Politici e media statunitensi sono usciti a tal punto di testa a causa della teoria della cospirazione russa, che forse il meritato scherno è la cura migliore per loro.

Il ministro degli esteri russo Sergey Lavrov si trovava a Washington questa settimana per discutere importanti tematiche globali con la sua controparte americana Rex Tillerson. Invece fare alla coppia domande sul conflitto siriano, o sul pericolo che scoppiasse una guerra nucleare nella Penisola Coreana, tutti i media statunitensi convenuti chiedevano a gran voce di conoscere il parere dei diplomatici su James Comey, il capo dell’FBI licenziato. Lavorv non ha potuto trattenere lo sdegno per una simile maleducazione. Ha scrollato le spalle e finto sorpresa esclamando : “Mi sta pendendo in giro! Mi sta prendendo in giro!”

Nel frattempo il Presidente Russo Vladimir Putin è stata trattenuto mentre si apprestava a partecipare ad una  partita di hockey  a Sochi da una giornalista americana che a sua volta sollecitava un commento a proposito del licenziamento di Comey. Putin ha risposto: “la sua domanda è divertente” ed ha continuato dicendo che la questione non ha nulla a che fare con la Russia, trattandosi di una questione politica interna fra il Presidente Trump e la sua agenzia di sicurezza.

Se la dirigenza russa può essere accusata di qualcosa, questo qualcosa è che sono fin troppo gentili di fronte a simili sciocchezze. Se qualcuno insiste nel farti una domanda stupida, presentata con pregiudizio e paranoia, è meglio ignorarla che ammantare di dignità quella idiozia con una risposta ponderata.  Per più di sei mesi ad oggi, da quando Donald Trump è stato eletto presidente USA l’8 novembre, i media USA, assieme alla maggior parte di quelli occidentali, sono stati irretiti dalla pretesa che la Russia avesse “hackerato la democrazia americana” per portare Trump alla Casa Bianca. Non uno straccio di prova è stato presentato per sostenere queste luride supposizioni, che poi si sono trasformate in accuse di interferenza della Russia nelle elezioni francesi e nelle altre elezioni europee. Tutto basato su supposizioni, di solito espresse da politici, think tank, e giornalisti senza scrupoli legati ad agenzie di sicurezza senza alcuna legittimità democratica.

Si tratta di una ricaduta di russofobia stile guerra fredda, di una varietà ormai del tutto avulsa dalla realtà. Almeno al tempo della vecchia guerra fredda, i paesi occidentali potevano creare l’impressione della presenza di un nemico sovietico. Anche allora si trattava di smaccata propaganda, ma c’era la sembianza di un confronto ideologico fra occidente ed oriente.  Oggi è oggettivamente difficile raffigurare in maniera plausibile la Russia come uno stato nemico con bieche mire di conquista sull’occidente. Questa incoerenza, comunque, non ha impedito al mainstram occidentale di sfornare articoli propagandistici che gridavano all’imminente invasione russa dell’Europa o alla sovversione della democrazia occidentale. Il problema è che questi sospetti sono completamente destituiti di credibilità, visto che sono fondati sul nulla, a parte la russofobia ed il desiderio di potenti gruppi di pressione occidentali di promuovere il conflitto globale ed enormi spese militari. In sintesi: militarismo dello stato profondo che puntella il capitalismo occidentale in bancarotta.

Poi c’è un problema profondo nelle società occidentali che consiste nel fatto che le politiche tradizionali sono completamente delegittimate agli occhi dei cittadini. Decenni di economia capitalista fallimentare e di disuguaglianza sociale rampante hanno alimentato disillusione diffusa  e disprezzo per la dirigenza politica. Quest’ultimo ha esaurito ogni soluzione possibile per soddisfare l’odierna, urgente, necessità sociale di un lavoro decente, servizi pubblici ed assistenza sociale. Così, quando le elezioni non vanno come i poteri costituiti desiderano, si registra la tendenza a trovare un capro espiatorio per spiegare la rottura dell’ordine politico. La Russia e il suo presunto hackeraggio del processo elettorale sono, per gli Stati Uniti e dei loro alleati europei, il capro espiatorio a portata di mano su cui scaricare la responsabilità di ciò che attiene alla decadenza dei loro sistemi.

L’elezione del magnate Donald Trump ha sfidato il potere costituito politico mediatico negli Stati Uniti. E dunque la sua vittoria a sorpresa deve essere “spiegata” da un nefasto complotto straniero, attribuito al Cremlino. Una visione più realistica e precisa è che Trump abbia vinto semplicemente perché milioni di ordinari americani sono arrivati a disprezzare i pezzi grossi della politica piazzati a Capitol Hill a far collette presso i gruppi di pressione imprenditoriali. Ma questa spiegazione non è ammissibile per un centro di potere in decadenza. La paranoia russofobica di pronto utilizzo montata dal potere costituito di Washington continua ad approfondire una voragine che è già profonda di suo.

Trump ha licenziato il capo dell’FBI James Comey questa settimana perché l’alto ufficiale dei servizi stava cavalcando l’onda delle presunte indagini sulla ipotetica connivenza fra la squadra elettorale di Trump e la Russia. Non ci sono prove per queste accuse, e quindi tutto il caso dovrebbe essere chiuso come osceno spreco di soldi dei contribuenti. Si: l’onda di Comey è stata alzata per montare, montare, montare ancora. Comey non aveva approfondito le indagini su Hillary Clinton (la rivale di Trump nella corsa per la presidenza) nonostante fossero state accertate violazioni di regole di segretezza governative risalenti al tempo in cui lei era stata Segretario di Stato. Ma l’uomo dell’FBI voleva continuare a spargere fumo sulle inverosimili accuse che Trump fosse un “agente russo”. L’intera sciarada era un ridicolo spreco di tempo e di soldi dei contribuenti e Trump ha fatto bene a porvi fine licenziando Comey. In ogni caso, al posto di tornare in sé, i media statunitensi e larghe sezioni del corpo politico, stanno raddoppiando la loro paranoia.

Trump è accusato di aver silenziato Comey per coprire la “verità” sui suoi presunti legami con la Russia. Vengono fatti paragoni con lo scandalo del Watergate, che ha costretto alle dimissioni Richard Nixon nel 1974. Alcune piattaforme editoriali di punta, come il New York Times, chiamano apertamente Trump “bugiardo”. Ma di che “verità” stanno parlando? Le accuse di collusione con la Russia e poi di hackeraggio della democrazia statunitense sono tutte basate su sentito dire, su congetture e su pregiudizio. Le uniche ragioni per cui questa storia assurda continua a stare in piedi sono la paranoia stile Guerra Fredda dello “stato profondo” e la russofobia della dirigenza politica americana. Il ricevimento del primo diplomatico russo Sergey Lavrov alla Casa Bianca il giorno dopo il licenziamento di Comey ha alimentato ancora di più la follia dei media americani e della classe politica.

Lavrov ha avuto ragione a trattare le stupide domande dei media USA intese a conoscere la sua opinione su Comey con il disprezzo che meritavano. Trump ha avuto a sua volta ragione ad escludere questa banda mediatica dallo Studio Ovale quando ha porto i suoi saluti a Lavrov ed all’Ambasciatore russo Sergey Kislyak.

Se i media degli Stati Uniti non sono in grado di proporre domande intelligenti su questioni scottanti che riguardano il mondo reale, allora devono essere lasciati fuori dall’uscio. E se continuano a trastullarsi con fantasie paranoidi, allora l’unico modo per confrontarli con la realtà è colpirli con una razione di scherno.

Vere domande meritano vere risposte. Domande ridicole proposte e riproposte in vista di falsi obiettivi politici devono essere respinte.

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Articolo di Finian Cunnigham per Sputnik pubblicato l’11 maggio 2017

Tradotto da Marco Bordoni per Saker Italia il 18 maggio 2017

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