbiamo un’espressione di questo quando, per fermare questo declino, la brutalità dell’intervento militare, del sabotaggio economico e delle operazioni sotto falsa bandiera sono il segno distintivo della politica estera americana. Ne vediamo la causa quando l’aumento oltraggioso della spesa militare sacrifica lo sviluppo di un paese in cui i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri diventano sempre più numerosi.

Mentre la Cina investe in infrastrutture civili, gli Stati Uniti stanno abbandonando le proprie per darne beneficio alle industrie degli armamenti. Washington fa gonfiare i muscoli fuori, ma lascia che il paese si disintegri dentro. Il PIL pro capite è enorme, ma il 20 per cento della popolazione vive in povertà. Le prigioni sono piene: i prigionieri americani rappresentano il 25% dei prigionieri del pianeta. Il 40% della popolazione è colpita dall’obesità. L’aspettativa di vita degli americani (79,6 anni) è passata dietro quella dei cubani (80 anni). Come può un piccolo paese socialista, soggetto ad un embargo, fare meglio di una gigantesca potenza capitalistica coronata dalla sua egemonia planetaria? Dobbiamo affermare che negli Stati Uniti la salute della popolazione non è la principale preoccupazione delle élite.

Abile concorrente, Donald Trump ha vinto le elezioni del 2016 promettendo di ripristinare la grandezza degli Stati Uniti e impegnandosi a ripristinare i posti di lavoro persi a causa di una globalizzazione sfrenata. Ma i risultati ottenuti, in assenza di riforme strutturali, infliggono una doccia fredda al suo ardore incantatore. Il deficit commerciale con il resto del mondo è esploso nel 2018, battendo un record storico (891 miliardi di dollari) che polverizza quello del 2017 (795 miliardi di dollari). Donald Trump non è riuscito a cambiare le cose, e i primi due anni della sua amministrazione sono i peggiori nella storia degli Stati Uniti, in termini economici.

In questo deficit globale, lo squilibrio degli scambi con la Cina incide pesantemente. Ha raggiunto nel 2018 un record storico (419 miliardi di dollari) che supera il disastroso risultato dell’anno 2017 (375 miliardi di dollari). La guerra commerciale iniziata da Donald Trump ha aggravato in modo pesantemente il deficit commerciale degli Stati Uniti. Le importazioni di merci cinesi negli  Stati Uniti hanno continuato a crescere (+7%), mentre la Cina ha ridotto le sue importazioni dagli Stati Uniti. Donald Trump voleva usare l’arma tariffaria per riequilibrare il bilancio degli Stati Uniti. Non era illegittimo, ma irrealistico per un paese che lega il suo destino a quello della globalizzazione imposta dalle multinazionali americane.

Se aggiungiamo che anche il deficit commerciale con l’Europa, il Messico, il Canada e la Russia è peggiorato, stiamo misurando le difficoltà che affliggono la superpotenza in declino. Ma non è tutto. Oltre al deficit commerciale, il disavanzo fiscale federale è aumentato (779 miliardi di dollari, contro 666 miliardi di dollari nel 2017). E’ vero che l’aumento delle spese militari è notevole. Il budget del Pentagono per il 2019 è il più alto nella storia degli Stati Uniti: 686 miliardi di dollari. Nello stesso anno, la Cina ha speso 175 miliardi, con una popolazione quattro volte superiore. Non sorprende che il debito federale abbia battuto un nuovo record di 22.175 trilioni di dollari. Per quanto riguarda il debito privato – quello delle aziende e degli individui, è da vertigini (73.000 miliardi di dollari, cioè 73 trilioni).

Certo, gli Stati Uniti traggono profitto da una situazione eccezionale. Il dollaro è ancora la moneta di riferimento per il commercio internazionale e le riserve delle banche centrali. Ma questo privilegio non sarà eterno. La Cina e la Russia stanno sostituendo le loro riserve di dollari con lingotti d’oro, e una quota crescente del commercio è ora denominata in yuan. Gli Stati Uniti vivono di credito a spese del resto del mondo, ma per quanto tempo potrà durare? Secondo l’ultimo studio della società di revisione PwC (“Il mondo nel 2050: come l’economia globale cambierà nei prossimi 30 anni”), i “paesi emergenti” (Cina, India, Brasile, Indonesia, Messico, Russia, Turchia) rappresenteranno il 50% del PIL mondiale entro il 2050, mentre la quota dei paesi del G7 (Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Giappone) scenderanno al 20%.

La caduta dell’Aquila si avvicina.

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Articolo di Bruno Guigue pubblicato su Stalker Zone  il 22 maggio 2019
Traduzione in italiano di Pappagone per 
SakerItalia

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