E’ un raro privilegio quello di poter criticare un uomo politico solo perché rispetta le promesse della sua campagna elettorale, ma Donald Trump è un presidente unico nel suo genere e questa settimana ci ha offerto proprio questa opportunità, con non una, ma con ben tre differenti situazioni disastrose di cui parlare.

Primo, c’è stata la maldestra incursione contro il presunto rifugio di al-Qaeda a Yakla, nello Yemen. Lasciatemi pensar male e permettetemi di ricordarvi che, nonostante tutti i grandi film di Hollywood, gli Americani hanno dei precedenti veramente orribili in fatto di operazioni speciali. L’ultima è stata tipica. Primo, ha coinvolto i Navy SEALS, una delle forze speciali americane più portate al disastro. Secondo, hanno partecipato anche le forze speciali degli Emirati Arabi Uniti (non chiedetemi perché, non chiedetemelo proprio). Sono abbastanza sicuro che se avessero mandato i Rangers, questi, da soli, avrebbero ottenuto migliori risultati. Terzo, come sempre, sono stati immediatamente localizzati. E poi hanno iniziato a subire delle perdite. Questa volta per mano di combattenti di al-Qaeda di sesso femminile. Infine, hanno pasticciato anche l’evacuazione. Hanno ucciso un po’ di bambini e, secondo loro, un leader di al-Qaeda. Più notizie su questo raid qui e qui. Come ho già detto, questa è praticamente la norma. Ma sono anche sicuro che qualche film di Hollywood riuscirà a farlo apparire molto eroico e molto “tattico”. Ma la vera realtà dei fatti non cambia: gli Americani dovrebbero rinunciare alle operazioni speciali, non riescono proprio a farle.

Secondo, c’è stata la conferenza stampa, assolutamente terribile, del generale Flynn. Guardate voi stessi:

Non solo Flynn ha posto l’Iran fra i “vigilati speciali”, come farebbe un preside di liceo con un ragazzotto scapestrato, ma FOX TV sta già parlando di “linee nella sabbia”. Un momento, non sono forse state le “linee nella sabbia” una delle caratteristiche più stupide della presidenza Obama? E adesso, dopo giusto una settimana alla Casa Bianca, vediamo Trump fare esattamente la stessa cosa?

Questo porta anche a chiederci se un uomo molto intelligente come Flynn pensi seriamente e sinceramente di poter minacciare, o comunque intimidire, l’Iran. Se lo pensa, allora siamo tutti in un mare di guai.

C’è poi l’aspetto poco rassicurante della scelta del linguaggio. Invece di far riferimento alla “preoccupazione internazionale” o alla volontà del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, Flynn ha deciso di usare il vocabolario tipico dell’aspirante Egemone Mondiale. Tutte cose già viste e già sentite. Pensano veramente che questa sorta di arroganza imperiale funzionerà con loro, meglio di come lo aveva fatto con i Neoconservatori?

Infine, sembra che gli Ukronazi siano di nuovo sul sentiero di guerra. Per molti mesi hanno continuato a bombardare i Novorussi, e hanno anche tentato qualche attacco locale, abbastanza patetico. Questa volta è diverso: gli attacchi di artiglieria si contano non a decine, ma a migliaia e il bombardamento si sta verificando su tutta la linea di contatto. Naturalmente, questo non è direttamente colpa di Trump, mostra piuttosto che gli Ukronazi di Kiev stanno ancora facendo riferimento alla vecchia configurazione di potere, cioè  Tedeschi,  Neoconservatori e  frignoni dell’Est Europeo, come Polonia e Lituania. Mentre scrivo, non ci sono segnali che Trump abbia preso la situazione sotto controllo. La buona notizia è che i Russi stanno ancora aspettando, ma, visto il livello di violenza, non potranno farlo più di tanto prima di dare ai Novorussi il via libera per un contrattacco (i Novorussi sono già impegnati in un intenso fuoco di controbatteria, ma non si sono ancora spinti in avanti).

Spero proprio che questa settimana non sia il presagio di quello che sarà il resto della presidenza Trump.

In ogni caso, non è troppo tardi per cambiare direzione e ritornate ad una politica di tipo realistico.

Prima di tutto, le cose facili. Come ho già detto, il Pentagono dovrebbe rinunciare alle operazioni speciali. Se, per ragioni politiche o per sentirsi a proprio agio nel “rendere nuovamente grande l’America”, gli Stati Uniti debbono assolutamente flettere un po’ i muscoli, io consiglierei di invadere nuovamente Grenada, a patto però che l’incarico sia dato ad uno solo dei Servizi. Suggerirei i Marines. Per il resto, e specialmente in Medio Oriente, gli Stati Uniti dovrebbero finalmente arrivare a capire che non possono e non devono mettere scarponi americani sul terreno. Mai.

Un po’ più difficile, ma ancora fattibile, Trump deve riportare all’ordine gli Ukronazi. Il modo per farlo è semplice: mandare a Kiev un inviato speciale e spiegare ai membri della giunta che i tempi sono cambiati, che alla Casa Bianca c’è un nuovo boss e che da ora in poi dovranno comportarsi meglio, o sarà peggio per loro. Gli Ukronazi sono abituati a questo genere di linguaggio e ubbidiranno docilmente, sempre che abbiano capito che gli USA fanno sul serio. Questo, naturalmente, è un rattoppo, una soluzione a breve termine, per guadagnare tempo e lavorare ad un esito definitivo del disastro ucraino, l’impresa sarà però  molto  complessa e costosa e dovrà coinvolgere non solo gli Stati Uniti, ma anche tutta l’Unione Europea e la Russia, dal momento che la somma di denaro occorrente per la ricostruzione dell’Ucraina sarà astronomica.

Il vero problema adesso è l’Iran. Beh, non l’Iran in sé e per sé, naturalmente, ma la stupida retorica anti-iraniana della campagna elettorale di Trump. La mia più grossa paura è che, mentre Trump e quelli che lo circondano sembra siano arrivati alla (corretta) conclusione di non poter costringere la Russia alla sottomissione, abbiano deciso di poterlo comunque fare con l’Iran. Se questo è veramente il loro piano, allora sono avviati verso un enorme disastro.

Da una parte, l’Iran vive sotto la minaccia di un attacco anglo-sionista da ormai 38 anni, compresi i 23 anni di potere dei Neoconservatori negli Stati Uniti. Pensare che, proprio adesso, si spaventino di colpo ed obbediscano, senza far storie, alle richieste dello Zio Sam è molto da ingenui. Gli Iraniani si preparano alla guerra conto gli Stati Uniti e contro Israele da circa un quarto di secolo e sono pronti, militarmente e psicologicamente. Oh, certo, gli Stati Uniti possono sicuramente colpire l’Iran con missili da crociera ed attacchi aerei, ma a che prezzo e che cosa otterrebbero esattamente? In termini di risultati, questo avrebbe un benefico effetto psicoterapeutico su tutti quegli Americani che si sentono insicuri per le dimensioni del loro esercito e che vogliono ritornare a considerarsi grandi e potenti. Morirebbero anche tantissimi Iraniani e verrebbe distrutto un numero imprecisato di obbiettivi, compresi quelli probabilmente correlati alla missilistica e al nucleare. Ma questo non cambierebbe neanche un po’ la politica iraniana, né impedirebbe all’Iran di continuare lo sviluppo della tecnologia nucleare o missilistica.

Ma tutto ciò, naturalmente, non ha mai avuto a che fare con la tecnologia nucleare o missilistica. Sono stupidaggini, “paccottiglia informativa”, per così dire.

In realtà, tutto questo riguarda solo una cosa: Israele vuole essere LA superpotenza regionale e all’Iran deve essere impedito, ad ogni costo, di minacciare il monopolio di questo status. In altre parole, se una nazione islamica va a rotoli ed è gestita da fanatici incompetenti, questa è una cosa bellissima. Ma, se una nazione islamica è governata da una classe dirigente saggia ed estremamente capace, che non può essere rovesciata a causa del sostegno popolare di cui gode, allora questo stato islamico diventa un precedente assolutamente inaccettabile. E l’Iran, con le sue tecnologie avanzate, con il suo potente esercito, con la sua salda economia e con un modello politico-sociale tutto sommato positivo, è un immenso affronto alle chimere del regime sionista in Palestina. Aggiungeteci che l’Iran osa sfidare *apertamente* gli Stati Uniti e capirete immediatamente quali sono le vere ragioni per le continue minacce e per tutto questo tintinnar di spade. Il problema di Trump è lo stesso che avevano già avuto Obama, Dubya e Clinton: gli Stati Uniti non possono vincere una guerra contro l’Iran. Come mai?

Perché una guerra deve avere un obbiettivo politico, una definizione di che cosa significhi “vittoria”. Nel caso dell’Iran, non esiste una possibile vittoria. Anche se gli Stati Uniti lanciassero 1000-2000 attacchi missilistici contro l’Iran, e fossero tutti coronati da successo, questa non sarebbe comunque una “vittoria”.

Molti anni fa ho scritto un articolo intitolato “Opzioni iraniane per una risposta asimmetrica”. E’ datato, sono successe un sacco di cose dal 2007, ma le conclusioni sono fondamentalmente ancora valide: gli Stati Uniti non possono vincere e l’Iran ha a sua disposizione una quantità di opzioni asimmetriche, che vanno dal sopravvivere all’attacco al colpire le strutture del CENTCOM in tutto il Medio Oriente. Ma l’opportunità migliore, fin dal 2007, è stata la guerra civile in Iraq e in Siria e le promesse di Trump di eliminare radicalmente il Daesh. Questo è cruciale.

Non c’è modo, assolutamente non c’è, di sconfiggere il Daesh senza mettere scarponi sul terreno. Penso che concorderemo tutti sul fatto che questi scarponi non saranno americani. Non saranno neanche russi. La strategia di Obama era stata quella di usare un mix di scarponi iracheni, turchi e curdi, con la minaccia di aggiungerci, per buona misura, anche quelli dell’Arabia Saudita e degli altri stati del Golfo. Sappiamo come ha funzionato: non ha funzionato affatto. E non funzionerà. Ed ecco il triste segreto che tutti sanno, o almeno dovrebbero sapere: gli unici scarponi sul terreno in grado di sconfiggere il Daesh sono stati, sono tutt’ora, e saranno in futuro, quelli iraniani. Così è la vita, mi dispiace. I Turchi, dopo il tentato colpo di Stato contro Erdogan, sono fuori e, dopo le successive purghe, l’esercito turco è solo l’ombra di quello che era un tempo. I Curdi non hanno assolutamente nessun desiderio di farsi usare come carne da cannone in una pericolosa e difficile guerra contro il Daesh. I Sauditi e tutto il resto della loro compagnia sono una barzelletta, in grado a mala pena di spaventare i civili, e sarebbero immediatamente spazzati via dal Daesh alle prime scaramucce. Perciò, a meno che i Canadesi, gli Inglesi, i Polacchi, i Lituani e, diciamo, i Georgiani non vogliano impegnarsi nella lotta contro il Daesh (sto solo scherzando), l’unica nazione che può far avverare la promessa della campagna elettorale di Trump è, guarda caso, l’Iran (ed Hezbollah, naturalmente).

Inoltre, credo che l’Iran sia abbastanza potente da poter impedire l’attuazione di *ogni* tipo di politica in Medio Oriente, che non abbia avuto un’accettazione, almeno passiva, da parte sua. In un certo senso, la posizione dell’Iran in Medio Oriente è simile a quella della Russia nel suo “cortile di casa” (l’ex Unione Sovietica): se da un lato l’Iran/Russia non riescono ad imporre tutto a tutti, possono però impedire/prevenire tutte le politiche e le manovre che non sono di loro gradimento.

La conseguenza principale di tutto questo è che, anche se l’Iran decidesse di rinunciare completamente ad ogni tipo di rappresaglia militare contro gli Stati Uniti o Israele, potrebbe però rivalersi, in modo assai doloroso, contro un attacco del genere, semplicemente dicendo a Trump: “faremo in modo che voi falliate dappertutto, in Iraq, in Siria, in Pakistan, nello Yemen, dovunque in Medio Oriente”. E non sarebbe una minaccia a vuoto: gli Iraniani sono benissimo in grado di farlo.

Inoltre, un attacco americano all’Iran manderebbe in caduta libera i rapporti russo-americani. L’entità del disastro sarebbe proporzionale alla gravità dell’attacco all’Iran, ma, anche se la Russia non interverrebbe militarmente nel conflitto, non permetterebbe neanche agli Stati Uniti di cavarsela a buon mercato e il principale costo politico da pagare per un attacco all’Iran sarebbe un ulteriore rafforzamento del triangolo russo-sino-iraniano.

Devo proprio dirvelo come sarebbe percepito a Pechino un attacco contro l’Iran?

Se dovesse succedere, l’attacco americano all’Iran assomiglierebbe molto alla guerra fra Israele ed Hezbollah del 2006, ed avrebbe gli stessi risultati, solo su scala maggiore. In parole povere, sarebbe un completo disastro e segnerebbe il fallimento della presidenza Trump.

Per ora, Trump dispone ancora di un capitale politico immenso. Non che il mondo abbia completa fiducia in lui, è troppo presto per questo, ma si spera molto che l’America di Trump possa essere differente, un’America civilizzata,  che agisca come un attore internazionale responsabile e razionale. Non come un Obama 2.0. Però, ascoltando le boriose e vuote (per non dire assolutamente illegali) minacce contro l’Iran pronunciate da Flynn, resto a chiedermi se gli Stati Uniti riusciranno a ravvedersi e a riformarsi in modo serio, o se ci vorrà un crollo devastante (militare o economico) per vedere finalmente la fine dell’aspirante Egemone Mondiale.

The Saker

PS: per quello che vale, il primo discorso di un rappresentante ufficiale americano al Consiglio di Sicurezza dell’ONU non fa altro che rinforzare le mie peggiori paure, guardatevelo da soli:

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Articolo pubblicato da Thesaker.is il 3 febbraio 2017
Tradotto in Italiano da Mario per SakerItalia.it