Potrebbe non esistere sulla Terra un Paese più diffamato della Corea del Nord. Quando parlano di questa nazione, gli organi di informazione occidentali hanno degli standard editoriali assolutamente pari a zero.

Delle bugie assurde vengono abitualmente trattate come storie rilevanti per l’informazione: a partire dall’affermazione da cartone animato che Kim Jong-un aveva giustiziato suo zio dandolo in pasto a un branco di cani affamati (fake news), fino ad arrivare alla teoria che tutti i Nord Coreani sono dei droni costretti a scegliere tra i tagli di capelli ordinati dallo Stato [in inglese] (fake news di stampo razzista) e alla dichiarazione che i media di Stato giuravano di aver scoperto una tana di unicorni [in inglese] (fake news follemente stupida basata su una cattiva traduzione).

Me queste bugie non sono solo degli errori innocenti che vengono fuori dal nulla, ma fanno parte di un modello insidioso e decisamente politico. Sono una forma di guerra di informazione volta a destabilizzare il governo della Corea del Nord, ufficialmente nota come Repubblica Democratica Popolare di Corea (RPDC), che ha una politica estera indipendente, una sua posizione geo-strategica e si dà il caso che sia seduta su una ricchezza mineraria di trilioni di dollari [in inglese].

Molte di queste fake news hanno origine dai gruppi di opposizione coreani, che sono totalmente finanziati dal NED, National Endowment for Democracy [Sovvenzione Nazionale per la Democrazia, in inglese], del Governo degli Stati Uniti, un ritaglio della CIA creato dall’Amministrazione di Ronald Reagan per provocare i cambi di regime nei Paesi stranieri non abbastanza asserviti a Washington.

L’editore di Greyzone, Max Blumenthal, ha pubblicato un documentario che dimostra come il NED finanziasse una rete mondiale di attivisti a favore dei cambi di regime [in inglese], le cui accuse infondate contro Corea del Nord, Cina, Russia, Venezuela, Nicaragua, Iran e altre nazioni nel mirino degli Stati Uniti, vengono trasformate in verità indiscutibili. I dissidenti nordcoreani sono una fonte particolarmente inattendibile e molte delle loro dichiara,zioni si sono dimostrate false. Sono fortemente incentivati, comunque, da offerte da circa 1 milione di dollari [in inglese] per continuare a sfornare disinformazione.

Nell’aprile scorso, abbiamo assistito ad un altro esempio da manuale di come gli organi di informazione della Corea del Sud, appoggiati dal NED e noti per diffondere fake news, vengono amplificati dalla stampa mainstream internazionale fino al punto che i loro inganni dominano i notiziari per giorni.

Per circa due settimane, dozzine tra le principali reti di informazione di tutto il mondo hanno fornito un megafono alle voci infondate sulla morte del leader nordcoreano Kim Jong-un.

La campagna di disinformazione è partita il 10 aprile, quando il The Daily NK, una testata poco conosciuta appoggiata dal governo USA, ha pubblicato una notizia secondo cui il leader nordcoreano Kim Jong-un era stato appena sottoposto a un intervento chirurgico ed era in cattive condizioni di salute.

Questo storia è stata successivamente ampliata nella scioccante dichiarazione: Kim è morto, all’eta di 36 anni.

Il The Daily NK ha fatto seguire un articolo in cui si affermava che in Corea del Nord era diventato virale un video che confermava la morte del leader supremo [in inglese].

Queste notizie hanno scatenato una tempesta. Dozzine di notizie in tutto il mondo hanno pubblicato storia dopo storia affermando che Kim era morto o inabile dopo un intervento chirurgico mal eseguito.

L’analisi di questa campagna di fake news viene riportata qui di seguito.

E tutto cominciò con il The Daily NK. Ma cos’è esattamente questa ignota testata?

Il NED finanzia la fabbrica di fake news anti-Corea del Nord

Il The Daily NK è un organo di informazione con sede in Corea del Sud, finanziato da Washington per fare guerra di informazione contro il Governo del Nord. E’ stato fondato dagli attivisti anti- RPDC che si sono riuniti intorno alla Rete per la Democrazia e i Diritti Umani in Corea del Nord.

La rete ha ricevuto milioni di dollari sotto forma di sovvenzioni da parte del National Endowment for Democracy, il ritaglio della CIA.

Il finanziamento del NED per il The Daily NK risale a più di dieci anni fa [in inglese], quando fu fondato. Una ricerca nel database delle sovvenzioni [in inglese] del NED rivela che il The Daily NK ha ricevuto 400.000 dollari dai fondi governativi americani nel solo 2019 e almeno 1.2 milioni in dollari dei contribuenti americani tra il 2016 e il 2019.

 

Ho Park, il responsabile della ricerca nordcoreana al Daily NK e uno dei co-fondatori della testata, è stato il destinatario di un pubblico riconoscimento da parte del NED [in inglese].

La Rete per la Democrazia e i Diritti Umani in Corea del Nord, appoggiata dagli Stati Uniti, è collegata anche ad un altro grande beneficiario di nome Unification Media Group, che ha ricevuto almeno 2.4 milioni di dollari dal NED [in inglese] tra il 2016 e il 2019.

Sul sito del NED è scritto che la Unification Media Group [in inglese], di base in Corea del Sud, è costituito da The Daily NK, Radio Free Chosun e Open North Korea Radio.

In altre parole, nell’arco di molti decenni a Seul il governo americano ha coltivato con cura un gruppo di organi di informazione di propaganda anti-Corea del Nord, utilizzandoli per ingrassare gli ingranaggi della macchina della disinformazione che regolarmente diffonde fake news e voci di dissidenti nordcoreani. Questo apparato media è l’avanguardia della campagna di guerra ibrida contro la Corea del Nord da parte del governo americano.

Analisi di una campagna di fake news

Nata da una costola della rete di disinformazione di Seul finanziata dagli Stati Uniti, la stampa mainstream mondiale ha accolto con entusiasmo le fake news e le ha diffuse al pubblico occidentale.

Dopo le prime notizie del Daily NK apparse il 20 aprile, i principali media di Hong Kong e Giappone [in inglese] hanno contribuito a diffondere la voce.

Il New York Post [in inglese] ha dato seguito con un titolo shock: “Si dice che il dittatore nordcoreano Kim Jong Un sia morto”. (Come molti altri organi di stampa, il Post ha successivamente modificato questo titolo, quando è diventato chiaro che la storia non era confermata, ma i titoli originari di molti di questi falsi articoli si possono vedere alle loro URL o tramite gli archivi su internet) [in inglese].

Il New York Post ha basato le sue dichiarazioni su una notizia proveniente da una rete televisiva di Hong Kong (successivamente identificata nella HKSTV, Hong Kong Satellite TV), che dichiarava di aver una “fonte molto solida” sulla morte di Kim.

Il Post ha anche amplificato un articolo di una rivista giapponese che insisteva sul fatto che il leader nordcoreano fosse in “stato vegetativo”. Ha anche dichiarato che “fonti di alto livello del Partito Comunista a Pechino” avevano confermato le voci che Kim fosse morto durante un intervento chirurgico mal riuscito.

Dopo l’articolo del New York Post, la fake news si è diffusa come un incendio attraverso i tabloid, da TMZ [in inglese] al The Daily Express [in inglese], a Metro [in inglese], al The Sun (Inghilterra) [in inglese], al The Toronto Sun [in inglese], al The Irish Post [in inglese] e, alla fine, al The Mirror [in inglese].

E’ stato quindi ripreso da numerosi network [in inglese] di informazione locale degli Stati Uniti e di altri Paesi [in inglese].

Successivamente, gruppi di media apparentemente “rispettabili” hanno alimentato la frenesia della fake news, tra cui il The National Interest [in inglese], The International Business Times [in inglese], Yahoo News [in inglese] e Foreign Policy [in inglese].

Com’era prevedibile, i politici americani neoconservatori hanno colto al volo le voci. Il repubblicano Lindsey Graham [in inglese], il più fanatico militarista membro del Senato dalla morte del suo amico John McCain, ha con disinvoltura dichiarato a Fox News che “Sono più che sicuro che lui [Kim] sia morto o inabile”.

Graham ha continuato dicendo “Sarei scioccato se non fosse morto o in un qualche stato di inabilità, perché non si può far circolare una voce così per sempre o senza risposta in una società chiusa, che è proprio una setta e non un Paese, di nome Corea del Nord”.

L’istinto naturale americano che le fake news possano “sembrare vere”, dopo decenni di regime dietetico continuo a base di folli voci di cambio di regime, è stato preso come prova che doveva essere vero.

Su Twitter, anche l’hashtag #KimJongunDead [Kim Jong-un morto] è diventato virale e milioni di utenti si sono bevuti per intero la fake news.

Successivamente, sui social media è diventata virale una foto ritoccata in modo tale da mostrare Kim morto all’interno di una bara di vetro. L’immagine è stata ripresa dalle testate dei media occidentali come il The Sun [in inglese], un tabloid di proprietà dello stesso gruppo editoriale di destra di Rupert Murdoch che controlla il The New York Post.

Appena la fake news si è diffusa in tutto l’ecosistema media, i giornalisti occidentali e gli osservatori professionisti della Corea hanno cominciato a rimuginare sulla possibilità che la presumibilmente morta sorella del leader nordcoreano, Kim Yo-jong, si stava preparando per rimpiazzarlo.

Senza alcuna prova concreta, dozzine di testate hanno diffuso le storie che sostenevano con sicurezza che Yo-jong si stava preparando per prendere il posto del fratello. Il The Daily Beast [in inglese] ha anche pubblicato un pezzo che pretendeva di spiegare perché fosse così “temuta[in inglese] nel Paese.

Il The Washington Post ha pubblicato un editoriale di Jung H.Pak, ex analista senior della CIA e membro anziano presso il Brooking Institution, intitolato “Perché non dovremmo escludere una donna come prossima leader della Corea del Nord”.

The Guardian [in inglese], Foreign Policy [in inglese], la BBC [in inglese], The New Yorker [in inglese], il TIME [in inglese], Deutsche Welle [in inglese], The Australian e Newsweek [in inglese] hanno tutti ingrandito l’infondata congettura.

Mentre alcune di queste testate hanno amplificato la falsa storia simulando un tono di scetticismo, VICE News ha gettato al vento ogni cautela. Il “braccio hipster dell’Impero[in inglese] ha strombazzato l’articolo “Un dissidente di spicco nordcoreano è ‘sicuro al 99%’ che Kim Jong un sia morto[in inglese]. La sua fonte era un dissidente addestrato e finanziato dal NED.

Giorni prima, il Daily NK, testata finanziata dal governo americano, aveva anche elogiato VICE per aver realizzato un eccellente documentario che di fatto equivaleva a una operazione di public relation per la testata di disinformazione, in un cerchio perfetto di propaganda.

Un altro spauracchio straniero “morto” si presenta in TV

Poi, il 1° maggio (lo stesso giorno in cui VICE News ha dichiarato che al 99% Kim era morto), il castello di carta è crollato, dato che i media statali della Corea del Nord hanno pubblicato le foto del leader che tagliava il nastro presso una fabbrica di fertilizzanti.

Ora che è indiscutibile che le voci che sono state amplificate erano totalmente infondate, alcune delle succitate testate giornalistiche si sono affrettate a cambiare i titoli e le introduzioni per ammorbidire il linguaggio, annotando che in quel momento c’era ancora confusione. Ma i link degli archivi non mentono.

Ma il punto della questione è che era evidente fin dall’inizio, a chiunque con del cervello e con la capacità di pensare criticamente al di fuori della bolla dei media mainstream, che non si doveva dare credito alle voci.

I veri esperti, o anche solo gli espatriati in Corea che twittano in inglese, potevano dire fin dall’inizio che questa campagna era falsa.

I critici hanno anche sottolineato che “l’ospedale di Hyangsan [in inglese] (l’ospedale in cui il Daily NK diceva che Kim fosse stato operato al cuore) è simile a una casa di cura e non è una struttura dove si possono svolgere operazioni o interventi chirurgici”.

Ma non c’era bisogno di essere un esperto di Corea per riconoscere il modello di disinformazione. Chiunque abbia anche una minima familiarità con gli standard praticamente inesistenti di diffusione delle notizie in Corea del Nord, sa come funzionano questi cicli di fake news e doveva sapere di non saltare alle conclusioni.

In un corroborante benché raro esempio di cauto scetticismo, il controllore dei media Fairness In Accuracy and Reporting (FAIR) [in inglese] ha richiamato i media mainstream per aver diffuso queste voci senza alcuna prova solida, anche prima che Kim apparisse sulla TV di Stato .

E mentre gli impressionabili giornalisti occidentali stavano facendo circolare pesantemente la fake news, il governo della Corea del Sud chiariva [in inglese] che “Kim Jong-un è vivo e vegeto. E’ stato nell’area di Wonsan dal 13 aprile. Nessun movimento sospetto è stato finora rilevato”.

Anche i media cinesi [in inglese] hanno evidenziato fin dall’inizio che la campagna di disinformazione era chiaramente falsa. Ma la loro insistenza è stata liquidata come “propaganda cinese”.

Questa non è stata neanche la prima volta che delle voci sulla morte di Kim Jong Un siano diventate virali. Nel 2012 [in inglese] l’agitazione per una fake news sorprendentemente simile è scoppiata quando dei post sui social media, che asserivano che Kim Jong-un fosse morto, furono subito rimbalzati dai media mainstream.

L’ultimo parossismo di propaganda non è stata l’unica campagna di disinformazione sui cambi di regime. In aprile, The Greyzone ha documentato l’ondata di false storie riportate dai media mainstream in merito alla morte del presidente del Nicaragua Daniel Ortega [in inglese], prima che (anche lui) apparisse in TV vivo e vegeto.

In effetti, la diffusione di fake news fa parte di una più ampia strategia di guerra di informazione rivolta alle nazioni che rifiutano di cedere al dominio degli Stati Uniti.

Dalle ondate di notizie di dubbia provenienza [in inglese] sui presunti “campi di concentramento[in inglese] cinesi, pieni di Uiguri musulmani, fino ai folli allarmi sui presunti piani russi di hackeraggio della rete elettrica degli Stati Uniti in pieno inverno, alle scioccanti storie dei preservativi venduti a 750 dollari in Venezuela [in inglese], alle presentazioni mozzafiato dei file sulle armi nucleari iraniane [in inglese], il programma è sempre lo stesso: mentire senza vergogna e fare marcia indietro quando l’inganno viene rivelato per ciò che è.

Perché per allora, il danno è già stato fatto.

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Articolo di Ben Norton pubblicato su Strategic Culture il 6 maggio
Traduzione in italiano a cura di Elvia Politi per Saker Italia.

[I commenti in questo formato sono del traduttore]


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