Una volta, tanto tempo fa, proprio all’inizio degli anni Duemila, dissi a un mio amico, finanziere/economista per studi e anche un po’ banchiere per lavoro, che negli anni a venire una crisi avrebbe atteso il mondo occidentale, una crisi al cui confronto il collasso dell’Unione Sovietica sarebbe apparso come un gioco fanciullesco sul prato. Il mio amico non si trovò d’accordo con me, più che altro perché la nostra chiacchierata non era né concreta (finanza ed economia) né riguardava la visione del mondo.

In particolare, io giustificavo l’inevitabilità della più profonda crisi del modello occidentale di sviluppo (da non confondersi con la crisi generale del capitalismo, della quale non ci sono segni) riferendomi alla mia attitudine estremamente scettica circa le prospettive sull’attuazione della scelta internazionale dell’Ucraina, la cui direzione verso la NATO e l’Unione Europea era stata formalizzata ben prima di Yushenko. Per entrambi non era un segreto che le autorità ucraine ritenessero l’unione alla civiltà occidentale un mezzo per accedere a finanziamenti esterni illimitati (all’interno dello schema dei programmi di aggiustamento europei). Ma per ottenere ciò sarebbe stato necessario che la stessa Unione Europea fosse florida. E affinché essa prosperasse, era critico mantenere lo sviluppo dinamico dell’intero sistema occidentale a guida statunitense. Poiché io mi ero convinto della inevitabilità dell’entrata in crisi del sistema, la conclusione successiva era lampante. Nel suo miglior scenario, l’Ucraina avrebbe avuto il tempo di saltare sull’ultimo carro del treno europeo in partenza, ma avrebbe scoperto che era il vagone dei bagagli, niente pasti, nessun comfort, nessuno che, in generale, ti aiuti. Nel suo peggior scenario, Kiev, nella sua strada verso l’Unione Europea, avrebbe avuto il tempo di scontrarsi con tutti i suoi partner economici, di distruggere la propria economia e allora sarebbe apparso chiaro che il grande Occidente, con tutti i suoi attributi, compresa l’Unione Europea, non esisteva più e non c’era nessun posto in cui integrarsi e nessuno per salvare l’Ucraina e i suoi signori.

Il mio amico, avendo il punto di vista di un liberale completamente a favore dell’Occidente (pur essendo allo stesso tempo, per inciso, una delle persone più perbene e piacevoli che io conosca, per niente avido di potere e ricchezza e compassionevole verso la gente) , non poteva immaginare neppure nel suo peggior incubo la sparizione del sistema occidentale, soprattutto perché ciò l’avrebbe messo ai margini. Come consulente finanziario altamente professionale, fece un elenco degli strumenti finanziari a disposizione dell’Occidente per assicurarsi la crescita, e sostenne trattarsi di un motore eterno.

Egli sembrava molto convincente ed era, inoltre, un professionista dell’argomento principale della nostra discussione, ma non riuscì a convincermi (come io non riuscii a convincere lui). Rimasi della mia opinione perché ero abituato a vedere ogni fenomeno, ogni struttura, ogni società come un sistema (la guerra è un sistema, lo stato è un sistema, la civiltà è un sistema). Qualsiasi sistema ha un limite alla sua competenza (le sue capacità). Perfino l’universo infinito ha un limite oltre il quale inizia qualcosa di diverso, un diverso sistema. Inoltre, tutti i sistemi sono finiti nel tempo e nello spazio. Per la maggior parte di essi, il momento del loro più alto sviluppo è, al tempo stesso, l’inizio di una crisi, spesso di passaggio.

Per determinare che il sistema ha superato il punto del suo maggior sviluppo e sta entrando in crisi, è necessario capire ciò a cui aspira (lo scopo del sistema) e quali meccanismi per raggiungere tale scopo sono disponibili e quali sono utilizzati. Il sistema occidentale, in opera dagli anni ’80, puntava a massimizzare la mobilitazione delle risorse globali per ottenere la vittoria sull’Unione Sovietica. Dopo averla raggiunta, la mobilitazione massima delle risorse globali divenne un fine in sé, il sistema iniziò a lavorare per il beneficio di un ristretto gruppo di beneficiati. Il meccanismo utilizzato era semplice e consisteva nello sviluppo di nuovi mercati finanziato da denaro a credito.

Il modello conseguente funzionava in forma semplice. La Federal Reserve, per mezzo della vendita ai governi stranieri di titoli di Stato statunitensi, stampava nuovi dollari (a quei tempi non si trattava di trilioni ma di decine di miliardi). Questi dollari erano investiti attraverso le banche e prestati all’industria per lo sviluppo di nuovi mercati mediante capitale americano (ed europeo, che, come alleato, ne riceveva una quota). I ricavi generati dall’operare sui nuovi mercati permettevano di restituire i prestiti e di ricavarne un utile. Poi iniziava lo stadio successivo.

È corretto notare che, al tempo del collasso dell’Unione Sovietica, l’Occidente era sull’orlo di una super-crisi, poiché tutti i mercati ad esso disponibili erano stati controllati. Il sistema iniziava a stallare. Se non ci sono mercati liberi da sviluppare, il denaro va in borsa e gonfia le bolle finanziarie, le quali in effetti sono dei segnali dell’avvicinarsi di una crisi. Non appena l’ultima bolla si sgonfia, un’altra crisi inizia. Se tutte le bolle scoppiano contemporaneamente, il sistema entra in una super-crisi dalla quale non c’è modo di uscire.

Ma nonostante tutto negli anni ’80 l’Occidente aveva una via d’uscita, quella di esser capace di integrare l’Unione Sovietica nel modello occidentale e di svilupparne i mercati sotto il suo controllo. Ma anche queste risorse erano finite e si esaurirono negli anni ’90. Sul pianeta non rimanevano più mercati liberi che non fossero parte del sistema globale. Perciò, già alla fine degli anni ’90/ primi anni Duemila, l’Occidente entrò in una crisi evidente.

C’era una scelta, ma era fra il male e il peggio. Era possibile riconoscere l’esaurimento delle capacità del sistema e, mentre era ancora forte abbastanza, iniziare a crearne un altro basato su differenti principi, pompandone dentro gradualmente le risorse di quello morente. Era anche possibile impegnarsi nel cannibalismo all’interno del sistema, la ridistribuzione delle risorse in proprio favore. In questo caso, in teoria, lo stato più potente del sistema (gli Stati Uniti) avrebbe redistribuito le risorse in proprio favore,  scaricando gradualmente le altre nazioni nel buco della crisi. In tal modo, idealmente, si supponeva che gli Stati Uniti sarebbero rimasti l’ultima oasi di stabilità in un mondo profondamente piagato dalla crisi e avrebbero ricevuto le migliori condizioni di partenza all’inizio della creazione del nuovo sistema. Non fa meraviglia che Washington scelse l’ultima opzione.

L’élite americana, con la sua fiducia in sé stessa, non considerò una cosa semplice ma essenziale: mai, né in guerra, né in politica, né nella vita i piani sono implementati nella forma in cui sono stati creati. Fin dal primo giorno della loro materializzazione, essi affrontano fenomeni inattesi (che non avrebbero potuto esser semplicemente previsti): la resistenza degli opponenti (che si rivela improvvisamente più seria di quella attesa), il sabotaggio degli alleati (che hanno i loro propri interessi), eccetera. I piani sono necessariamente aggiustati in corso d’opera, talvolta fino ad invertirli. Il risultato di ciò, prendendo ad esempio la Prima Guerra Mondiale, può far perdere entrambe le coalizioni di partenza (ognuna con i propri piani) e far vincere gli Stati Uniti che semplicemente si avvantaggiarono di una situazione favorevole ed entrarono in guerra quando il risultato era già stato determinato.

Per attuare il loro piano di mangiare il sistema dall’interno (lo chiameremo il piano “Clinton-Obama” o “Democratico” o “Globalista”)  gli Stati Uniti avevano bisogno di cambiare alcune regole del gioco dentro il sistema. Le regole per la costruzione di un moderno mondo globale furono scritte da Washington a metà del XIX secolo. A quei tempi, l’America, ultima arrivata nella suddivisione coloniale del mondo, proclamò una “politica di porte aperte” o “commercio libero”.

All’esterno, tutto appariva giusto e attraente. Gli Stati Uniti insistevano sull’uguaglianza di tutte le nazioni rispetto al commercio. È necessario ricordare che a quei tempi le metropoli avevano diritti esclusivi di commercio con le proprie colonie. Gli americani insistevano che solo i vantaggi competitivi avrebbero dovuto decidere quali prodotti sarebbero stati avvantaggi in un particolare mercato.

Questa regola si confaceva completamente agli Stati Uniti, finché essi fossero stati l’”officina del mondo” e avessero conservato l’abilità non solo di produrre l’intero spettro delle merci industriali ma anche di venderle al miglior prezzo. Tuttavia, nel prosieguo della globalizzazione, la produzione industriale lasciò gradualmente il territorio degli Stati Uniti per trasferirsi sotto altre giurisdizioni. Questo non avrebbe rappresentato un problema finché gli Stati Uniti avessero mantenuto l’egemonia finanziaria raggiunta dopo la Seconda Guerra Mondiale (il dollaro era la sola valuta di riserva nel mondo e la valuta del commercio globale). Sotto queste condizioni di dominio del dollaro, era possibile chiacchierare finché si voleva sulla “nuova economia” basata sull’alta tecnologia e il settore dei servizi, sulla “nuova struttura economica” che non richiedeva una propria produzione industriale per prosperare. In quel momento, i fatti confermavano la teoria.

Ma con l’esaurirsi dei mercati liberi, si esaurì anche la possibilità di emettere un quantitativo illimitato di dollari per sostenere lo sviluppo di quei mercati. La regola del “commercio libero” iniziò a lavorare contro gli Stati Uniti. Forzata ad importare  un numero crescente di merci (che esportava fino a poc’anzi), l’America si ritrovò con un crescente deficit nel commercio estero e con un deficit di budget crescente esponenzialmente. Per implementare la politica del cannibalismo sistemico, gli Stati Uniti avevano bisogno di terminare la “politica delle porte aperte” per liberare le risorse necessarie alla nuova politica globale.

Durante il secolo, tutte le strutture internazionali, quelle politiche (ONU, OSCE, eccetera), quelle finanziarie (FMI, BERS e altre), quelle economiche (WTO), quelle giudiziarie (le varie corti internazionali), tutte queste e altre ancora furono create (in teoria almeno) per essere al servizio del “commercio libero”. Naturalmente i limiti di questo principio sono stati spesso raggiunti in passato, ma questi casi sono stati considerati come eccezioni (le restrizioni sul commercio con l’Unione Sovietica furono motivate dalle contraddizioni ideologiche esistenti fra i due sistemi rivali). Nessuno ha mai avanzato dubbi sulla regola in sé stessa.

Fin dall’inizio degli anni Duemila, gli Stati Uniti si sono mossi lungo due linee parallele: hanno cercato, da una parte, di imporre il loro dominio nelle organizzazioni internazionali e, dall’altra parte, hanno iniziato a screditare e smantellare quelle organizzazioni che non potevano essere controllate. Dal punto di vista del sistema, le azioni americane assomigliano al tentativo di alleggerire il peso di un carro armato (per aumentarne la manovrabilità) privandolo dell’armatura, delle armi e, infine, del motore. Tutto ciò può esser fatto, ma il carro armato cessa di essere tale e non diventa un’auto da corsa, si trasforma piuttosto in un ammasso di parti inutili.

Qualsiasi sistema include un meccanismo per la sua regolazione fine. Quando cambi un parametro, tutti gli altri devono essere ritoccati e questo capita indipendentemente dal volere di chi ha effettuato la modifica. Come risultato, cercando di aggiustare il sistema per adattarlo alle loro nuove esigenze, gli Stati Uniti hanno distrutto le fondamenta basilari della loro egemonia. Il tutto si basava non solo e non così tanto sulla forza militare, economica e finanziaria di Washington ma sull’accettazione, da parte di tutto il mondo, delle regole e degli obblighi mutui proposti. Mentre si stava smantellando per l’interesse degli Stati Uniti la base fondativa del sistema, cresceva il numero delle persone insoddisfatte, cresceva la resistenza (negli anni recenti, perfino i più fedeli alleati della NATO stanno sempre di più questionando i piani americani), e chi non poteva resistere apertamente iniziava a sabotare dietro le quinte. Sta venendo fuori che il controllo statunitense sul mondo svanisce più rapidamente della creazione di condizioni necessarie a papparsi le parti più deboli del sistema.

Non è stata una coincidenza che Trump sia apparso in questo momento. Avrebbe potuto essere qualcun altro, ma una fazione che rappresentasse gli interessi dei produttori nazionali americani, operante con lo slogan “rendiamo di nuovo grande l’America”, non poteva non comparire.

Si deve far luce nella lotta per risorse sempre più scarse fra il capitalismo industriale e quello finanziario statunitensi, la differenza fra le loro visioni della politica estera è che, in accordo al piano Clinton-Obama, il sistema globalistico deve essere formalmente preservato finché gli Stati Uniti non abbiano divorato il loro ultimo alleato. Si suppone che nessuno possa impedire all’egemone di divorare il sistema dall’interno. I trumpiani, notando i fallimenti del piano globalista, chiedono l’abbandono formale della “politica di porte aperte”, del “commercio libero” e di tutte quelle istituzioni che regolano questo sistema, e favoriscono lo spostamento verso una politica egoisticamente protezionistica. In effetti, Trump cerca di abbandonare il sistema globale prima che lo facciano gli altri. Il suo piano è di guadagnare un vantaggio, non mediante la conservazione dell’America come ultimo baluardo di un sistema morente ma scaricando quest’ultimo sul resto del mondo. Mentre Russia, Cina, Unione Europea e gli altri cercheranno di preservare in qualche modo le vecchie regole, spendendo enormi risorse nel processo, viene supposto che gli Stati Uniti si avvantaggino in un gioco senza regole.

È un gioco rischioso. L’America non è più capace di recuperare dalla crisi attuale senza enormi spese. Inoltre, non ha la necessaria superiorità per redistribuire in proprio favore le risorse globali in modo da mitigare sul proprio territorio i fenomeni generati dalla crisi. La scommessa è che, nel tentativo di preservare il sistema in collasso, i potenziali competitori degli Stati Uniti (tutti, non solo uno) esagereranno, pompando risorse scarse nel buco nero della crisi, luogo in cui quelle risorse spariranno senza frutto. Su questo sfondo, ci dovranno essere contraddizioni fra di loro, che Washington è pronta a stimolare e perfino provocare. Adesso gli Stati Uniti sono simili all’Hitler della fine aprile 1945, speranzoso di uno scontro fra gli Alleati (che mai accadde) e in attesa dell’esercito di Wench (che mai venne).

Gli Stati Uniti stanno cercando di ripetere la situazione di entrambe le Guerre Mondiali, sotto nuove condizioni. Washington ha bisogno di uscire dalla lotta provocando un serio scontro fra gli altri giocatori globali. Anche senza una guerra calda, i conflitti commerciali, economici, finanziari fra i principali avversari degli Stati Uniti si pensa che li indeboliscano tutti. Se gli Stati Uniti rimangono al margine di questi conflitti, potranno tentare, come fecero cent’anni fa, di approfittarne cooperando con tutti in maniera dosata e scegliendo il tempo giusto per intervenire al fianco del vincitore sfiancato, in modo da  riguadagnare il loro ruolo di guida nel “bel mondo nuovo”.

Le rivolte americane odierne non sono conflitti fra gli oppressi razzialmente e i loro oppressori, né sono conflitti sociali. Derivano invece dal confronto fra il capitale finanziario americano, che sta cercando di rimanere l’ultimo frammento di un mondo morente secondo il piano Clinton-Obama, e il capitale industriale americano, che sta cercando di saltare sull’ultima barca della nave che affonda mentre gli altri stanno ancora lottando per farla rimanere a galla. La brutalità e la scala di queste rivolte sono indicatori di quanto sono profonde le contraddizioni e di come sia impossibile un compromesso fra le due fazioni della élite americana. In effetti, entrambi i gruppi sono entrati nel primo stadio della guerra civile aperta, speranzosi di vincere con “poco spargimento di sangue”. Essi si stanno dimostrando a vicenda di esser pronti a risolvere, fuor di costituzione, il conflitto politico interno, cercando di forzare la resa dell’avversario senza una strenua lotta usando la minaccia di distruggere gli Stati Uniti.

Il pericolo di questa situazione per il mondo intero non è solo il grande arsenale nucleare sul quale sono seduti gli Stati Uniti, quello che un domani potrebbe finire in chissà che mani ed esser usato in modi che solo Dio conosce. Di questo, è più pericoloso il modo in cui l’attuale sistema globale ha permeato di sé l’intero mondo. Quelli che ne traggono un beneficio si trovano in ogni stato e in ogni organizzazione internazionale. La maggior parte di essi sono così allacciati al sistema, il loro benessere personale così dipendente dal prolungamento della sua esistenza, essi stessi così inseparabili da esso, che non riflettono sulla propria esistenza o su quella dell’umanità ai margini del sistema.

Come dimostra l’esempio statunitense, i beneficiari del sistema morente sono pronti per ogni livello di confronto, tutto pur di preservare la loro posizione. Nei momenti di crisi sistemica, la civiltà aumenta la propria fragilità in tutti i punti, nessuno escluso. Qualunque cosa può diventare una ragione valida per l’esplosione di un braccio di ferro inconciliabile e per una discesa verso il caos. Al tempo stesso, le élite globaliste di tutto il mondo sono orientate verso il centro del sistema, gli Stati Uniti, e possono essere mobilizzate in qualsiasi momento allo scopo di render caotico lo spazio globale mediante le loro fazioni globaliste americane (perfino nell’interesse della lotta politica interna americana).

La cosa più importante è che, indipendente da chi vincerà il conflitto intra-americano, poco cambierà per il resto del mondo. Il governo statunitense, consolidato su qualunque base, cercherà di diffondere il caos e invischiare il mondo nei conflitti per guadagnare tempo e spazio di manovra al fine di ripristinare la sua posizione globale.

Più lunga, persistente e sanguinosa sarà la guerra civile negli Stati Uniti, più probabile sarà per il resto del mondo sopravvivere e compiere una pacifica transizione da un sistema all’altro. Infatti, il mondo moderno, riguardo gli Stati Uniti, è interessato a ribaltare la situazione di entrambe le Guerre Mondiali. Oggi non si tratta di far godere la pace a Washington mentre il mondo è in guerra, ma di far guadagnare tempo al mondo per la propria riorganizzazione mentre gli americani sono impegnati nella guerra interna.

Sfortunatamente, nessuna delle élite nazionali è pronta a dichiarare un tale scopo. Inoltre, non c’è unità nel mondo fuori dagli Stati Uniti per capire quanto sia necessaria oggi una comune politica riguardo l’America, la quale si è già opposta al resto del mondo e, allo stesso tempo, ha fatto partire una guerra civile nel proprio territorio. Se noi non circoscriviamo il conflitto americano in America, essi lo diffonderanno in tutto il mondo. E allora noi dovremo affrontare la prima guerra civile globale, in cui i globalisti combatteranno i conservatori, sia nel mondo intero sia individualmente in ogni nazione.

La guerra civile globale è la peggiore versione della Terza Guerra Mondiale. Pertanto, non può esserle permesso di lasciare la sua tana americana per guadagnare fuori altro spazio operativo.

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 Articolo di Rostislav Ishchenko pubblicato su Stalker Zone il 4 giugno 2020
Traduzione in italiano di Fabio_San per SakerItalia

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