Ad una prima occhiata Obama sembra aver fatto un danno diplomatico senza precedenti all’alleato numero uno, ma non lascerà alcun impatto a lungo termine, perché Trump è motivato a fare fra i prossimi quattro o otto anni  tutto ciò che deve per  riparare al presunto danno e rilanciare al massimo le relazioni con Tel Aviv alla loro migliore condizione di sempre nella storia.

La prima volta che qualcuno lo pensa potrebbe sembrare una follia, ma vale la pena considerare se Obama non abbia inavvertitamente aiutato “Israele” ordinando a Samantha Power di astenersi sul voto alla Risoluzione 2334 [in inglese], e chiedo gentilmente al lettore di seguirmi per qualche minuto mentre approfondisco questo argomento controverso.

Il documento storico che è stato appena discusso è ricco di condanne di ogni sorta al comportamento di Israele verso i Palestinesi, e rappresenta uno dei più grandi trionfi diplomatici su Tel Aviv, reso più gradevole dal fatto che l’amministrazione Obama, attraverso la sua astensione clamorosa, ha lasciato che accadesse passivamente.

Riguardo questa decisione, non è un segreto che fra Obama e Netanyahu ci sia una certa ostilità personale [in inglese], nonostante la cooperazione fraterna dei loro rispettivi “Stati Profondi” (la forza militare permanente, l’intelligence e le burocrazie diplomatiche) e il presidente uscente ha voluto probabilmente inviare un ultimo insulto indimenticabile al suo odiato nemico, e in questo senso, ha avuto alquanto successo.

Molta dell’attenzione dei media è stata data a quanto sia “dannosa” la risoluzione dell’ONU 2334 [in inglese] per Israele, e chi prende parte al dibattito lo descrive come un colpo durissimo per il prestigio diplomatico internazionale di Tel Aviv; e questo è vero sulla carta, ma nella pratica Israele non ha mai avuto questa mitica reputazione immacolata, che così tante voci stanno insinuando, visto che è sempre stato il potere di veto degli USA che lo ha salvaguardato, dalla sua istituzione fino ad ora, dalla condanna “formale” a livello internazionale

Ora che questa realtà fa  parte del passato in modo irreversibile, è tempo di considerare esattamente cos’è cambiato concretamente da quando la Risoluzione 2334 è stata discussa. Per quanto simbolico sia il documento e per quanto incisive siano le sue parole, non c’è un vero meccanismo che ponga un obbligo che si possa applicare per essere sicuri che Israele si attenga alle regole del Consiglio di Sicurezza.

Mentre si potrebbe riflettere sulle azioni che alcuni paesi potrebbero attuare in seguito a questa risoluzione, la scomoda verità è che la maggior parte delle grandi potenze (Iran esclusa) probabilmente non farà nulla per mettere pressione a Tel Aviv, perché ognuna di loro ha acquisito i suoi interessi economici e strategici nel collaborare in termini amichevoli. Inoltre, qualsiasi azione intraprendano sarà, come ci si aspetta, di natura prevalentemente simbolica, sebbene lo sviluppo cruciale che potrebbe realizzarsi è che la Russia assuma la guida nell’organizzazione di un altro ciclo di negoziati di pace fra Israele e Palestina [in inglese].

Ma questo ancora non spiega come Obama abbia inavvertitamente aiutato Israele alle nazioni Unite, quindi per arrivare al punto, l’analisi deve spostarsi su alcune parole del presidente eletto Donald J. Trump e sulla sua dichiarazione in risposta al decreto dell’ONU. Il presidente entrante ha fortemente espresso il suo  appoggio leale [in inglese] per il principale alleato internazionale degli Stati Uniti in diverse occasioni, e ha fatto lo stesso dopo il voto della Risoluzione. Su Twitter Trump ha condannato [in inglese] il documento e ha giurato che le cose all’ONU saranno diverse  quando sarà in carica.

Le sue parole sono decisive per capire esattamente come la stoccata personale di Obama a Netanyahu probabilmente si ritorcerà nelle modalità più imponenti e non volute possibili. Trump ha già dimostrato le sue credenziali sioniste promettendo di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele, e di trasferirvi l’ambasciata americana da Tel Aviv, ma ora sovralimenta il suo fanatismo geopolitico con il desiderio di aiutare l’alleato più stretto degli Stati Uniti, e di imbarazzare il suo predecessore ribaltando completamente quello che ha fatto.

Prima di questi eventi, Trump è stato molto schietto sulla sua resistenza all’accordo nucleare iraniano che è stato concluso dall’amministrazione Obama, impegnandosi a rinegoziarlo o ad abolirlo totalmente.

Ora comunque, è essenzialmente interessato a muoversi molto velocemente verso questa direzione  da quello che vede come un bisogno urgente di riparare al danno diplomatico che Obama ha inflitto vendicativamente e nella maniera più simbolica possibile, spinto a farlo non solo per garantire all’alleato che Washington sta in ogni caso fermamente dalla parte di Tel Aviv, ma anche per mostrare a Obama come lui sia un fallimento e che gli elementi del suo lascito in cui era più personalmente coinvolto (UNSC Res. 2334, l’Obamacare, “Assad deve andarsene”, il riavvicinamento a Cuba, la Nuova Guerra Fredda, ecc.) potrebbero essere distrutti in un istante se scegliesse di farlo.

In questa fase, la rivalità di Obama con Netanyahu è inseparabilmente legata a quella che ha con Trump, e il presidente eletto, ben conscio di questo, interpreta la decisione del comandante in capo di ordinare l’astensione all’ambasciatrice Powers come un insulto  imperdonabile nei suoi confronti.

Col senno di poi Obama non è mai stato sincero riguardo l’aiuto ai palestinesi contro Israele, perché lui più di tutti sa che fra lo “Stato Profondo” di Washington e Tel Aviv c’è stata una stretta collaborazione (che ha personalmente rafforzato tramite un recente accordo che prevedeva l’acquisto di armi per 38 miliardi di dollari in dieci anni), e ha invece optato per lo sfruttamento di questa occasione per avere una scusa conveniente e compiere uno storico gesto antagonistico contro i suoi due avversari, ora che ha ancora il potere presidenziale per farlo.

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Articolo di Andrew Korybko pubblicato su Sputnik International il 25 dicembre 2016.

Traduzione in Italiano a cura di Chiara per SakerItalia.

[Le note in questo formato sono del traduttore]