Negli ultimi giorni ci sono state molte speculazioni su se le recenti proteste in corso nell’ex repubblica sovietica dell’Armenia costituiscano un’altra destabilizzazione in stile rivoluzione colorata di Washington, o se rappresentino semplicemente la rivolta rabbiosa di cittadini stufi della profonda corruzione e della mancanza di sviluppo economico sotto il regime del Primo Ministro Serž Sargysan. Dopo giorni di grandi proteste, l’ex presidente è stato costretto a dimettersi il 23 aprile, dichiarando: “Nikol Pashinyan aveva ragione. Mi sbagliavo”. L’Armenia è un membro integrante dell’Unione Economica Eurasiatica russa e se dovesse subire il controllo di un’opposizione filo-NATO questo potrebbe causare un problema strategico a Mosca, per dirla in modo gentile. Il problema è significativo.

Ironia della sorte, ciò che in teoria ha scatenato le proteste è stata l’azione di Sargysan per fare in effetti ciò che ha fatto Erdogan in Turchia, solo al contrario. Lui e il suo partito di maggioranza parlamentare sono riusciti a privare l’incarico di Presidente di quasi tutti i ruoli, tranne quelli cerimoniali, attribuendo poteri decisionali effettivi alla carica di Primo Ministro. Cosa che è riuscito a fare appena prima che egli stesso diventasse Primo Ministro. La reazione da Mosca alle proteste in corso fino ad ora è stata silenziosa, dopo la dichiarazione che non si farà coinvolgere negli affari interni armeni.

A questo punto, nonostante Sargysan abbia rassegnato le dimissioni da Primo Ministro e non si sia presentato come candidato per opporsi a Pashinyan nel voto del Parlamento del primo maggio, a Pashinyan è mancata la maggioranza necessaria per essere nominato Primo Ministro. Al momento della stesura di questo articolo ha chiesto un blocco totale del traffico e degli edifici governativi per mezzo di “atti pacifici di disobbedienza civile”. Alla folla riunita fuori del Parlamento dopo l’annuncio del voto fallito ha detto: “Domani verrà dichiarato lo sciopero generale. Blocchiamo tutte le strade, le comunicazioni, la metropolitana e gli aeroporti a partire dalle 08:15. La nostra lotta non può finire in un fallimento[in inglese].

Rivoluzione colorata?

Quali prove indicano un intervento diretto di Washington in un paese strategico per Mosca? Per prima cosa abbiamo la presenza stabilita di un ufficio a Erevan della Open Society Foundations-Armenia di George Soros. Mentre le proteste antigovernative il 17 aprile aumentavano di dimensioni, diverse ONG firmavano una lettera aperta al governo che avvertiva di aver identificato probabili disturbatori delle proteste, sostenuti dal governo, e metteva in guardia contro il loro schieramento contro i manifestanti pacifici.

La richiesta è stata firmata tra gli altri dal Comitato Helsinki per l’Armenia, parte dei Comitati Helsinki, che in parte è finanziato dalla Open Society Foundations di George Soros. La lettera è stata firmata anche dalla Open Society Foundations – Armenia di Soros [in inglese].

Lo scorso febbraio la OSF-Armenia di Soros ha annunciato un progetto congiunto con l’Unione Europea, ideato per “concentrarsi su giovani, attivisti e giornalisti. Servirà da ponte tra gli affermati difensori dei diritti umani in Armenia e le giovani generazioni di attivisti interessati ad acquisire maggiori competenze nella difesa dei diritti dei cittadini armeni[in inglese].

Un altro firmatario dell’avvertimento al governo armeno era una ONG armena che si fa chiamare Protezione dei Diritti senza Frontiere. Si scopre che anche quella ONG è finanziata non solo dalla OSF-Armenia di Soros, ma anche dall’UE e dall’USAID del Dipartimento di Stato, un’organizzazione che ho descritto nel mio ultimo libro, Destino Manifesto: La Democrazia come Dissonanza Cognitiva, che è spesso legata ai cambiamenti di regime e alle rivoluzioni colorate [in inglese] del governo degli Stati Uniti.

Il fatto che la Open Society Foundations – Armenia e altri abbiano firmato una dichiarazione direttamente legata agli eventi in corso sulle strade di Erevan, suggerisce almeno un interesse più che simbolico per le crescenti proteste.

Che dire del ruolo di altre ONG in Armenia con sede negli Stati Uniti? La principale ONG americana dedita ai cambiamenti di regime, la National Endowment for Democracy, creata, secondo Allan Weinstein, uno dei suoi fondatori, negli anni ‘80 per fare ciò che la CIA era solita fare solo privatamente, è diventata molto meno diretta nelle sue sovvenzioni. Tuttavia alcune ricerche rivelano che la NED ha finanziato anche numerosi programmi in Armenia, che vanno dalla promozione dello stato di diritto alla responsabilità governativa in Armenia, oltre a finanziare un programma del 2017 per i giornalisti armeni per mostrare “come la Georgia trae beneficio dalle sue associazioni con l’UE e come l’Armenia non raccoglie vantaggi simili dall’Unione Economica Eurasiatica[in inglese]. Con un’altra generosa donazione, il NED ha elargito oltre 40.000 dollari nel 2017, una cifra considerevole nella deprimente economia armena, per finanziare il quotidiano Armenian Times “per migliorare la qualità e aumentare la disponibilità di notizie indipendenti…” [in inglese]

Ora, se aggiungiamo alla presenza consolidata delle ONG finanziate da Washington il fatto che il Dipartimento di Stato USA sia stato attivamente in contatto con il leader dell’opposizione Nikol Pashinyan durante le recenti proteste, diventa ancora più probabile che stiamo assistendo a una variante delle rivoluzioni colorate di Washington. Il 30 aprile, il giorno prima del fatidico voto del Parlamento, l’Assistente Segretario di Stato del Dipartimento di Stato americano per gli Affari Europei ed Eurasiatici, A. Wess Mitchell, ha detto di aver avviato una discussione telefonica con il deputato dell’opposizione, Nikol Pashinyan. Nella sua dichiarazione ufficiale, Mitchell si è limitato a dichiarare che “il governo degli Stati Uniti non vede l’ora di lavorare a stretto contatto con il nuovo governo in Armenia, con l’obiettivo di approfondire ulteriormente le relazioni decennali armeno-americane[in inglese].

Wess Mitchell siede nel ruolo ricoperto durante la presidenza Obama dalla famigerata istigatrice neoconservatrice della rivoluzione colorata in Ucraina, Victoria Nuland. Sembra che lui sia in continuità con la Nuland. Mitchell è arrivato al suo incarico nel Dipartimento di Stato nel 2017, da un ente chiamato Centro per l’Analisi delle Politiche Europee (CEPA), di cui è stato amministratore delegato e che ha effettivamente fondato. Ora le cose si fanno interessanti.

Il CEPA, un think tank di Washington fondato nel 2004, all’epoca in cui gli Stati Uniti erano coinvolti nella Rivoluzione Arancione ucraina, afferma che la sua missione è “promuovere un’Europa centrale e orientale economicamente vivace, strategicamente sicura e politicamente libera, con legami stretti e duraturi con gli Stati Uniti”. Un importante programma del CEPA è “dedicato al monitoraggio e all’esposizione della disinformazione russa nei paesi dell’Europa centrale e orientale”.

L’Assistente Segretario di Stato Mitchell proviene da un gruppo di esperti anti-russi di Washington i cui finanziatori includono la NATO, il Dipartimento della Difesa statunitense, la National Endowment for Democracy, i maggiori colossi dell’industria militare tra cui Lockheed Martin, Raytheon, Boeing, BAE Systems, Bell Helicopter [in inglese]. In particolare, dopo un articolo dell’agenzia statale RT sul finanziamento della CEPA, sembra che quella parte del loro sito web sia svanita nel cyber-nirvana.

Oltre al russofobo Mitchell, in contatto con il leader dell’opposizione Nikol Pashinyan c’è l’Ambasciatore degli Stati Uniti in Armenia, Richard Mills, ex “Consulente per la Democrazia” Scelto (sic) presso l’ambasciata americana in Iraq, che deve il suo lavoro a Victoria Nuland, che secondo quanto riferito ha portato Mills a Erevan per aiutare a portare l’Armenia, come l’Ucraina, nella sfera statunitense e lontano dalla Russia. Secondo quanto riferito, Mills ha svolto un ruolo chiave nel negoziare la vendita del complesso armeno Vorotan Hydro alla società americana che ha innescato un fallito tentativo nel 2015 di una rivoluzione colorata per il conseguente aumento del 16% dei prezzi dell’elettricità. Le ONG finanziate dagli Stati Uniti hanno sostenuto che la ragione principale dell’aumento dell’elettricità era la Russia, la cui Gazprom domina il mercato energetico armeno. Le proteste sono state diffuse utilizzando l’hashtag #ElectricYerevan [in inglese].

Questa volta tutte le indicazioni puntano ad un remake molto più raffinato di una rivoluzione colorata americana, questa volta con un leader credibile, il giornalista 42enne e reduce dal carcere a causa delle precedenti azioni anti-governative Pashinyan. Pashinyan è stato prudente nel dichiarare che, se fosse stato nominato Primo Ministro, non avrebbe portato l’Armenia fuori dall’Unione Economica Eurasiatica russa. L’1 maggio ha dichiarato: “Consideriamo la Russia un alleato strategico, il nostro movimento non creerà minacce a questo stato di cose… Se sarò eletto [come Primo Ministro], l’Armenia rimarrà membro dell’Unione Economica Eurasiatica e dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva[in inglese].

In questo frangente è chiaro, nonostante le parole rassicuranti di Nikol Pashinyan, che gli eventi armeni non sono affatto una buona notizia per Mosca, le cui opzioni dirette sono per il momento limitate.

Perché l’Armenia?

L’Armenia è un alleato strategico di Mosca sin dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991. Confina con due paesi ostili: l’Azerbaigian e la Turchia. I suoi altri vicini sono l’Iran e la Georgia. Con la precaria situazione in Georgia da quando gli Stati Uniti hanno organizzato una rivoluzione colorata nel 2003, portando al potere Mikheil Saak’ashvili, se l’Armenia subisse l’influenza di un leader determinato a strappare il paese dalla dipendenza russa, suo principale partner commerciale e investitore, questo si tradurrebbe in una sorta di guerra civile.

Già ci sono voci in Azerbaigian che anticipano con gioia un simile risultato. Il primo maggio, quando il Parlamento armeno si è rifiutato di votare Pashinyan come Primo Ministro, il membro del Parlamento azero Gudrat Hasanguliyev ha avvertito che la situazione in Armenia potrebbe trasformarsi in una guerra civile. Ha insistito sul fatto che l’Azerbaigian dovrebbe essere pronto ad usare una simile guerra civile come un’opportunità per riprendersi il secessionista Nagorno Karabakh, la cui popolazione è in maggioranza armena [in inglese].

Nel 1994 dopo la fine della guerra, mediata dalla Russia, tra l’esercito azero sostenuto dagli Stati Uniti e l’Armenia, l’enclave del Nagorno Karabakh ha goduto di un teso cessate il fuoco. È stato interrotto brevemente nel 2016, quando le forze azere hanno tentato un’occupazione militare del Nagorno Karabakh prima di essere costrette a fare marcia indietro.

A questo punto tutte le prove suggeriscono che c’è la mano sporca delle ONG e del Dipartimento di Stato USA che spinge per approfittare del malcontento interno in Armenia, così da indebolire ulteriormente la Russia e la sua Unione Economica Eurasiatica, creando come minimo disordine e caos in Armenia. Se le cose stanno così sarà chiaro abbastanza presto.

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Articolo di F. William Engdahl pubblicato su Katehon l’8 maggio 2018.
Traduzione in italiano a cura di Raffaele Ucci per SakerItalia.

[le note in questo formato sono del traduttore]

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