Scrivono Nancy Lindisfarne e Jonathan Neale: negli Stati Uniti e in Gran Bretagna sono scritte un sacco di sciocchezze sull’Afganistan. La maggior parte di esse nasconde importanti verità.

Primo, i talebani hanno sconfitto gli Stati Uniti.

Secondo, i talebani hanno vinto perché hanno un maggiore sostegno popolare.

Terzo, non si tratta del fatto che la maggioranza degli afgani ama i talebani. Il fatto è che l’occupazione americana è stata crudele e corrotta in maniera insopportabile.

Quarto, negli Stati Uniti anche la Guerra al Terrore ha subito una sconfitta politica. La maggioranza degli americani ora sostiene il ritiro dall’Afganistan e si oppone ad altre guerre.

Quinto, è un punto di svolta nella storia mondiale. La più grande potenza militare al mondo è stata sconfitta da un paese piccolo e disperato. Il che indebolisce il potere dell’Impero americano in tutto il globo.

Sesto, la retorica del salvare le donne afgane è stata abbondantemente utilizzata per giustificare l’occupazione, e molte femministe in Afganistan hanno scelto di stare dalla parte degli occupanti. Il risultato è una tragedia per il femminismo.

Quest’articolo spiega questi punti. Essendo uno scritto breve, ci soffermiamo più sulle affermazioni che non sulle prove a loro sostegno. Tuttavia, nel fare ricerca antropologica sul campo quasi cinquant’anni fa, abbiamo già scritto abbondantemente su genere, politica e guerra in Afganistan. Alla fine dell’articolo si trovano riferimenti a tutto questo lavoro di ricerca, così che il lettore possa approfondire le nostre argomentazioni.

 

Una vittoria militare

Per i talebani è una vittoria militare e politica. Militare, perché i talebani hanno vinto la guerra. Per almeno due anni le forze governative afgane (l’esercito e la polizia) hanno avuto più morti e feriti ogni mese più di quanto fossero in grado di reclutare. Così, le forze si sono ridotte.

Durante gli ultimi dieci anni i talebani sono giunti a controllare sempre più villaggi e città. Negli ultimi dodici giorni hanno conquistato tutte le città.

Non è stata un’avanzata fulminante, prima sulle città e poi su Kabul. Chi ha conquistato ciascuna città era stanziato nelle vicinanze per lungo tempo, nei villaggi circostanti, attendendo il momento propizio. È cruciale che nel Nord del paese i talebani siano riusciti a reclutare in maniera constante tagiki, uzbeki e altri.

Per i talebani è anche una vittoria politica. Non esiste guerriglia armata che possa ottenere una vittoria di questo genere senza il sostegno popolare.

A dire il vero forse non si può parlare di vero e proprio sostegno. Gli afgani hanno dovuto fare una scelta di campo, e sono stati di più chi ha scelto i talebani rispetto a quelli che si sono schierati con gli occupanti americani. Certamente non si tratta di tutti gli afgani, ma è comunque la loro maggioranza.

Sono stati di più gli afgani che hanno preferito i talebani invece del governo del presidente Ashraf Ghani. Di nuovo, non si tratta di tutti gli afgani, semplicemente di più di quanti sostengono Ghani. E più afgani hanno scelto i talebani piuttosto che i vecchi signori della guerra. Le sconfitte di Dostum nel Sheberghan e di Ismail Khan a Herat lo provano in maniera lampante.

I talebani del 2001 erano per la stragrande maggioranza di etnia pashtun, e la loro politica era basata sullo sciovinismo pashtun. Nel 2021 sono stati i combattenti talebani di molte etnie ad assumere il potere nelle aree prevalentemente uzbeke e tagike.

Un’importante eccezione sono le aree prevalentemente Hazara nei monti centrali, un punto sul quale torneremo più avanti.

Certamente non tutti gli afgani hanno scelto il campo talebano. Non è solo una guerra contro gli invasori stranieri, ma anche una guerra civile. Molti hanno combattuto per gli americani, per il governo o per i signori della guerra. In numero ancora più grande è sceso a compromessi con entrambe le parti pur di sopravvivere. E molti altri ancora non sapevano da che parte stare e hanno atteso, con paura mista a speranza, di vedere cosa sarebbe successo.

Essendo una sconfitta militare per il potere americano, ogni appello a Biden affinché faccia questa o quell’altra cosa è semplicemente sciocco. Se le truppe americane fossero rimaste in Afganistan, avrebbero dovuto arrendersi o morire. Sarebbe stata un’umiliazione ancora più grande per il potere americano. Biden, come Trump prima di lui, non aveva più altra scelta.

 

Perché così tanti afgani hanno scelto i talebani.

Il fatto che la maggioranza degli afgani abbiano scelto i talebani non significa necessariamente che siano del tutto dalla loro parte. Significa invece che, di fronte ad un numero limitato di scelte, hanno preferito questa. Come mai?

La risposta breve è che i talebani sono l’unica organizzazione politica di rilievo che combatte l’occupazione americana, e la maggioranza degli afgani è arrivata ad odiare quell’occupazione.

Non è stato sempre così. Dopo l’11 settembre gli Stati Uniti mandarono in Afganistan dei bombardieri e qualche soldato. Gli americani godevano dall’appoggio delle forze dell’Alleanza del Nord, una coalizione di signori della guerra non-pashtun nel nord del paese. Ma i soldati e i leader dell’alleanza non erano pronti a combattere a fianco degli americani. Vista la lunga storia afgana di resistenza all’invasione straniera, la più recente quella sovietica dal 1980 al 1987, sarebbe stato considerato una vergogna.

D’altra parte, però, quasi nessuno era pronto a combattere per difendere il governo talebano allora al potere. Le truppe dell’Alleanza del Nord e i talebani si affrontavano in una guerra che era solo di facciata. Poi, gli Stati Uniti, i britannici e i loro alleati stranieri iniziarono con i bombardamenti.

L’esercito e i servizi segreti pakistani negoziarono la fine dello stallo. Agli Stati Uniti sarebbe stato concesso di insediarsi a Kabul e di scegliere un loro presidente. In cambio ai talebani, leader e truppa, sarebbe stato concesso di rientrare nei loro villaggi, oppure di andare in esilio ai confini con il Pakistan.

Quest’accordo sotto banco non fu dichiarato negli Stati Uniti e in Europa, per ovvie ragioni, ma noi ne parlammo, e in Afganistan era ampiamente noto.

La migliore prova di quest’accordo sta in quel che accadde dopo. Per due anni non ci fu resistenza all’occupazione americana. Nessuna, in alcun villaggio. Molte migliaia di ex talebani restarono nei loro villaggi.

È qualcosa di straordinario. Si pensi alla differenza con l’Iraq, dove la resistenza era diffusa già dall’inizio dell’occupazione nel 2003, o all’invasione sovietica del 1979, che dovettero affrontare l’identico muro di rabbia.

La ragione non è semplicemente che i talebani non combattevano. Più che altro, la gente ordinaria, anche nelle roccaforti talebane del sud, sperava che l’occupazione americana potesse portare pace e sviluppo economico e con queste la fine di una terribile povertà.

La pace fu un punto cruciale. Al 2001 gli afgani erano intrappolati in guerra ormai da ventitré anni: prima una guerra civile tra comunisti e islamisti, poi tra islamisti e invasori sovietici, poi ancora tra islamisti e signori della guerra, ed infine la guerra nel nord tra islamisti e i talebani.

Ventitré anni di guerra significano morte, mutilazioni, esilio e campi profughi, povertà, dolore e lutti di ogni tipo, paura e ansia infinite. Il miglior libro su come si fossero sentiti è forse “Love and War in Afghanistan” (2005) di Klaits e Gulmanadova Klaits. La gente bramava la pace. Nel 2001 persino chi stava con i talebani avrebbe preferito una cattiva pace rispetto a una buona guerra.

In più, gli Stati Uniti erano ricchissimi. Gli afgani pensavano che l’occupazione avrebbe portato sviluppo e affrancamento dalla povertà.

 

Gli afgani aspettarono. L’America non portò pace ma guerra.

L’esercito statunitense e quello britannico insediarono loro basi nei villaggi e nelle cittadine delle roccaforti talebane, aree prevalentemente pashtun del sud est. Queste unità non furono informate dell’accordo informale negoziato tra gli americani e i talebani. Né potevano esserlo stati, perché il governo Bush ne sarebbe uscito svergognato. Così, le unità americane videro la loro missione come quella di eliminare ciò che rimaneva dei “cattivi”, che, ovviamente, erano ancora lì.

I raid notturni fatti di porte sfondate umiliavano e terrificavano le famiglie, prelevavano gli uomini per essere torturati affinché informassero sugli altri “cattivi”. Fu qui, oltre che in altri posti segreti in tutto il mondo, che l’esercito e i servizi segreti americani svilupparono nuove tecniche di tortura, alcune delle quali vennero rivelate al mondo in quanto applicate ad Abu Ghraib, la prigione americana in Iraq.

Molti tra i prigionieri erano talebani non combattenti. Altri erano semplicemente stati traditi agli americani da nemici locali che bramavano le loro terre, oppure che avevano motivi di rancore nei loro confronti.

Le memorie del soldato americano Johnny Rico “Blood Makes the Grass Grow Green” raccontano bene quello che successe dopo. I parenti oltraggiati e la gente dei villaggi iniziò a sparare nel buio agli americani. I militari americani sfondarono più porte e torturarono più uomini. La gente sparò di più e gli americani iniziarono con i bombardamenti aerei che ammazzavano sempre più famiglie.

La guerra nel sud e nell’est del paese era ritornata.

 

Disuguaglianza e corruzione in ascesa verticale.

Gli afgani avevano sperato in uno sviluppo a beneficio sia dei ricchi sia dei poveri. Sembrava una cosa ovvia e semplice da ottenere ma non avevano capito la politica estera americana. E non sapevano quanto l’1% degli Stati Uniti fosse impegnato ad accrescere le disuguaglianze.

L’Afganistan fu inondato dai soldi americani, ma questi andarono alla gente del nuovo governo guidato da Hamid Karzai. Andarono a chi lavorava con gli americani e alle truppe di occupazione di altri paesi.  E andarono ai signori della guerra e alle loro corti, tutti strettamente coinvolti nel traffico internazionale di oppio ed eroina facilitato dalla CIA e dall’esercito pakistano. Denaro americano finì anche a chi era già abbastanza fortunato da possedere lussuose e ben difese case a Kabul, da affittare al personale occupante straniero. Andò a uomini e donne che lavoravano in ONG finanziate dall’estero.

Ovviamente tutti questi gruppi si sovrapponevano.

Gli afgani erano da molto tempo abituati alla corruzione. Se la aspettavano come norma e la odiavano allo stesso tempo, ma adesso la sua portata era senza precedenti. Negli occhi degli afgani poveri e di quelli con redditi medio-bassi, questa nuova oscena ricchezza era corruzione, a prescindere da com’era stata guadagnata.

Negli ultimi dieci anni i talebani hanno offerto due cose al paese. La prima è che non sono corrotti, così come non lo erano prima del 2001. Sono l’unica forza politica della quale si possa dirlo.

Significativamente, nelle aree rurali sotto il loro controllo i talebani hanno amministrato la giustizia in modo onesto. La loro reputazione era tale che in tanti casi entrambe le parti in giudizio, dalle città si rivolgevano di comune accordo ai giudici talebani nelle campagne. Questo è perché si tratta di una giustizia agile, poco costosa e onesta, che non richiede lo sborso d’ingenti mazzette. Poiché funziona, questa giustizia va bene a entrambe le parti.

Per quelli nelle aree controllate dai talebani, una giustizia equa è stata anche una forma di protezione dall’ineguaglianza. Quando possono comprarsi i giudici, i ricchi possono fare ai poveri quello che vogliono. La terra era l’elemento centrale. Uomini ricchi e potenti, signori della guerra e funzionari governativi potevano appropriarsi della terra dei piccoli agricoltori con l’imbroglio o il furto, e opprimere gli ancora più poveri mezzadri. Ma a tutti appariva chiaro che i giudici talebani intendevano giudicare in favore dei più poveri.

Gli odi per la corruzione, per la disuguaglianza e per l’occupazione diventarono tutt’uno.

 

20 anni dopo

2001, sono vent’anni da quando i talebani caddero sotto gli americani dopo l’11 settembre. Enormi cambiamenti sono avvenuti all’interno dei movimenti di massa negli ultimi vent’anni di guerra e di crisi. I talebani hanno imparato e sono cambiati. Non potrebbe essere altrimenti. Molti afgani, e molti esperti stranieri hanno rilasciato commenti su questo. Giustozzi ha utilizzato l’utile espressione di neo-talebani. [2]

Questo cambiamento, così com’è stato presentato pubblicamente, ha molte sfaccettature. I talebani hanno capito che lo sciovinismo pashtun è stato un grosso punto debole. Ora loro enfatizzano che sono musulmani, fratelli di tutti gli altri musulmani, e che vogliono ed hanno il sostegno dei musulmani di molti gruppi etnici.

Ma nel corso degli ultimi cinque anni c’è stata un’amara separazione nelle forze talebane. Una minoranza di combattenti e sostenitori talebani si è alleata con lo Stato Islamico. La differenza è che lo Stato Islamico lancia attacchi terroristici contro sciiti, sikh e cristiani. I talebani in Pakistan fanno lo stesso, e così fà la piccola rete Haqqani sponsorizzata dai servizi segreti pakistani. Ma la maggioranza talebana è stata compatta nel condannare questi attacchi.

Ritorneremo su questa divisione in seguito, perché ha implicazioni su quello che succederà in seguito.

I nuovi talebani hanno anche enfatizzato la loro attenzione per i diritti delle donne. Dicono di accogliere musica, video e hanno moderato gli aspetti più severi e puritani della loro precedente amministrazione. E adesso stanno dichiarando da più parti di voler governare in pace, senza vendette contro le persone del vecchio regime.

Quanto di questo sia propaganda, e quanto sia vero, è difficile da dire. Inoltre, quello che capiterà è profondamente dipendente da cosa accadrà all’economia, e dalle azioni delle potenze straniere. Su questo, ritorneremo in seguito. Il nostro punto qui è che gli afgani hanno ragioni per scegliere i Talebani rispetto agli americani, i signori della guerra e il governo di Ashraf Ghani.

 

E a proposito del salvataggio delle donne afgane?

Molti lettori staranno ora chiedendosi insistentemente, “E le donne afgane?”. La risposta non è semplice.

Dobbiamo cominciare a tornare indietro agli anni ‘70. In tutto il mondo, particolari sistemi di disuguaglianza di genere sono correlati con particolari sistemi di disuguaglianza di classe. L’Afganistan non faceva differenza.

Nancy fece un lavoro antropologico sul campo con le donne pashtun e con uomini nel nord del paese nei primi anni ‘70. Vivevano di agricoltura e di allevamento di bestiame. Il libro di Nancy che ne è conseguito, “Bartered brides: Politics and Marriage in a Tribal Society[Spose barattate: politica e matrimonio in una società tribale], spiega le connessioni tra classi, genere e divisioni etniche a quel tempo. E se volete conoscere cosa pensassero quelle stesse donne a proposito delle loro vite, problemi e gioie, Nancy e il suo ex partner Richard Tapper hanno recentemente pubblicato “Afghan Village Voices[Voci del villaggio afgano], una traduzione di molti degli scritti che, sul campo, le donne e gli uomini fecero per loro.

La realtà era complessa, amara, opprimente e piena di amore. In quel profondo senso, non era diversa dalle complessità di sessismo e classe negli Stati Uniti. Ma la tragedia del successivo mezzo secolo avrebbe cambiato molto di quello. Quella lunga sofferenza produsse il particolare sessismo dei talebani, che non è un prodotto automatico della tradizione afgana.

La storia di questo nuovo cambiamento comincia nel 1978. Quando iniziò la guerra civile tra il governo comunista e la resistenza islamista dei mujaheddin. Gli islamisti stavano vincendo, così l’Unione Sovietica fece un’invasione verso la fine del 1979 per sostenere il governo comunista. Seguirono sette anni di guerra brutale tra i sovietici e i mujaheddin. Nel 1987 le truppe sovietiche se ne andarono, sconfitte.

Quando vivevamo in Afganistan, all’inizio degli anni ‘70, i comunisti erano tra le persone migliori. Erano guidati da tre passioni. Volevano sviluppare il paese. Volevano rompere il potere dei grandi proprietari terrieri e condividerne le terre. E volevano l’uguaglianza per le donne.

Ma nel 1978 i comunisti assunsero il potere con un golpe militare, guidato da ufficiali progressisti. Non si erano guadagnati il sostegno politico della maggioranza dei villaggi, in un paese per stragrande parte rurale. Il risultato fu che gli unici modi con cui potevano affrontare la resistenza islamista nelle campagne erano gli arresti, le torture, i bombardamenti. Più l’esercito a guida comunista compiva queste crudeltà, più la rivolta cresceva.

Poi l’Unione Sovietica invase per puntellare i comunisti. Le loro principali armi erano i bombardamenti aerei, e la maggior parte del paese divennero poligoni di tiro. Tra mezzo milione e un milione di afgani furono uccisi. Almeno un altro milione rimase mutilato a vita. Tra sei e otto milioni furono condotti in esilio in Iran e Pakistan e più di un milione divennero rifugiati interni. Tutto questo in un paese di venticinque milioni di abitanti.

Quando giunsero al potere, la prima cosa che i comunisti cercarono di fare fu la riforma agraria e la legislazione per i diritti delle donne. Quando i russi invasero, la maggioranza dei comunisti si schierò con loro. Molti di questi comunisti erano donne. Il risultato fu di macchiare il nome del femminismo con il supporto a tortura e massacri.

Immaginate se gli Stati Uniti fossero invasi da una potenza straniera che uccidesse tra i 12 ed i 24 milioni di americani, torturasse persone in tutte le città, e conducesse in esilio 100 milioni di americani. Immaginate anche che quasi tutte le femministe negli Stati Uniti sostenessero gli invasori. Dopo questa esperienza, come pensate che la maggior parte degli americani si sentirebbe di fronte ad una seconda invasione di una potenza straniera, o a proposito del femminismo?

Come pensate si sentano molte donne afgane di fronte ad un’altra invasione, questa volta da parte degli americani, giustificata dal bisogno di salvare le donne afgane? Ricordate, quelle statistiche in merito alle morti, le menomazioni ed i rifugiati sotto l’occupazione sovietica non sono numeri astratti. Erano donne vive, e i loro figli e figlie, mariti, fratelli e sorelle, madri e padri.

Così quando l’Unione Sovietica se ne andò, molte persone tirarono un sospiro di sollievo. Ma poi i leader locali della resistenza mujaheddin contro i comunisti e gli invasori divennero signori della guerra locali, e combatterono l’uno contro l’altro per il bottino di guerra. La maggioranza degli afgani aveva dato appoggio ai mujaheddin, ma ora erano disgustati dalla loro avidità, la corruzione e l’infinita e inutile guerra.

 

La classe sociale e il passato da rifugiati dei talebani.

Nell’autunno del 1994, i talebani arrivarono a Kandahar, una città a maggioranza pashtun, la più grande nel sud dell’Afganistan meridionale. I talebani non somigliavano a nulla di visto prima nella storia afgana, erano il prodotto di due innovazioni tipiche del XX secolo, i bombardamenti aerei e i campi di rifugiati in Pakistan. Appartenevano ad una classe sociale differente rispetto alle élite che avevano governato l’Afganistan.

I comunisti sono stati figli e figlie della classe media urbana e degli agricoltori di medio livello nelle campagne con abbastanza terra da badare a se stessi. Erano guidati da gente che aveva frequentato l’unica università del paese a Kabul. Volevano infrangere il sistema di potere dei grandi proprietari terrieri e modernizzare il paese.

Gli islamisti che hanno combattuto i comunisti erano uomini di simile estrazione sociale, e principalmente ex studenti della stessa università. Anch’essi volevano modernizzare il paese, ma in un modo differente, s’ispiravano alle idee della Fratellanza Islamica e dell’Università Al-Alzhar del Cairo.

La parola “talebano” significa studente di una scuola islamica, non di una scuola statale o di una università. I combattenti talebani che entrarono a Kandahar nel 1994 erano giovani uomini che avevano studiato nelle scuole islamiche gratuite all’interno dei campi profughi in Pakistan. Da bambini, non avevano nulla.

I capi talebani erano mullah di villaggi afgani. Non avevano le connessioni elitarie di molti mullah delle moschee di città. I mullah dei villaggi sapevano leggere, ed erano rispettati dagli altri abitanti dei villaggi. Ma il loro status sociale era inferiore a quello di un proprietario terriero, o di un diplomato alle scuole superiori in un ufficio governativo.

I talebani erano guidati da un comitato di dodici uomini. Tutti e dodici avevano perso una mano, un piede o un occhio in seguito alle bombe sovietiche durante la guerra. I talebani erano, tra le altre cose, il partito dei poveri e dei medi uomini dei villaggi pashtun. [3]

Vent’anni di guerra avevano lasciato Kandahar senza legge e alla mercé delle milizie armate. Il punto di svolta arrivò quando i talebani diedero la caccia ad un comandante locale che aveva stuprato un ragazzo e due (forse tre) ragazze. I talebani lo catturarono e lo impiccarono. Quello che colpì del loro intervento non fu solo la loro determinazione nel porre fine a una faida omicida e nel ripristinare la dignità e la sicurezza delle persone, ma anche il loro disgusto verso l’ipocrisia degli altri islamisti.

All’inizio, i talebani erano finanziati da sauditi, statunitensi e dai militari pakistani. Washington voleva un paese pacifico che potesse ospitare oleodotti e gasdotti dall’Asia Centrale. I talebani si sono affermati perché non tolleravano eccezioni alle richieste che cercavano di imporre, e per la severità con cui imponevano le regole.

Molti afgani erano grati per il ritorno dell’ordine e di un minimo di sicurezza, ma i talebani erano settari e incapaci di controllare il territorio e, nel 1996, gli americani ritirarono il loro sostegno. Quando fecero questo, si occuparono di rilasciare una nuova e mortale versione d’islamofobia nei confronti dei talebani.

Quasi dal giorno alla notte, le donne afgane furono rappresentate senza speranza e oppresse, mentre gli uomini afgani, cioè i talebani, erano esecrati come fanatici selvaggi, pedofili e sadici patriarchi, quasi non umani.

Per quattro anni prima dell’11 Settembre, i talebani erano presi di mira dagli americani, mentre le femministe e altri gruppi chiedevano a gran voce la protezione delle donne afgane. A quel tempo, i bombardamenti americani ebbero inizio, e tutti dovevano capire che la donna afgana aveva bisogno di aiuto. Che cosa poteva andare storto?

 

L’11 Settembre e la guerra americana.

I bombardamenti cominciarono il 7 ottobre. In pochi giorni i talebani furono costretti a nascondersi, o erano letteralmente castrati, come fu rappresentato da una foto sulla copertina del Daily Mail. Le immagini pubblicate sulla guerra erano davvero forti nella violenza e nel sadismo che rappresentavano. Molti in Europa rimasero stupiti dalla scala dei bombardamenti e dalla grande incuria per le vite. [4]

Ma nonostante ciò, quell’autunno negli Stati Uniti, la mistura di patriottismo e vendetta silenziava le voci contrarie, rare e, per la maggior parte, non udibili. Domandatevi, come Saba Mahmood fece al tempo “Perché le condizioni di una guerra (migrazioni, militarizzazione) e la fame (sotto i mujaheddin) sono considerate meno offensive per una donna rispetto (sotto i talebani) alla mancanza d’istruzione, d’impiego, e, principalmente nella campagna dei media, dei vestiti occidentali?” [5]

Poi domandatevi con ancora maggior forza, com’è possibile salvare le donne afgane bombardando una popolazione civile che comprendeva, con le donne stesse, i loro bambini, i mariti, i padri, i fratelli? Avrebbe dovuto essere la domanda che poneva fine all’argomento, invece no.

L’espressione migliore di femminismo islamofobo venne poco più di un mese dopo l’inizio della guerra. Una guerra di vendetta molto ineguale non sembra molto buona agli occhi del mondo, quindi era meglio fare qualcosa che sembrasse virtuoso. Prima della festività americana del Giorno del Ringraziamento, il 17 novembre 2001, Laura Bush, la moglie del presidente, denunciò a gran voce le difficoltà delle afgane coperte dal velo. Cherie Blair, la moglie del Primo Ministro britannico, le fece eco con i propri sentimenti alcuni giorni dopo. Queste ricche mogli di guerrafondai utilizzavano tutto il peso del paradigma orientalista per incolpare le vittime e giustificare una guerra contro uno dei popoli più poveri del mondo. E “Salvare le donne afgane” divenne il motivo ricorrente di molte liberali femministe per giustificare la guerra. [6]

Con l’elezione di Obama, nel 2008, il coro dell’islamofobia divenne egemonico tra i liberali americani. In quell’anno, la coalizione americana contro la guerra si dissolse per aiutare la campagna di Obama. I democratici e le femministe che sostenevano la guerrafondaia Hillary Clinton come Segretario di non potevano accettare la realtà che entrambe le guerre in Iraq e in Afganistan fossero guerre per il petrolio. [7]

Avevano una sola giustificazione per le infinite guerre del petrolio, la sofferenza delle donne afgane. La scusa femminista era uno stratagemma intelligente. Precludeva paragoni tra le indubbie regole sessiste dei talebani e il sessismo negli Stati Uniti. Ancora molto più scioccante, la scusa femminista nascondeva le verità scomode di una guerra grossolanamente diseguale. E separava quelle “donne da salvare” da quelle decine di migliaia di donne afgane, di uomini e di bambini uccisi, feriti, diventati orfani oppure senza tetto e affamati dalle bombe americane.

Molti dei nostri amici e familiari in America sono femministi che hanno creduto in buona fede a questa propaganda. Ma gli fu chiesto di sostenere quella che era una ragnatela di bugie, una perversione del femminismo. Era il femminismo dell’invasore e della corruzione dell’élite governante. Era il femminismo dei torturatori e dei droni.

Noi crediamo che un altro femminismo sia possibile.

Rimane comunque vero che i talebani sono profondamente sessisti. Il sessismo ha vinto in Afghanistan. Ma non doveva essere per forza in quel modo.

I comunisti schieratisi con le crudeltà degli invasori sovietici hanno screditato il femminismo in Afganistan per almeno una generazione. Ma poi gli Stati Uniti hanno invaso, e una nuova generazione di donne afgane si è schierata con i nuovi invasori per provare a far vincere i diritti delle donne. Anche il loro sogno è finito nel collaborazionismo, nella vergogna e nel sangue. Alcune erano di certo arriviste, naturalmente, e si riempivano la bocca di banalità in cambio di soldi. Ma molte altre erano motivate da un sogno onesto e senza secondi fini. Il loro fallimento è tragico.

 

Stereotipi e confusione

Fuori dall’Afganistan, c’è una grande girandola confusa di stereotipi sui talebani elaborati negli ultimi venticinque anni. Ma pensandoci bene, quando si sentono gli stereotipi che dicono che loro sono feudali, brutali e primitivi, questa è gente con computer portatili, che ha negoziato con gli americani in Qatar negli ultimi quattordici anni.

I talebani non sono i prodotti di tempi medievali. Sono il prodotto di alcuni dei peggiori tempi della fine del ventesimo secolo e all’inizio del ventunesimo secolo. Se guardano indietro in qualche modo a un tempo migliore immaginato, questo non è sorprendente, sono stati plasmati dalla vita sotto i bombardamenti aerei, i campi profughi, il comunismo, la guerra del terrore, gli interrogatori intensificati, il cambiamento climatico, la politica di Internet e la spirale di disuguaglianza del neoliberismo.

Anche le loro radici in una società tribale possono confondere. Ma come argomenta Richard Tapper, le tribù non sono istituzioni ataviche. Sono il modo in cui i contadini in questa parte del mondo organizzano il loro rapporto con lo stato. E la storia dell’Afganistan non è mai stata semplicemente una competizione tra gruppi etnici ma, piuttosto, un complesso di alleanze tra vari gruppi e divisioni interne ai gruppi.

C’è un castello di pregiudizi a sinistra che inclina alcune persone a chiedersi come possano essere i talebani dalla parte dei poveri e degli anti-imperialisti se non sono “progressisti”. Lasciamo stare per un momento che la parola “progressista” non significa nulla. Sicuramente i talebani sono ostili al socialismo e al comunismo. Loro stessi, o i loro genitori e i loro nonni sono stati torturati e uccisi dai socialisti e dai comunisti. Inoltre, ogni movimento che ha combattuto una guerriglia per vent’anni e ha sconfitto un grande impero è anti-imperialista, oppure tutte queste parole non hanno senso.

La realtà è quella che è. I talebani sono un movimento di poveri contadini, contro le occupazioni imperialiste, profondamente misogini, sostenuti da molte donne, qualche volta razzisti e settari, e qualche volta no. È un pacchetto di contraddizioni prodotto dalla storia.

Un’altra fonte di confusione è la politica di classe talebana. Come possono essere dalla parte dei poveri, come ovviamente sono, e così fermamente opposti al socialismo? La risposta è che l’esperienza dell’occupazione russa ha tolto la possibilità della formulazione socialista delle classi. Ma questo fatto non ha cambiato la realtà delle classi. Nessuno ha mai formato un movimento di massa tra i poveri contadini riuscendo poi ad assumere il potere senza essere visto come un movimento dalla parte dei poveri.

I talebani non hanno parlato con il linguaggio delle classi, ma con quello della giustizia e della corruzione. Queste parole descrivono la stessa parte.

Nulla di questo dice che i talebani governeranno necessariamente nell’interesse dei poveri. Abbiamo visto abbastanza rivolte dei contadini giungere al potere nell’ultimo secolo e più indietro, solo per diventare governi delle élites urbane. E niente di questo dovrebbe distrarre dalla verità del fatto che i talebani intendono diventare dittatori, non democratici.

 

Un cambiamento storico in America

La caduta di Kabul marca una sconfitta decisiva per il potere americano nel mondo. Ma marca anche, o rende più chiaro, un allontanamento dell’Impero americano dagli americani.

Un’evidenza schiacciante si trova nei sondaggi di opinione. Nel 2001, subito dopo l’11 Settembre, tra l’85% e il 90% degli americani approvava l’invasione dell’Afganistan. I numeri sono calati costantemente. L’ultimo mese, il 62% degli Americani ha approvato il piano di Biden per un totale ritiro delle truppe, e il 29% era contrario.

Questo rifiuto della guerra è comune sia nella destra sia nella sinistra. La base della classe lavoratrice del partito repubblicano e Trump sono contro le guerre straniere. Molti soldati vengono dalle aree rurali del sud, dove Trump è forte. Sono contro ogni nuova guerra, per questo loro e quelli che loro amavano che hanno fatto il servizio militare sono morti o sono rimasti feriti.

L’ala destra del patriottismo in America è ora pro-militare, ma questo significa pro-soldati, non pro-guerra. Quando dicono “Make America great again”, loro intendono che l’America non è grande adesso per gli Americani, non che gli Stati Uniti dovrebbero essere più coinvolti nel mondo.

Anche tra i democratici la base delle classi lavoratrici è contro le guerre.

Ci sono persone che sostengono nuovi interventi militari. Sono i democratici di Obama, i repubblicani di Romney, i generali, molti professionisti liberali e conservatori, e quasi tutti sono nelle élites di Washington. Ma l’intero popolo americano, e specialmente la classe lavoratrice, i neri, i marroni e i bianchi si sono rivoltati contro l’Impero Americano.

Dopo la caduta di Saigon, il governo americano è stato incapace di lanciare operazioni militari nei seguenti cinquant’anni. Potrebbe passare ancora più tempo dopo la caduta di Kabul.

 

Le conseguenze internazionali

Dal 1918, 103 anni fa, gli Stati Uniti sono stati la nazione più potente al mondo. Ci sono state potenze competitrici, prima la Germania e il Giappone, poi l’Unione Sovietica e ora la Cina. Ma gli Stati Uniti d’America sono stati dominanti. Ora il “Secolo Americano” si approssima verso la fine.

La ragione più importante è l’ascesa economica della Cina e il relativo declino economico degli Stati Uniti. Ma la pandemia del Covid e la sconfitta afgana fanno degli ultimi due anni una svolta epocale.

La pandemia di Covid-19 ha rivelato l’incompetenza istituzionale della classe dirigente, e del governo, degli Stati Uniti. Il sistema ha fallito nel proteggere le persone. Questo caotico e vergognoso fallimento è ovvio a tutti i popoli della Terra.

Poi c’è l’Afganistan. Se si guarda alla spesa e all’equipaggiamento militare, gli Stati Uniti sono di gran lunga la potenza dominante. Questa potenza è stata sconfitta in un piccolo paese da dei poveri in sandali dotati di nient’altro che coraggio e persistenza.

La vittoria dei talebani darà anche coraggio agli islamisti di molte altre realtà come in Siria, Yemen, Somalia, Pakistan, Uzbekistan, Turkmenistan, Tajikistan e Mali. Tutto avverrà e sarà molto più grande di quanto sia stato in Afganistan.

Entrambi i fallimenti quello del Covid-19 e quello della sconfitta afgana ridurranno il potere strisciante degli Stati Uniti. Ma l’Afganistan è anche una sconfitta per il potere militare. La forza dell’informale Impero Americano si è retta per un secolo su tre pilastri differenti. Il primo è di essere la più vasta economia al mondo, e la dominatrice del sistema finanziario globale. Il secondo è la reputazione in vari settori per la democrazia, la competenza e la guida culturale. Il terzo è che se il potere strisciante avesse fallito, gli Stati Uniti avrebbero potuto sempre invadere per sostenere le dittature e punire i propri nemici.

Il potere militare è svanito oramai. Nessun governo al mondo potrà illudersi che gli Stati Uniti li potrebbero salvare da un invasore straniero, o dalle loro stesse genti. Le uccisioni con i droni continueranno e causeranno grande sofferenza. Ma da nessuna parte i droni potranno mai essere militarmente decisivi.

Questo è l’inizio della fine dell’Impero Americano.

 

Cosa succederà ora?

Nessuno sa cosa succederà in Afganistan nei prossimi cinque anni. Ma possiamo identificare alcune possibilità.

La prima opzione, e la migliore, è una pace durevole nei cuori degli afgani. Hanno vissuto attraverso quarantatré anni di guerra. Pensa a come solo cinque o dieci anni di guerra civile e invasione abbiano segnato così tanti paesi. Pensiamo invece a cosa succederebbe con quarantatré anni.

Kabul, Kandahar e Mazar, le tre città più importanti, sono cadute senza alcuna violenza. Questo è successo perché i talebani, come continuano a dire, vogliono una nazione in pace, e non cercano la vendetta. Ma questo anche perché le persone che non li sostengono, cioè quelli che odiano i talebani, scelgono di non lottare.

I capi talebani sono consapevoli di dover portare la pace.

Per questo è anche essenziale che i capi talebani continuino a portare una vera giustizia. La loro volontà è forte. Ma le tentazioni e le pressioni dei governi hanno corrotto molti movimenti sociali in molte altre nazioni prima di loro.

È anche possibile il collasso economico. L’Afganistan è un paese arido e povero, dove meno del 5% dei terreni può essere coltivato. Negli ultimi vent’anni le città si sono espanse in modo importante. Questa crescita è stata permessa da un flusso di soldi dovuto all’occupazione, e in minor parte dalla crescita dell’oppio. Senza un sostanziale sostegno estero, il collasso economico potrebbe diventare una minaccia.

Giacché i talebani questo lo sanno, hanno esplicitamente offerto agli Stati Uniti un accordo, l’aiuto americano in cambio dell’assicurazione talebana di non fornire un rifugio ai terroristi che possano lanciare attacchi come quello dell’11 Settembre. Le amministrazioni sia di Trump sia di Biden hanno accettato quest’accordo, ma non è del tutto chiaro se gli Stati Uniti manterranno questa promessa.

In realtà, è del tutto possibile qualcosa di peggio. Le precedenti amministrazioni statunitensi hanno punito con lunghe e distruttive sanzioni economiche l’Iraq, l’Iran, Cuba e il Vietnam per il loro atteggiamento di sfida. Si alzeranno molte voci negli Stati Uniti per invocare tali sanzioni e affamare i bambini afgani in nome dei diritti umani.

Poi ci sono le minacce d’ingerenze internazionali da parte di varie potenze in sostegno delle proprie forze politiche o etniche all’interno dell’Afganistan. Gli Stati Uniti, l’India, il Pakistan, l’Arabia Saudita, l’Iran, la Cina, la Russia e l’Uzbekistan saranno tutti tentati. È già successo prima e, in una situazione di collasso economico, potrebbe provocare guerre per procura.

Almeno per il momento, tuttavia, i governi di Iran, Russia e Pakistan vogliono chiaramente la pace in Afganistan.

I talebani hanno anche promesso di non governare con crudeltà. Questo è più facile dirlo che farlo. Di fronte alle famiglie che hanno ammassato grandi fortune con la corruzione e il crimine, cosa credete che vorranno fare i poveri soldati dei villaggi?

E c’è anche il clima. Nel 1971, nel nord e nel centro, siccità e carestia devastarono greggi, coltivazioni e viventi. Fu il primo segno degli effetti del cambiamento climatico nella regione, cui sono susseguite negli ultimi cinquant’anni altre siccità. Nel medio e lungo termine, agricoltura e pastorizia diventeranno più precarie.

Tutti questi pericoli sono reali. L’esperto di sicurezza Antonio Giustozzi, spesso perspicace, è in contatto con le opinioni correnti sia fra i talebani sia fra i governi stranieri e, nel suo recente articolo del 16 agosto su The Guardian è speranzoso e lo termina così:

Poiché la più parte dei paesi confinanti vuole la stabilità in Afganistan, almeno per il momento è improbabile che qualsiasi crepa nel nuovo governo di coalizione possa essere sfruttata da attori esterni per creare spaccature. Per lo stesso motivo, i perdenti del 2021 avranno difficoltà a trovare qualcuno voglioso o capace di sostenere l’inizio di una loro resistenza di qualche tipo. Finché il nuovo governo di coalizione includa alleati chiave dei paesi vicini, questo segnerà l’inizio di una nuova fase nella storia dell’Afganistan. [10]

 

Cosa si può fare? Accogliere i rifugiati.

In Occidente, molta gente sta ora chiedendo: “Come possiamo aiutare le donne afgane?”. Talvolta questa domanda assume che la maggior parte delle donne afgane sia contro i talebani e che la maggior parte degli uomini sia a loro favorevole. Questa è un’assurdità, è quasi impossibile immaginare un tipo di società in cui ciò sia vero.

Ma si può porre una domanda più ristretta: “Come possiamo aiutare le femministe afgane?”.

Questa è una domanda valida e discreta. La risposta è di organizzarsi per comprare loro i biglietti aerei e dar loro asilo in Europa e America del Nord.

Ma non sono solo le femministe che avranno bisogno di asilo. Decine di migliaia di persone che lavoravano per gli occupanti sono alla ricerca disperata di asilo, insieme alle loro famiglie. Lo stesso vale per un numero ancora maggiore di persone che lavoravano per il governo afgano.

Alcune di queste persone sono degne di rispetto, altre sono mostri corrotti, molti sono fra i due estremi, molti sono solo bambini. Gli Stati Uniti e i paesi della NATO hanno creato immense sofferenze per vent’anni, il minimo, ma veramente il minimo, che dovrebbero fare è salvare la gente di cui hanno distrutto la vita.

Qui c’è anche un altro imperativo morale. Quel che molti afgani hanno imparato negli ultimi quarant’anni si è rivelato chiaramente anche nell’ultimo decennio di tormenti in Siria. È fin troppo facile capire le vicende sullo sfondo e la storia personale che porta la gente a fare ciò che fanno. L’umiltà ci impone di guardare alla giovane comunista, all’istruita femminista che lavora per una ONG, al bombarolo kamikaze, al marine americano, al mullah del villaggio, al combattente talebano, all’addolorata madre di un bimbo ucciso dalle bombe americane, al cambiavalute Sikh, al poliziotto, al povero contadino coltivatore di oppio, e dire, là per grazia di Dio vado io.

Il fallimento dei governi americano e britannico nel salvataggio delle persone che hanno lavorato per loro è stato sia vergognoso sia rivelatorio. Il razzismo contro l’immigrazione ha avuto più peso con Johnson e Biden che i debiti umani.

Campagne per accogliere gli afgani sono ancora possibili. Naturalmente un tale forte argomento morale si scontrerà a ogni piè sospinto con il razzismo e l’islamofobia. Ma, la settimana scorsa il governo tedesco e quello olandese hanno sospeso ogni deportazione degli afgani.

A ogni politico, dovunque, che parli in favore delle donne afgane, si deve chiedere, continuamente, di aprire i confini agli afgani.

E poi c’è quel che potrebbe accadere agli Hazara. Come abbiamo detto, i talebani hanno smesso di essere semplicemente un movimento pashtun e sono diventati nazionali, arruolando molti tagiki e uzbeki. E, come loro dicono, alcuni hazari, ma non molti.

Gli Hazara vivono tradizionalmente sulle montagne centrali. Molti di loro sono migrati nelle città come Mazar e Kabul, dove lavorano come facchini e in altri ruoli poco pagati. Essi sono circa il 15% della popolazione afgana. Le radici dell’inimicizia fra i pashtun e gli hazara affondano parzialmente in controversie di lunga data sulle terre e sui diritti di pascolo. Più recentemente è diventato importante il fatto che gli Hazara siano sciiti mentre quasi tutti gli altri afgani sono sunniti.

L’amaro conflitto in Iraq fra sciiti e sunniti ha portato a una divisione nella tradizione islamista militante. Questa divisione è complicata ma importante, e richiede un po’ di spiegazione.

Sia in Iraq sia in Siria, lo Stato Islamico ha commesso massacri contro gli sciiti, mentre le milizie sciite hanno massacrato i sunniti in entrambi i paesi.

La rete di Al-Qaeda, più tradizionalista, si è sempre opposta fermamente agli attacchi contro gli sciiti e ha propugnato la solidarietà fra i musulmani. La gente fa spesso notare che la mamma di Osama Bin Laden era lei stessa una sciita, in particolare un’alawita siriana. Ma la necessità di esser uniti era più importante. Questa è la principale differenza fra Al Qaeda e lo Stato Islamico.

In Afganistan, i talebani hanno anch’essi propugnato fermamente l’unità islamica. Lo sfruttamento sessuale delle donne condotto dallo Stato Islamico è profondamente ripugnante per i valori talebani, i quali sono sì profondamente sessisti, ma anche puritani e pudici. Per molti anni i talebani hanno ripetutamente condannato pubblicamente tutti gli attacchi terroristici contro gli sciiti, i cristiani e i sikh.

Nonostante ciò, quegli attacchi sono avvenuti. Le idee dello Stato Islamico hanno avuto una particolare influenza sui talebani pakistani. I talebani afgani sono un’organizzazione, quelli pakistani sono una rete più allentata, non controllata dagli afgani, e hanno ripetutamente eseguito in Pakistan attacchi esplosivi contro gli sciiti e i cristiani.

I recenti attacchi razzisti in Kabul contro gli hazari e i sikh sono opera dello Stato Islamico e della rete Haqqani e i leader talebani hanno condannato tutti questi attacchi.

Ma la situazione è fluida. In Afganistan, lo Stato Islamico è una scissione minoritaria dei talebani, basata in larga parte nella provincia orientale di Ningrahar e aspramente anti-sciita. Lo stesso vale per la rete Haqqani, un gruppo veterano di mujaheddin, controllato largamente dal controspionaggio militare pakistano. Eppure, nella miscela presente, la rete Haqqani è stata integrata nell’organizzazione talebana e il loro leader è uno dei capi talebani.

Nessuno può esser certo di quel che ci riserva il futuro. Nel 1995, una rivolta dei lavoratori hazari a Mazar impedì ai talebani la conquista del nord. E le tradizioni della resistenza hazara sono molto più profonde e datano più a lungo di quell’episodio.

Ora potrebbero essere in pericolo anche gli hazari rifugiatisi nei paesi confinanti. Il governo dell’Iran si sta alleando ai talebani e li sta implorando di essere pacifici. Lo sta facendo perché ci sono già tre milioni di rifugiati afgani in Iran. Molti di essi sono lì da anni, i più sono poveri lavoratori urbani e le loro famiglie, e la loro maggioranza è hazara. Di recente, il governo iraniano, in difficoltà economiche anch’esso, ha iniziato a deportare gli afgani nella loro patria.

C’è anche un milione di rifugiati hazari in Pakistan. Nella regione attorno a Quetta, più di cinquemila di loro sono stati uccisi in omicidi e massacri settari durante gli ultimi cinque anni. La polizia pakistana non fa niente. Dato il lungo sostegno dell’esercito e del controspionaggio pakistani, quelle persone saranno adesso più a rischio.

E fuori dall’Afganistan cosa si può fare? Come molti afgani, pregare per la pace. E protestare per l’apertura dei confini.

Lasceremo l’ultima parola a Graham Knight. Suo figlio Ben, delle Forze Aeree Britanniche, è stato ucciso in Afganistan nel 2006. Questa settimana Graham Knight ha detto alla Press Association che il governo inglese si deve muovere velocemente per salvare i civili:

Ci siamo sorpresi che i talebani abbiano assunto il potere, perché quando gli americani e i britannici hanno detto di essere in procinto di partire, sapevamo che ciò sarebbe accaduto. I talebani hanno chiaramente detto che, non appena noi saremmo partiti, loro sarebbero subentrati.

E per quel che riguarda la perdita di vite umane durante una guerra invincibile, io credo siano state proprio una perdita. Penso che il problema sia stato quello di combattere delle persone native del posto, Non combattevamo dei terroristi, combattevamo gente che viveva lì e a cui non piaceva che noi fossimo lì. [11]

 

RIFERIMENTI

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[1] See especially Nancy Tapper (Lindisfarne), 1991; Lindisfarne, 2002a, 2002b and 2012; Lindisfarne and Neale, 2015; Neale, 1981, 1988, 2002 and 2008; Richard Tapper with Lindisfarne, 2020.

[2] Giustozzi, 2007 and 2009 are especially useful.

[3] On the class basis of the Taliban, see Lindisfarne, 2012, and many chapters by other authors in Marsden and Hopkins, 2012. And see Moussavi, 1998; Nojumi, 2002; Giustozzi, 2008 and 2009; Zareef, 2010.

[4] Zilizer, 2005.

[5] There is a vast literature on saving Afghan women. See Gregory, 2011; Lindisfarne, 2002a; Hirschkind and Mahmood, 2002; Kolhatkar and Ingalls, 2006; Jalalzai and Jefferess,2011; Fluri and Lehr, 2017; Manchanda, 2020.

[6] Ward, 2001.

[7] Lindisfarne and Neale, 2015

[8] Richard Tapper, 1983.

[9] For the drought in 1971, see Tapper and Lindisfarne, 2020. For more recent climate change, see Lindisfarne and Neale, 2019.

[10] Giustozzi, 2021.

[11] The Guardian, 2021.

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 Articolo di Nancy Lindisfarne e Jonathan Neale pubblicato su Anne Bonny Pirate il 17 agosto 2021
Traduzione in italiano di DS, Eros Zagaglia, Michele Passarelli, Pappagone, Fabio_san per SakerItalia

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