Il generale James “Mad Dog[“cane pazzo”] Mattis, scelto dal presidente eletto Donald Trump come nuovo capo del Pentagono, è un servitore modello dell’Impero del Caos. Il suo marchio di fabbrica non poteva che essere “caos [in inglese]. Il Marine Corps Special Operations Command (MARSOC) ne tesse addirittura il panegirico: “San Mattis da Quantico, Santo Patrono del Caos”. Il Santo, nella sua iconografia pop, fa bella mostra di un coltello e di una granata.

Mad Dog può essere certamente riconosciuto come tale, un cane pazzo appunto, anche dal resto del mondo: c’era lui in prima linea nell’assalto frontale all’Afghanistan nel 2001; fu lui a condurre l’aggressione dei Marine contro Baghdad, durante l’operazione “Shock and Awe” [“colpisci e terrorizza”]; e fu sempre lui la mente dietro l’orrenda distruzione di Fallujiah, da parte dell’America, negli ultimi mesi del 2004. Acclamato all’esterno come un fine stratega, si ritirò successivamente dalla funzione di capo del CENTCOM nel 2013.

Il Santo è stato il portatore del caos nel “Grande Medio Oriente”, secondo la dizione coniata dal regime di Cheney – con tutti gli annessi ed inevitabili danni collaterali; ed è riconosciuto per la strisciante Iranofobia. Ciononostante, la chiave di lettura della sua nomina è che sarà chiamato a giocare un ruolo principale nella ricostruzione dell’esercito americano.

William Hartung, del Center for International Policy, nell’articolo Un risorgimento del Pentagono: la presidenza Trump è una buona notizia per il complesso militare-industriale? [in inglese] nota come “la spesa militare del Pentagono è il peggior modo possibile per creare posti di lavoro. La maggior parte dei soldi va agli appaltatori di servizi, ai dirigenti delle aziende del settore e ai consulenti per la difesa (conosciuti anche come “Beltway bandits[“Banditi della circonvallazione”; letteralmente “la tangenziale”, è una locuzione che indica l’establishment politico di Washington, circondata appunto da una tangenziale]).” Inoltre, “tale tipo di spesa è un esempio da manuale di un’economia che va verso un vicolo cieco”.

Criticando la Trumponomics come una sorta di “Reaganomics pompata di steroidi” – alla luce dell’imponente programma di spesa militare, Hartung evidenzia che se Donald Trump vuole veramente creare nuovi posti di lavoro, “dovrà ovviamente fare investimenti nelle infrastrutture, invece che sprecare ingenti somme di denaro in armamenti che la nazione non vuole, e che non può tantomeno permettersi.”

Ricostruire le degradate infrastrutture americane è d’altronde ciò che Trump ha promesso in campagna elettorale.

Cosa bisogna fare?

La mia intenzione è di incominciare tramite questo articolo [in inglese] un dibattito sul possibile ruolo “leninista” di Steve Bannon, in virtù dell’incarico di stratega della Casa Bianca. Trump, come tutti i presidenti americani, non è un leninista. Ma il capo del suo servizio strategico coltiva l’idea leninista di avanguardia del proletariato; chiamateli pure il “contingente dei vecchi americani operai bianchi maschi arrabbiati”; chiamateli, se vi piace, odiatori del liberalismo delle identità, che eleva alcune minoranze selezionate al rango di sacre vittime intoccabili; o chiamateli semplicemente “i deplorabili”.

E’ questa avanguardia proletaria che Bannon vuole coltivare, in modo che essa influenzi/plasmi, nell’immediato futuro, la politica americana, portando alla vittoria, elezione dopo elezione, i repubblicani. Costoro dovranno imperativamente beneficiare della lotta all’ultimo sangue ingaggiata da Trump contro il “libero” commercio neoliberale, sebbene non sia ancora del tutto chiaro in che modo egli riuscirà a privilegiare l’in-sourcing dal mercato del lavoro interno, rispetto all’out-sourcing dal mercato del lavoro globale – che è attualmente la politica ufficiale delle corporation americane. Ciò che è sicuro invece, è che costoro non trarranno alcun beneficio da una ristrutturazione massiccia del Pentagono.

L’analista politico tedesco Peter Spengler introduce un’ulteriore chiave di interpretazione, notando come Bannon, “come tutti i docenti (o gli studenti) universitari, ignora completamente, a proposito del tema Russia/Bolscevismo, ciò che Kurtz Riezer [in inglese] avrebbe potuto (e sicuramente voluto) rivelargli, durante il suo esilio a New York: l’esperienza diretta della continua attività di “diplomazia” sotterranea e sovversiva tra Russia e Germania, durante il periodo precedente la Rivoluzione d’Ottobre.”

Le scommesse sono ancora aperte, inoltre, su quanto effettivamente “sovversiva” sarà la diplomazia dell’era Trump – a parte il remix da 21esimo secolo della politica orchestrata da Kissinger di “Nixon in Cina”. Questo tipo di politica prenderà la forma di “Trump in Russia e Cina” – quando Washington inizierà a normalizzare i rapporti con questi Paesi, che il Pentagono identifica invece come le due principali “minacce all’esistenza” [degli Stati Uniti], oltre che alla loro proiezione globale e alla loro sfera di influenza.

La telefonata polemica del presidente di Taiwan, Tsai Ing-wen [in inglese], a Trump, sicuramente non ha contribuito a tale normalizzazione. E nessuno dovrebbe aspettarsi che la supremazia globale americana teorizzata da Brzezinski, soprattutto per quel che riguarda l’Eurasia – con il mantra del “prevenire l’emergere di potenze in competizione con gli USA”- sparirà dall’agenda politica così semplicemente.

La rinascita del Pentagono

William Engdahl sostiene che il “Brave New World” [“Nuovo Selvaggio Mondo”] di Trump non sia altro che un’elaborata menzogna. Uno sguardo veloce ai pochi fortunati che sono stati scelti per far parte del gabinetto plutocratico di Trump, non rivela certo un consesso di anime angeliche.

Una fonte newyorchese dal mondo del business, che ha una certa familiarità con i “Padroni dell’Universo”, e che ha attivamente sostenuto il programma di Trump, preannunciandone l’elezione almeno due settimane prima del fatto, offre una valutazione molto acuta:

“Donald è un insider. La maggior parte dei consiglieri a cui fa riferimento Engdahl non sono altro che meri “elementi di facciata”. Ci sono tre aspetti importanti da considerare: 1) La Corte Suprema avrà giudici conservatori. 2) Ci sarà un riavvicinamento con la Russia. Vi sarà anche con la Cina, non sarà altrettanto caloroso, ma ci si lavorerà… 3) A nessuno dei Padroni importa di Lenin, o Thomas Cromwell, o delle ideologie in generale. A loro importano soltanto potere e denaro.”

E, in merito ad una possibile Casa Bianca leninista, aggiunge: “se vogliamo citare Lenin, verità è qualunque cosa giovi alla lotta di classe. La verità per i Padroni è qualunque cosa porti a compimento la loro agenda. Se vogliono che la Federal Reserve espanda il credito, allora cercano un liberale, se occorre, o un conservatore, o un monetarista, o un keynesiano, ecc… Uno di questi sosterrà l’espansione monetaria, quelli che non la sosterranno verranno messi ai margini. Non gli importa di Milton Friedman, Keynes, Marx oppure Lenin. E’ ciò che funziona che importa a loro. Hillary non funzionava, quindi – fuori! E Bannon farà ciò che gli verrà detto, come tutti gli altri. E se esce dal seminato, allora sarà messo alla porta.”

Quindi poco importa se in questi giorni la California strepita e urla: è con tale fermezza che i Padroni governeranno nell’era Trump.

Gli elementi analizzati in precedenza ci conducono, ancora una volta, al tema della ricostruzione delle Forze Armate americane. Un’altra fonte dal mondo del business e degli investimenti, che ha anche attivamente appoggiato il piano economico proposto da Trump durante la sua campagna elettorale, sottolinea che “il potere attuale del complesso militare in Russia è più grande di quello americano sotto diversi aspetti. E tutto questo potere si concentra entro i confini della Russia, mentre quello americano si colloca prevalentemente in Asia.”

Per questo motivo, “è una fortuna che Trump si sia annunciato come il presidente che chiuderà quel manicomio chiamato Washington. Infatti, al di sopra del Presidente si è formato un consenso intorno all’idea che esiste un’emergenza: ricostruire le Forze Armate degli Stati Uniti.” E questo sarà il compito principale di “Mad Dog”.

La fonte aggiunge: “un modo semplice di rimpatriare tutta l’industria è quello di stabilire una volta per tutte che si stipuleranno soltanto contratti che prevedano che il velivolo, il carro o il missile debbano essere costruiti interamente negli Stati Uniti, e il presupposto di ciò sarà il rimpatrio di tutti i posti di lavoro e di tutte le fabbriche. Sarà questo il primo ordine alla Casa Bianca sotto Trump, e non richiederà peraltro un’azione tariffaria o la cessazione delle manovre valutarie.”

Aspetta, Yalta, stiamo arrivando

Nel frattempo, ci dovrà essere una gestione accurata e prudente di ciò che, con disappunto, i neocon/neoliberali chiamano il “romanzo” Trump-Putin.

Trump, quasi sicuramente, normalizzerà le relazioni tra Russia e Stati Uniti, e lavorerà assieme alla Russia per spazzare via la demenza jihadista-salafita dalla Siria; qui, il vero problema è sino a quale grado la Russia e la Cina riusciranno a influenzare Trumplandia a non trasformare l’Iran nell’ennesimo danno collaterale. L’alleanza tra Russia, Cina e Iran è fondamentale per l’integrazione dell’Eurasia.

“La Grande Scacchiera” di Brzezinski non potrà fare a meno di reiterare a questo punto le consuete e autoreferenziali assurdità geopolitiche, suggerendo che gli Stati Uniti aiutino la Russia in una “transizione efficace”, per diventare un “membro costruttivo e importante della comunità globale” – Impossibile qui astenersi dal notare che dovrebbe essere piuttosto Mosca a fare tutto ciò nei confronti dell’America che Trump ha ereditato!

Allo stesso tempo, nessun mistero che lo stesso Brzezinski stia spingendo la tesi per cui “all’America è richiesto di mettere insieme una coalizione più ampia, in grado di far fronte alle sfide globali. E in tale ampia coalizione America,  Cina e una Russia sulla strada del cambiamento potrebbero essere degli attori di primo piano.”

La Russia “sulla strada del cambiamento” è una frase in codice per intendere una Russia che può essere sedotta, addomesticata e quindi allontanata dalla Cina. Il contesto chiave: la partnership strategica tra Russia e Cina guarda all’Eurasia come ad un vasto e integrato spazio economico, e mira alla fusione della strategia cinese conosciuta come  “One Belt, One Road” (OBOR), o “Cintura Economica della Via della Seta e Via della Seta Marittima del 21esimo secolo”, con l’Unione Economica Eurasiatica (EEU) della Russia.

Brzezinski, riflettendo e/o influenzando i “valori” neoliberali, vorrebbe piuttosto reiterare il divide et impera, e tentare di separare la Russia dalla Cina – suggerendo al tempo stesso che Trump non può permettersi di essere escluso dall’imponente azione portata avanti in Eurasia; ci sarà un qualche accordo. La faccenda si fa interessante… Rimanete sintonizzati per le possibili evoluzioni! Da Yalta 1945 a.. Yalta Remix 2017?

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Articolo di Pepe Escobar pubblicato su TheSaker.is il 5 Dicembre 2016

Traduzione in italiano a cura di Francesco Pastoressa per Sakeritalia.it