L’America, che per il profitto immediato ha delocalizzato gran parte della propria capacità manifatturiera in Cina, potrà permettersi la separazione?

A Washington non sanno che fare dopo la fine caotica della guerra “eterna” dell’America. C’è chi si pente amaramente del ritiro dall’Afghanistan e spinge per l’immediato ritorno, altri invece guardano avanti, cioè alla “guerra fredda” con la Cina. Tuttavia, le iniziali grida di disfatta della classe dirigente e l’articolazione del lutto per la débâcle di Kabul indicano che nonostante l’ossessione di “azzoppare la Cina”, per i falchi statunitensi abituati all’interventismo senza limiti, è un’umiliante ritirata.

E di ritirata si tratta. “Roma” abbandona le proprie “province remote” al loro destino, e persino le più leali e contigue cerchie sono abbandonate a un’indifferenza “bonaria”. È un ritirarsi verso il “centro”, un “mettere in cerchio i carri”, la migliore soluzione per raccogliere le energie in vista dell’affondo contro la Cina.

Ci sono le regioni acquiescenti occupate dagli Stati Uniti dopo la Seconda Guerra Mondiale (il Giappone e la Germania, psicologicamente succubi), e c’è l’impero mondiale americano, che esiste ovunque giunga il suo potere commerciale e culturale e, più in concreto, nell’insieme variegato degli stati clienti e delle installazioni militari. Molti americani vedono questo terzo impero come il loro più importante risultato: il trionfo della “Città della Luce”.

Il finale da “Prendiamo un tè dal Cappellaio Matto” dell’era post 11 Settembre, rappresentato dall’epilogo dell’aeroporto di Kabul, rimanda chiaramente una sensazione da fine dell’Impero Romano. Anche se il fallimento afghano è avvenuto lontano da “Roma”, c’è qualcosa di più profondo che aleggia: il Cambiamento di un’Era.

E le sconfitte subite presso la frontiera lontana possono avere profonde conseguenze, più vicine al cuore dell’impero, quando la sensazione di un’accelerazione del declino imperiale si travasa in questioni interne allargando ulteriormente le già ampie faglie ideologiche presenti.

Un consenso nazionale interno, stabile e integrato può cambiare molto lentamente ma, sotto la giusta pressione, può manifestarsi di colpo. E l’innesco per il cambiamento è avvenuto con Trump in modi molto sottili, e talvolta caotici. Non essendo né una colomba e neanche un organizzatore sistematico, egli ha tuttavia conferito nuova quasi-rispettabilità al realismo politico e all’anti-interventismo.

Elbridge Colby, già consigliere di Trump al Pentagono, aiutandolo a concepire la sua strategia nazionale di difesa, nel suo nuovo libro “La strategia del Diniego: la difesa americana in un’era di conflitti tra grandi potenzeavanza l’idea [in inglese] di una politica estera che si lasci alle spalle definitivamente l’era post 11 Settembre. Il circolo esterno della “periferia” si riduce ad una tecno-funerea gestione oltre “l’orizzonte lontano”, e le “province vicine dell’impero”, come l’Europa, perdono importanza rispetto al confronto con la Cina. Concentrarsi sull’Iran e la Corea del Nord, afferma Colby, è semplicemente fuorviante.

Quello di Colby è un “libro realista, incentrato sulle intenzioni di dominio cinese in Asia, descrivendole come la minaccia più grave nel XXI secolo”, scrive [in inglese] Ross Douthat nel New York Times:

Tutte le altre sfide diventano secondarie. Solo la Cina minaccia gli interessi americani in maniera così profonda, e mediante il consolidamento del suo potere economico in Asia mette in pericolo la nostra prosperità, e mediante una possibile sconfitta militare che potrebbe sconquassare il nostro sistema di alleanze. Perciò la politica americana dovrebbe prefiggersi il blocco dell’egemonia regionale di Pechino e dissuadere i suoi possibili avventurismi militari in primo luogo con un impegno più forte in difesa di Taiwan.

La Strategia del Diniego è la versione senza orpelli sentimentalistici di un consenso che si sta rapidamente consolidando a Washington. Il discorso di Biden, che giustifica il ritiro dall’Afghanistan come fine di una politica di costruzione delle nazioni e di un maggiore impegno sul fronte dell’anti-terrorismo, dice in modo forse meno diretto le stesse cose di Colby.

Nel ventesimo anniversario dell’11 Settembre e con il senno di poi, la Guerra al Terrore e le occidentalizzazioni forzate appaiono oggi come delle contraddizioni del tutto ovvie, ma ce ne sono altre che possono essere fatali per la strategia di rallentamento della Cina, così come lo erano le supposizioni errate dell’era culturale post 11 Settembre.

La contraddizione più fondamentale è che la strategia di focalizzazione sulla Cina, non solo non fornisce il balsamo agli americani per radunarsi e unirsi, ma anzi ha il potenziale di sgretolare il cemento che tiene insieme una “nazione” eterogenea sempre più in rivolta contro se stessa.

In primo luogo, il “nuovo consenso” si affida all’idea che il miglior modo per indebolire la Cina è di “rivoltarle contro il mondo intero”, affrontandola con un’ampia coalizione transnazionale basata sullo scontro di valori tra democrazia ed autoritarismo. Bene, ma in questo modo si replica l’errore sottostante alle politiche post 11 Settembre, cioè di essere convinti che il resto del mondo ammira la democrazia liberale americana e che non vuole altro che emularla. Basta guardare a cosa è successo in Afghanistan. Il mondo è cambiato e la deferenza verso i valori occidentali in quanto tali è svanita.

C’è stato un tempo in cui anche i “pro-Europei” confidavano nell’inevitabilità di un mondo plasmato sull’immagine dell’Occidente, giacché ne stavano espandendo senza fine le regole ed esportando il suo modello. Da allora persino gli europei hanno perso fiducia in quella visione del mondo, adottando posture sempre più ossessivamente difensive, e immaginando “minacce” incombenti in ogni dove e in ogni cosa. Con lo svuotamento e la perdita di credibilità del modello europeo anche l’Europa ha ceduto al crudo mercantilismo. La situazione europea è chiara: ha bisogno della Cina più di quanto la Cina abbia bisogno dell’Europa.

Perciò sarebbe una forzatura per Washington immaginare che “il mondo” sia dalla parte dei suoi valori democratici e contro l’“autoritarismo” della Cina. Vale la pena ricordare quanto la democrazia statunitense si sia screditata di fronte al mondo nelle elezioni del 2020. E così la vedono anche settanta o ottanta milioni di americani. La notte, lo vediamo sui nostri schermi.

In secondo luogo, il “nuovo consenso” è fondato sulla supposizione che il sistema capitalistico americano sia  la risorsa fondamentale nella Guerra Fredda contro la Cina. Beh, non lo è. La Cina ha, certamente, i suoi problemi economici, ma diversamente dalla maggioranza dei paesi occidentali cerca di allontanarsi dal crudo neo-liberalismo e liquidità illimitata come un martello che possa battere ogni “chiodo”. La Cina sta deliberatamente contrastando le distorsioni di quel modello, i suoi costi stellari per vivere e abitare, le sue enormi diseguaglianze e i conseguenti danni sociali. Sarebbe un errore sottovalutare il potenziale attrattivo di questa visione alternativa (anche per gli europei [in inglese]). La Cina stessa costituisce un polo di civilizzazione.

In terzo luogo, c’è una contraddizione basilare in una politica esclusivamente incentrata su “azzoppiamo la Cina”, ed è quella di poter essere avanzata solo a prezzo di alimentare il senso di declino imperiale negli americani, con ricadute sulle tensioni interne.

Il punto di cui sopra è l’argomento che Pat Buchanan ha esposto in un articolo intitolato “Chi e cosa stanno smembrando l’America?”, domanda alla quale così risponde [in inglese]:

Dopo l’11 settembre, Bush ha invaso l’Afghanistan e l’Iraq. Il Presidente Obama ha attaccato la Libia ed è intervenuto nelle guerre civili in Siria e in Yemen. In questo modo, in vent’anni siamo stati responsabili della morte di centinaia di migliaia di persone e di altrettanti rifugiati e profughi che hanno dovuto abbandonare le loro case e i loro paesi. Gli americani non se ne rendono proprio conto? … Molte di queste persone ci vogliono fuori dai loro paesi per gli stessi motivi per i quali nel XVIII e nel XIX secolo noi volevamo cacciare i francesi, i britannici e gli spagnoli dal nostro paese e dal nostro emisfero.

A differenza del passato, nel XXI secolo le fratture interne sono molto più marcate, non solo dal punto di vista economico e politico, ma anche da quello sociale, morale, culturale e razziale. Ci dividono l’aborto, i matrimoni omosessuali e i diritti transgender. Ci dividono il socialismo e il capitalismo. Ci dividono l’affermazione positiva di diritti, il Black Lives Matter, la criminalità urbana, la violenza armata e la “critical race theory”. A dividerci sono i supposti privilegio e supremazia dei bianchi, e la pretesa che la pari opportunità significhi uguale ricompensa. Nell’era della pandemia del COVID-19, l’indossare mascherine e gli obblighi vaccinali ci dividono.

Il dibattito sull’identità nazionale americana è maledetto sette volte” come scrive [in inglese] Darel Paul, professore di Scienza Politica al Williams College:

È possibile definire gli Stati Uniti, una “nazione”? Non nel senso di una discendenza comune (la radice di “nazione” è il latino “nasci”, nascere). Il timore diffuso di dare connotati etnici all’identità americana crea ostilità all’idea stessa di nazionalismo. La maggioranza dell’élite americana preferisce termini come “patriottismo”. Il problema però, è che il concetto di patriottismo è debole come collante. La storia recente degli Stati Uniti è lì a dimostrarlo. Più che elementi di convergenza, le nozioni di libertà, uguaglianza, diritti individuali e autogoverno sono (oggi) fonte di discordia.

E qui si arriva al vero collante dell’America: sin da quando sono stati temprati nel fuoco della guerra, gli Stati Uniti sono sempre stati un impero repubblicano espansionista che ha continuamente incorporato nuove terre, nuovi popoli, nuovi beni e risorse, nuove idee. Questo “impero della libertà”, come Thomas Jefferson lo chiamava, non ha mai conosciuto limiti … La continua espansione militare, commerciale e culturale a partire da Jamestown e Plymouth sono stati terreno fertile per l’irrequietezza, il vigore, l’ottimismo, la fiducia in sé stessi e l’amore per la gloria che da sempre sono caratteri riconosciuti agli americani. Il cemento dell’America, perciò, è sempre stato quello che Nicolò Machiavelli chiamava virtù al servizio di “una comunità per l’espansione”. Una tale repubblica è in continuo tumulto, ma è un tumulto che se ben gestito e ordinato, trova la gloria …

Il moto in avanti, perciò, diventa la linfa vitale di questa entità politica. Senza, lo scopo del legame civico di unità è inevitabilmente messo in discussione. Un’America che non è un glorioso impero repubblicano in movimento non è l’America. Punto. È questa la parte del mito americano che Lincoln evitò di dire a Gettysburg.

Fin dagli anni ’60, la gloria dell’impero americano della libertà ha iniziato a sgretolarsi. Dalla metà degli anni 2010 ha subito continui attacchi interni. I fallimenti in Vietnam, in Iraq e in Afghanistan sono amplificati da quelli della globalizzazione che non ha generato ricchezza comune per il bene comune. Se gli americani non si uniscono sotto la grandezza espansionista della repubblica, allora cos’è che tiene insieme razze, credi e culture così inclini alla divisione? Se l’idea che l’autogoverno possa sparire senza l’unità dell’America poteva essere plausibile nel 1863 o nel 1941, è difficile che nel 2021 una simile idea possa attecchire.

Ha senso questo confronto con la Cina? Con il sistema economico e finanziario in così precarie condizioni, l’America è in grado di forzare la Cina dentro simili difficoltà economiche? Inoltre, poiché per profitto immediato ha delocalizzato gran parte della propria manifattura proprio in Cina, l’America può permettersi di separarsene? Sarà vero che i padroni del capitalismo americano siano dell’avviso che l’(inevitabile) consolidamento del potere economico della Cina in Asia minacci la prosperità americana e che possa danneggiare gravemente il loro ordine imperiale fondato sul dollaro? È possibile. Loro lo temono.

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 Articolo di  Alastair Crooke pubblicato su Strategic Culture il 27 settembre 2021
Traduzione in italiano di DS per SakerItalia

[le note in questo formato sono del traduttore]

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