L’arte di vincere la si impara nelle sconfitte

(Simon Bolivar)

Il tentato golpe raffazzonato di Juan Guaido degli ultimi giorni ha riportato sotto i riflettori mondiali il Venezuela. E con esso il solito insieme di cliché sulla sua situazione economica. I media non ci hanno risparmiato nulla: dal socialismo “che rende tutti poveri”, all’aneddoto dei cugini che “stavano benissimo” e ora “muoiono di fame”. Ma abbiamo anche sentito la campana di un certo riduzionismo culturale che attribuirebbe l’intera crisi al ruolo degli USA o degli speculatori interni. Ci è sembrato quindi il caso, per quanto assolutamente non facile, di provare a fare il punto della situazione economica dello stato sudamericano, dell’evoluzione della crisi e delle sfaccettature sociali della stessa.

Naturalmente trovare dati economici affidabili sul Venezuela dopo il 2014 è diventata un’impresa. Per quanto possibile ci siamo basati su dati della Banca Mondiale evitando dati governativi o think tank interni di area opposizione in modo da mantenere il più possibile “neutra” la raccolta dei dati di partenza.

Partiamo quindi dall’osservare l’evoluzione del PIL venezuelano dal 1990 fino al 2014, ultimo anno in cui abbiamo dati indiscutibili sullo stesso.

Andamento del PIL di Venezuela, Messico e Colombia

Come possiamo osservare il PIL venezuelano parte sì da una situazione migliore di quella di altri due stati  dell’area latinoamericana come Colombia e Messico (scelti a bella posta tra quelli che non hanno mai avuto un governo populista di sinistra e più proni ai desiderata a stelle e strisce). Ma al contempo ,ben prima dell’amministrazione Chavez (che si insedia nel Gennaio del 1999 ma che, tra nuova Costituzione e golpe Carmona del 2002 ,di fatto comincia a incidere pesantemente solo dal 2003 in poi) mostra intrinseci segnali di difficoltà già negli anni ’90.  Se infatti Messico e, in misura minore, Colombia crescono in modo abbastanza lineare, il Venezuela rimane sostanzialmente al palo per tutti i novanta, con il PIL che comincia a crescere in modo cospicuo solamente dal 2003 (in concomitanza con la crescita dei prezzi del petrolio sul mercato internazionale). E questo è un dato strutturale dell’economia venezuelana difficilmente attribuibile al chavismo da parte di ogni osservatore esterno dotato di un minimo (davvero un minimo, soglia tuttavia a quanto pare irraggiungibile dal nostro giornalismo mainstream) di onestà intellettuale. La dipendenza netta dalle entrate petrolifere e la mediocre struttura produttiva del paese non sono certo attribuibili al “socialismo del ventunesimo secolo”. Proseguendo nell’esame dei grafici, osserviamo che dal 2003 al 2013 il paese cresce a ritmi notevolissimi, sfruttando il boom delle quotazioni petrolifere, che hanno il loro picco attorno ai 150 dollari (nel 2008) e che comunque,  dopo un primo crollo che le avevano portate attorno ai 50 dollari in concomitanza della fase più nera della crisi finanziaria globale, si riprendono in seguito assestandosi tra 100 e 120 dollari .

Venezuela: popolazione in povertà estrema

I risultati delle politiche sociali del chavismo sono indubbi. Quelle che vengono facilmente dismesse come “inutili spese” o “corruzione” dai commentatori nostrani sono in realtà iniziative che hanno portato il tasso di povertà estrema dal 30% (come già detto i primi anni di Chavez sono tumultuosi, di fatto non riesce a governare causa durissimo scontro sociale) a meno del 10%. Sicuramente la diminuzione era già cominciata, come il grafico indica, durante la precedente presidenza democristiana la quale in primo momento, per uscire dalla crisi di fine anni ’80 – inizio ’90, aveva implementato il solito programma di austerità che aveva portato la povertà estrema al 50%, ma in seguito, grazie a un mix di lavori pubblici e ripresa economica, era poi riuscita a tamponare la situazione.

Quello che prova a fare il chavismo è però di una magnitudo ben più ampia di qualsiasi riformismo cattolico o socialdemocratico, che in realtà (come in ogni parte del mondo) era in declino rispetto agli anni ’60 – ’70 essendosi i suoi sostenitori, nel frattempo, tutti convertiti alle ricette FMI. Chavez impiega il grosso dei proventi del petrolio per programmi sanitari, legati all’istruzione, di espansione della spesa pubblica. E lo fa avendo nel mirino, per la prima volta, gli esclusi. Quella fascia di poveri strutturali, anche per ragioni etniche, che è una costante del Sudamerica, anche in un paese relativamente prospero come il Venezuela. Se non teniamo conto di questo punto, delle spese effettuate per fare uscire questa fascia dalla povertà e darle per la prima volta dignità, aiuto diretto e strumenti per uscirne, non capiremo mai le piazze piene ancora oggi per Maduro, anche al culmine della crisi economica.

Andamento PIL Venezuela

Fin qui il quadro pre crisi. Ci è utile per contrastare la narrazione di un “socialismo” che impoverisce un sistema precedentemente benestante. Il sistema non era così benestante ed aveva delle falle notevoli anche prima di Chavez. E il socialismo non impoverisce nulla, anzi nella prima fase lo sviluppo è notevole e i risultati sociali ottenuti grandiosi. Tanto è vero che il consenso è cospicuo, e proviene anche da quella classe media che non è la diretta beneficiaria dei programmi di assistenza del bolivarismo, ma che gode indirettamente dell’espansione economica e di un’economia florida e meglio distribuita. Poi però succede qualcosa che fa precipitare il PIL da un massimo di 18.000 dollari (registrato nel 2014) a circa 11.000, bruciando, di fatto, tutta la crescita ottenuta dal 2003.

Succede quella che in gergo economico viene chiamata Dutch Disease. Cioè quel problema che colpisce le economie dipendenti dallo sfruttamento delle risorse naturali che, proprio per questo, tendono a trascurare il settore manufatturiero. E’ una costante della storia economica, anche venezuelana, e su questo il chavismo non fa assolutamente nulla per cambiare la rotta. Infatti più che di socialismo dovremmo parlare di una sorta di peronismo di sinistra, con nazionalizzazioni, conflitti di sovranità con le potenze estere e con l’oligarchia locale e ampissimi programmi di redistribuzione ed intervento sociale. Il lato produttivo però viene totalmente dimenticato. Il risultato è che, non appena i prezzi del petrolio cominciano a crollare per l’eccesso di produzione saudita il sistema va in parziale crisi.

La bilancia dei pagamenti che in fase espansiva registra surplus nettissimi nonostante i costosi programmi sociali, con il crollo del prezzo del petrolio va in deficit. Il Venezuela non esporta praticamente nulla che non sia petrolio e importa tutto il resto, dato un discreto livello di consumi della sua classe media. Ed è proprio quest’ultima la prima ad essere colpita dalla crisi e quindi la prima a staccarsi dal chavismo. La narrazione del “popolo” alla fame contro la nuova elite (corrotta, ca va sans dire, come tutte quelle non allineate all’Occidente) è una panzana enorme, sociologicamente insensata. E’ invece appunto la classe media che, con il deficit strutturale delle partite correnti, vede crollare il suo potere di acquisto di beni esteri e quindi assiste ad una netta riduzione del proprio precedente tenore di vita. Sommando a questo fattore oggettivo il tradizionale odio ideologico delle elite classiche (da destra alla sinistra liberal, con le loro clientele e il loro potere sui media) verso i parvenu chavisti possiamo identificare il blocco sociale dell’attuale opposizione. Blocco probabilmente non maggioritario dato che le classi popolari rimangono in larghissima parte col governo, sia perché (per la prima volta nella storia) qualcuno ha fatto i loro interessi, sia perché il governo stesso si rifiuta di scaricare la crisi su di loro, cercando di tutelare occupazione e programmi sociali anche in una situazione di estrema difficoltà. Il che, chiaramente, ha un prezzo economico.

A questo punto la situazione sfugge di mano, l’inflazione comincia a salire e i controlli sul movimento di capitali e sul cambio provocano l’esplosione di un fiorente mercato nero. Anche perché, come abbiamo precedentemente detto, il chavismo si dedica molto bene alla redistribuzione e alla difesa delle classi popolari ma (oltre a non affrontare il rilevante tema della produzione) non affronta nemmeno il secondo nodo cruciale. Ci riferiamo al problema dell’approvvigionamento e del potere sociale conservato delle elite precedenti.  In questo modo il governo si espone al potere di ricatto di queste ultime, che hanno gioco facile ad esasperare ancora di più la situazione puntando su un drastico peggioramento del tenore di vita della classe media, un peggioramento reale ed effettivamente dipendente dalla struttura economica del paese.

Venezuela – Andamento della disoccupazione

 

Venezuela – Andamento della produzione petrolifera

Riepilogando: il chavismo reagisce alla brutale crisi cercando di tutelare la sua base popolare e l’occupazione. Non è facile reperire statistiche affidabili relative al Venezuela post crisi. Ma stando ai dati forniti dalla Banca Mondiale (non certo sospettabile di connivenze ideologiche) in mezzo a una crisi senza precedenti l’occupazione viene comunque decisamente tutelata, almeno fino a fine 2017. Se  confrontate questo scenario con quello creato dalle misure “FMI oriented” promosse dai governi europei, in particolar modo mediterranei, dopo la crisi 2008, la differenza non può che saltare all’occhio. Tagliare spesa sociale e occupati è il modo preferito dai liberali per rimettere in sesto il sistema. Il modello bolivariano prova a fare altro, ed ottiene anche qualche (parziale) successo.

Venezuela e Grecia – Andamento dell’Aspettativa di Vita alla Nascita

E infatti l’aspettativa di vita in un Venezuela ridotto alla fame secondo la stampa mainstream cresce. Mentre nella Grecia, successo economico dell’euro area si ferma/diminuisce.

Naturalmente i problemi ci sono, e pure grossi. E il primo è che la reale crisi valutaria che colpisce le classi medie, e relativa emigrazione, priva il paese di una competenza tecnica fondamentale per fare funzionare l’industria petrolifera. Che infatti, insieme a sanzioni americane che incominciano a farsi pesanti dall’epoca della Presidenza Trump, intorno al 2017 (sotto Obama erano per lo più misure legate a singoli individui), manda gambe all’aria il sistema produttivo legato al petrolio. La produzione, che ancora  a 2017 inoltrato si assestava sui 2 milioni di barili al giorno, scende in zona 1 milione, vanificando in gran parte la risalita dei prezzi petroliferi che incomincia a metà 2016 e che avrebbe consentito di mitigare gli effetti della crisi. Invece sul paese di abbatte l’accoppiata sanzioni su petrolio/sanzioni su debito pubblico (di fatto oggi il debito pubblico venezuelano è congelato, e il Paese impossibilitato a finanziarsi sui mercati internazionali a causa della decisione americana di vietare ogni transazione finanziaria ad enti USA. In poche parole, dato il peso degli USA sui mercati, un de profundis alla capacità venezuelana di raccogliere valuta pregiata).

Questa la situazione reale per come la leggiamo, a partire da dati ed interessi nazionali e di classe. Naturalmente difendere i successi del bolivarismo (nella sua prima fase) e la scelta di non fare pagare la crisi alle fasce più basse della popolazione è apprezzabile e ci porta, in conclusione, a difendere un’esperienza di sovranità popolare ed antimperialista. Tanto più, come abbiamo visto, quando la stessa viene attaccata dall’esterno e dalle oligarchie interne che sognano di riprendere il controllo del paese.

Al contempo, come abbiamo sottolineato, la crisi esiste ed è dipendente anche da ragioni economiche strutturali. Come il peronismo argentino degli anni ’50 il sistema chavista è andato in crisi non appena la posizione su estero è finita in deficit. Lungi dall’essere “socialismo” il sistema mostra difetti tipici di sistemi capitalisti che abbiano puntato sul compromesso sociale: dimenticanze in fase produttiva, elusione dei nodi di potere reale all’interno della società, attenzione al solo lato redistributivo. Probabilmente non si poteva fare altrimenti e le politiche effettuate sono state comunque fondamentali per il consenso che i bolivaristi hanno ancora oggi, anche in condizioni durissime, presso le fasce povere della popolazione.

Ciononostante il problema produttivo si pone, come si pone quello del potere e di recuperare consenso nelle fasce medie di popolazione che hanno voltato le spalle alla trasformazione in corso. Come superare questo impasse? Il primo modo di uscire da questa crisi è quello americano. Caduta di Maduro, cura FMI a base di tagli ed austerità e privatizzazioni. A quel punto, rimosse le sanzioni, con una borghesia interna di nuovo saldamente al comando e con ampi tagli alla spesa pubblica il sistema si rimetterebbe in piedi con una crescita anche forte nella primissima fase. Peccato che significhi tornare al vecchio Venezuela. Succube degli USA e delle compagnie petrolifere, con ampissime differenze sociali e con la borghesia compradora saldamente al comando. E classe medie a ruota che riprendono il loro vecchio tenore di vita.

L’altro modo è invece quello di cominciare a porsi davvero il problema produttivo. In primis della produzione petrolifera che deve essere riattivata, con capitali e competenze tecniche, nel più breve tempo possibile. E successivamente anche di una produzione interna di sostituzione, assegnando magari un ruolo più ampio ad una industria manifatturiera che affianchi il petrolio come fonte di valuta pregiata estera. Anche questa opzione ha due possibili varianti. Una è quello dell’URSS anni ’20: industrializzazione forzata e crescita per linee interne. L’altra è quello cinese post anni ’70: apertura al mercato e ai capitali anche esteri ma in un contesto di forte centralizzazione politica, eliminazione dell’oligarchia compradora e dell’influenza coloniale statunitense. Entrambe le modalità rappresentano sfide enormi e difficilissime, data la situazione politica e l’enormità del compito per un paese piccolo, abituato e essere una petroeconomia, e sotto scacco politico. Ma non impossibili e comunque necessarie. Come è necessaria, e gli eventi di questi giorni lo certificano ancora più, una vera sovranità politica e l’eliminazione del ruolo delle vecchie oligarchie.

Fino a che la politica estera rimane dipendente e quella interna sottoposta ai veti delle vecchie elite, non è possibile nessuna alternativa, né quella “sovietica” né quella “cinese”: entrambe richiedono una reale indipendenza internazionale e un potere politico scevro da interessi parziali di chi fino ad oggi ha goduto di privilegi enormi impedendo un reale sviluppo economico del paese.

Il peronismo chavista, con i suoi indubbi pregi, è quindi di fronte ad una scelta. Trasformarsi in altro, con anche prezzi durissimi da pagare (sia lo sviluppo sovietico sia quello cinese hanno dovuto fare i conti con ostacoli apparentemente insormontabili, nel primo caso in termini di crisi produttiva iniziale nel settore agricolo, nel secondo di perdita del sistema di welfare legato alle comuni) oppure tirare a campare con l’evidente rischio che prima o poi il modello Washington riesca ad imporsi nonostante l’appoggio dell’esercito e la cialtronaggine dell’ultimo golpe.

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Articolo di Amos Pozzi per sakeritalia.it del 9 maggio 2019

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