Durante la recente “Linea Diretta”, mi è stata fatta una domanda sulle relazioni russo-ucraine: ho risposto che Russi e Ucraini erano un unico popolo, un tutt’uno. Queste parole non sono state motivate da nessuna considerazione a breve termine, o suggerite dall’attuale contesto politico. È ciò che ho detto in numerose occasioni, e ciò in cui credo fermamente. Penso sia quindi necessario che io spieghi con precisione la mia posizione, e condivida le mie considerazioni sulla situazione odierna.

Vorrei, prima di tutto, sottolineare che il muro che si è creato negli ultimi anni tra Russia e Ucraina, in quello che è fondamentalmente lo stesso spazio storico e spirituale, rappresenta secondo me la nostra grande, comune disgrazia e tragedia. Queste sono, innanzitutto, le conseguenze dei nostri stessi errori, commessi in diversi periodi di tempo; ma sono anche il risultato delle azioni intenzionali da parte di quelle forze che hanno sempre cercato di minare la nostra unità. La formula che applicano è nota da tempo immemorabile: divide et impera. Non c’è nulla di nuovo. Da qui, i tentativi di giocare sulla “questione nazionale” e seminare discordia tra le persone, con il principale obiettivo di dividere e poi mettere un popolo contro l’altro.

Per capire meglio il presente e guardare al futuro, dobbiamo fare riferimento alla storia. E’ ovviamente impossibile trattare in questo articolo tutti gli sviluppi accaduti nel corso di più di mille anni, ma mi concentrerò sui momenti chiave e fondamentali che sono importanti da ricordare per noi, sia in Russia che in Ucraina.

Russi, Ucraini e Bielorussi sono tutti discendenti dell’Antica Rus, che era il più grande stato in Europa. Gli Slavi e altre tribù di tutto il vasto territorio – da Ladoga, Novgorod, Pskov a Kiev e Chernigov – erano uniti da una sola lingua (che ora chiamiamo russo antico), da legami economici, dal governo dei prìncipi della dinastia Rurik e – dopo la conversione della Rus – dalla fede ortodossa. La scelta spirituale fatta da San Vladimir, che era sia Principe di Novgorod che Gran Principe di Kiev, determina fondamentalmente ancora oggi la nostra affinità.

Il trono di Kiev occupava una posizione dominante nell’antica Rus. E’ stato così dalla fine del IX secolo. La Cronaca degli Anni Passati ha consegnato ai posteri le parole di Oleg il Profeta, che Kiev “sia la madre di tutte le città russe”.

Successivamente, come altri Stati europei di quel tempo, l’Antica Rus conobbe un declino del governo centrale e la frammentazione. Allo stesso tempo, sia la nobiltà che la gente comune percepivano la Rus come un territorio comune, come la loro patria.

La frammentazione si è intensificata dopo la devastante invasione del Khan Batu, che ha saccheggiato molte città, tra cui Kiev. La parte nord-orientale della Rus cadde sotto il controllo dell’Orda d’Oro, ma mantenne una sovranità limitata; le terre russe meridionali e occidentali divennero per lo più parte del Granducato di Lituania, che – in particolare – veniva indicato nei documenti storici come Granducato di Lituania e Russia.

I membri dei clan dei prìncipi e dei “boiardi” passavano di servizio da un principe all’altro, litigando tra loro ma anche stringendo amicizie e alleanze. Voivode Bobrok di Volyn e i figli del Granduca di Lituania Algirdas, Andrey di Polotsk e Dmitry di Brjansk, combatterono accanto al Granduca Dmitry Ivanovich di Mosca sul campo di Kulikovo. Nello stesso tempo, il Granduca di Lituania Jogaila, figlio della principessa di Tver, guidò le sue truppe per unirsi a Mamai. Sono tutte pagine della nostra storia comune, che ne riflettono la natura complessa e multidimensionale.

Ma la cosa più importante è che i popoli delle terre russe, sia occidentali che orientali, parlavano la stessa lingua e la loro fede era quella ortodossa. Fino alla metà del XV secolo rimase il governo della Chiesa unificata.

In una nuova fase di sviluppo storico, sia la Rus Lituana che la Rus di Mosca avrebbero potuto diventare i punti di attrazione e di consolidamento dei territori dell’Antica Rus. E così Mosca divenne il centro della riunificazione, in continuità con la tradizione dell’antico Stato russo. I prìncipi di Mosca, cioè i discendenti del principe Alexander Nevsky, si liberarono dal giogo straniero e iniziarono a riunire le terre russe.

Nel Granducato di Lituania erano in corso altri processi. Nel XIV secolo, l’élite di governo lituana si convertì al cattolicesimo, e nel XVI secolo firmò l’Unione di Lublino con il Regno di Polonia per formare la Confederazione Polacco-Lituana. La nobiltà cattolica polacca ricevette notevoli privilegi e proprietà terriere nel territorio della Rus. Secondo quanto previsto dall’Unione di Brest del 1596, parte del clero russo-ortodosso si sottomise all’autorità del Papa. Il processo di “polonizzazione” e “latinizzazione” ebbe inizio, a scapito dell’Ortodossia.

In seguito, nei secoli XVI-XVII, il movimento di liberazione della popolazione ortodossa guadagnava forza nella regione del Dnepr. Gli eventi durante il periodo di Hetman Bohdan Khmelnytsky divennero un punto di svolta. I suoi sostenitori hanno lottato per l’autonomia dalla Confederazione Polacco-Lituana.

Nel loro appello del 1649 al re della Confederazione Polacco-Lituana, i Cosacchi della Zaparogia chiesero che fossero rispettati i diritti della popolazione russo-ortodossa, che il voivoda di Kiev fosse russo e di fede greco-ortodossa, e che cessasse la persecuzione delle chiese di Dio. Ma i Cosacchi non furono ascoltati.

Bohdan Khmelnytsky fece quindi un appello a Mosca che fu accolto dallo Zemsky Sobor. Il 1° ottobre 1653 i membri del supremo organo rappresentativo dello Stato russo decisero di sostenere i loro fratelli di fede e di prenderli sotto la loro protezione. Nel gennaio 1654 il Consiglio di Pereyaslav confermò tale decisione. Successivamente, gli ambasciatori di Bohdan Khmelnytsky e Mosca andarono in visita in decine di città, tra cui Kiev, e la popolazione giurò fedeltà allo zar russo. Per inciso: niente del genere è successo alla firma dell’Unione di Lublino.

In una lettera a Mosca del 1654, Bohdan Khmelnytsky ringraziò lo zar Aleksey Mikhaylovich per aver messo “tutti i Cosacchi Zaporoghi e l’intero mondo russo-ortodosso sotto la forte e nobile mano dello zar”. Questo significa che, nei loro appelli sia al re polacco che allo zar russo, i Cosacchi si riferivano e si consideravano russo-ortodossi.

Nel corso della lunga guerra tra lo Stato russo e la Confederazione polacco-lituana, alcuni degli etmani, successori di Bohdan Khmelnytsky, si sono “staccati” da Mosca o hanno cercato il sostegno di Svezia, Polonia e Turchia. Ancora una volta, quella fu per il popolo una guerra di liberazione. Si concluse con la Tregua di Andrusovo nel 1667. Il risultato finale fu sancito dal Trattato di Pace Perpetua nel 1686. Lo Stato russo si annettè la città di Kiev e le terre sulla riva sinistra del fiume Dnepr, compresa la regione di Poltava, la regione di Chernigov e la Zaporoghia. I loro abitanti si riunirono alla maggior parte del popolo russo-ortodosso. Questi territori venivano indicati come “Malorossia” (Piccola Russia).

Il nome “Ucraina” è stato usato più spesso col significato della parola russa antica “okraina” (periferia), termine che si trova nelle fonti scritte del XII secolo con riferimento ai vari territori di confine. A giudicare dai documenti d’archivio, il termine “ucraino” si riferiva in origine alle guardie di frontiera che proteggevano i confini esterni.

Nei territori della riva destra, che rimasero sotto la Confederazione Polacco-Lituana, furono restaurati i vecchi ordini e aumentò l’oppressione sociale e religiosa. Al contrario, le terre sulla sponda sinistra, prese sotto la protezione dello Stato unificato, conobbero un rapido sviluppo. La gente sulla sponda opposta del Dnepr vi si trasferì in massa: cercavano l’appoggio di persone che parlavano la stessa lingua e avevano la stessa fede.

Durante la Grande Guerra del Nord con la Svezia, la popolazione della Malorossia non dovette scegliere con chi schierarsi. Solo una piccola parte dei Cosacchi sostenne la ribellione di Mazepa. Persone di ogni ordine e grado si consideravano russe e ortodosse.

In Russia gli alti ufficiali cosacchi appartenenti alla nobiltà sono arrivati ai massimi livelli della carriera politica, diplomatica e militare. I laureati dell’Accademia di Kiev-Mohyla hanno avuto un ruolo di primo piano nella vita della chiesa. E’ successo così anche durante l’Etmanato (un organismo statale essenzialmente autonomo con una speciale struttura interna) e successivamente nell’Impero russo. Il popolo della Malorossia ha contribuito sotto molti aspetti alla costruzione di un grande paese comune, nella sua statualità, cultura e scienza. Ha partecipato all’esplorazione e allo sviluppo degli Urali, della Siberia, del Caucaso e dell’Estremo Oriente. Per inciso, durante il periodo sovietico, i nativi dell’Ucraina ricoprivano incarichi importanti, compresi quelli più alti, nella leadership dello Stato unificato. Basti pensare che Nikita Krusciov e Leonid Breznev, le cui carriere nel partito hanno maggiori legami con l’Ucraina, guidarono il Partito Comunista dell’Unione Sovietica (PCUS) per quasi 30 anni.

Nella seconda metà del XVIII secolo, dopo le guerre con l’Impero ottomano, la Russia incorporò la Crimea e le terre della regione del Mar Nero, che presero il nome di “Novorossia” (Nuova Russia). Erano terre popolate da persone provenienti da tutte le province russe. Dopo la spartizione della Confederazione Polacco-Lituana, l’Impero Russo riconquistò le terre dell’antica Russia occidentale, ad eccezione della Galizia e della Transcarpazia, che divennero parte dell’Impero Austriaco e poi Austro-Ungarico.

L’incorporazione delle terre della Russia occidentale in un unico Stato non fu semplicemente il risultato di decisioni politiche e diplomatiche. Alla base c’era la fede comune, le tradizioni culturali condivise e – vorrei sottolinearlo ancora una volta – l’affinità linguistica. Così, già all’inizio del XVII secolo, un alto prelato della Chiesa Uniata, Joseph Rutsky, comunicò a Roma che la gente in Moscovia considerava suoi fratelli i Russi della Confederazione Polacco-Lituana, che la loro lingua scritta era assolutamente identica, e che le differenze nella lingua parlata erano insignificanti. Fece un’analogia con i residenti di Roma e Bergamo, che, come sappiamo, stanno al centro e al nord dell’Italia moderna.

Molti secoli di frammentazione e di distribuzione all’interno di Stati diversi hanno naturalmente portato a peculiarità linguistiche regionali, con il conseguente emergere dei dialetti. La lingua parlata arricchiva la lingua letteraria. In questo Ivan Kotlyarevsky, Grigory Skovoroda e Taras Shevchenko hanno avuto un ruolo enorme. Le loro opere sono il nostro comune patrimonio letterario e culturale. Taras Shevchenko ha scritto poesie in ucraino e prosa principalmente in russo. I libri di Nikolay Gogol, un patriota russo originario di Poltavshchyna, sono scritti in russo e sono pieni di detti e motivi popolari della Malorossia. Come si può ripartire questo patrimonio tra Russia e Ucraina? E perché farlo?

Le terre sud-occidentali dell’Impero russo (la Malorossia e la Novorossia) e la Crimea si svilupparono come entità diverse dal punto di vista etnico e religioso. Qui vivevano Tartari di Crimea, Armeni, Greci, Ebrei, Caraiti, Krymchak, Bulgari, Polacchi, Serbi, Tedeschi e altri popoli. Tutti hanno conservato la loro fede, le loro tradizioni e i costumi.

Non voglio mitizzare nulla. Sappiamo che c’è stata la Circolare di Valuev del 1863 e poi l’Ukaz di Ems del 1876, che limitava la pubblicazione e l’importazione di pubblicazioni religiose e socio-politiche in lingua ucraina. Ma è importante conoscere il contesto storico. Queste decisioni sono state prese nel contesto dei drammatici eventi in Polonia, e per l’intenzione dei leader del movimento nazionale polacco di sfruttare la “questione ucraina” a proprio vantaggio. Aggiungo che non si sono fermate le pubblicazioni di opere di narrativa, libri di poesia ucraina e canti popolari. Ci sono prove oggettive che l’Impero russo stava assistendo ad un processo attivo di sviluppo dell’identità culturale della Malorossia all’interno della grande nazione russa, che univa i Velikorussi [Grandi Russi], i Bielorussi [Russi Bianchi] e i Malorussi.

Nello stesso periodo, cominciò a prendere forma l’idea del popolo ucraino come nazione separata dai Russi, e a prendere piede tra l’élite polacca e in una parte dell’intellighenzia della Malorossia. Dal momento che non esisteva alcuna base storica (e non ce ne sarebbe potuta essere alcuna), le conclusioni furono corroborate da ogni sorta di invenzione, arrivando al punto di affermare che gli Ucraini sono i veri slavi e  non lo sono invece i Russi, i Moscoviti. Tale “ipotesi” divenne sempre più utilizzata per scopi politici come strumento di rivalità tra gli stati europei.

A partire dalla fine del XIX secolo, le autorità austro-ungariche avevano sposato questa narrazione, utilizzandola come contrappeso al movimento nazionale polacco e ai sentimenti pro-moscoviti in Galizia. Durante la Prima Guerra Mondiale, Vienna ebbe un ruolo nella formazione della cosiddetta Legione dei Fucilieri Ucraini Sich. I Galiziani, sospettati di simpatie con il cristianesimo ortodosso e la Russia, furono sottoposti ad una brutale repressione e gettati nei campi di concentramento di Thalerhof e Terezin.

Ulteriori sviluppi hanno avuto a che fare con il crollo degli imperi europei, la feroce guerra civile che è scoppiata nel vasto territorio dell’ex impero russo, e l’intervento straniero.

Dopo la Rivoluzione di Febbraio, nel marzo 1917, a Kiev fu istituita la Rada Centrale, destinata a diventare l’organo supremo del potere. Nel novembre 1917, nella sua Terza Universale, dichiarò la creazione della Repubblica Popolare Ucraina (UPR) come parte della Russia.

Nel dicembre 1917, i rappresentanti dell’UPR arrivarono a Brest-Litovsk, dove la Russia sovietica stava negoziando con la Germania e i suoi alleati. In una riunione del 10 gennaio 1918, il capo della delegazione ucraina lesse una nota che proclamava l’indipendenza dell’Ucraina. Successivamente, nella Quarta Universale la Rada Centrale proclamò l’indipendenza dell’Ucraina.

La dichiarazione di sovranità non durò a lungo: dopo solo poche settimane, i delegati della Rada firmarono un trattato separato con i paesi del blocco tedesco. In quell’epoca la Germania e l’Austria-Ungheria erano in una situazione disastrosa, e avevano bisogno di pane e delle materie prime dall’Ucraina. Per garantire forniture su larga scala, ottennero il consenso all’invio delle loro truppe e del personale tecnico all’UPR. Di fatto, fu utilizzato come pretesto per l’occupazione.

Per coloro che oggi hanno ceduto il pieno controllo dell’Ucraina a forze esterne, sarebbe istruttivo ricordare che nel 1918 tale decisione si rivelò fatale per il regime al potere a Kiev. Con il diretto coinvolgimento delle forze di occupazione, fu deposta la Rada Centrale, e fu portato al potere Hetman Pavlo Skoropadskyi, proclamando lo Stato Ucraino al posto dell’UPR, che era essenzialmente sotto il protettorato tedesco.

Nel novembre 1918 – in seguito agli eventi rivoluzionari in Germania e in Austria-Ungheria – Pavlo Skoropadskyi, che aveva perso l’appoggio delle baionette tedesche, prese una strada diversa e dichiarò che “L’Ucraina deve prendere l’iniziativa nella formazione di una Federazione panrussa”. Tuttavia, il regime fu ricambiato subito dopo. Era ora la volta del cosiddetto Direttorio.

Nell’autunno del 1918, i nazionalisti ucraini proclamarono la Repubblica Popolare dell’Ucraina Occidentale e, nel gennaio 1919, annunciarono la sua unificazione con la Repubblica Popolare Ucraina. Nel luglio 1919, le forze ucraine furono schiacciate dalle truppe polacche, e il territorio dell’ex Repubblica Popolare dell’Ucraina Occidentale passò sotto il dominio polacco.

Nell’aprile 1920, Symon Petliura (considerato uno degli “eroi” nell’odierna Ucraina) stipulò accordi segreti per conto del Direttorato dell’UPR, rinunciando – in cambio del sostegno militare e a favore della Polonia – alle terre della Galizia e della Volinia Occidentale. Nel maggio 1920, le forze di Petliura entrarono a Kiev in un convoglio di unità militari polacche. Ma non per molto. Già nel novembre 1920, a seguito di una tregua tra la Polonia e la Russia sovietica, quanto rimaneva delle forze di Petliura si arrese a quegli stessi Polacchi.

L’esempio dell’UPR dimostra che i diversi tipi di formazioni quasi statali, emerse nell’ex impero russo al tempo della guerra civile e delle turbolenze, erano intrinsecamente instabili. I nazionalisti cercavano di creare i propri Stati indipendenti, mentre i leader del Movimento bianco sostenevano la Russia indivisibile. Molte delle repubbliche fondate dai sostenitori dei bolscevichi non si concepivano al di fuori dalla Russia. Tuttavia, i leader del partito bolscevico a volte li cacciarono dalla Russia sovietica per vari motivi.

Così, all’inizio del 1918, fu proclamata la Repubblica Sovietica di Donetsk-Krivoy Rog, che chiese a Mosca di essere incorporata nella Russia sovietica. La richiesta fu rifiutata. Durante un incontro con i leader della repubblica, Vladimir Lenin insisteva sul fatto che dovessero essere parte dell’Ucraina sovietica. Il 15 marzo 1918, il Comitato Centrale del Partito Comunista Russo (i Bolscevichi) ordinò direttamente che i delegati fossero inviati al Congresso Ucraino dei Soviet, tra cui anche quelli del bacino di Donetsk, e che al congresso fosse creato “un governo per tutta l’Ucraina”. I territori della Repubblica Sovietica di Donetsk-Krivoy Rog in seguito formarono la maggior parte delle regioni dell’Ucraina sud-orientale.

Con il Trattato di Riga del 1921, firmato tra la Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa, la Repubblica Socialista Sovietica Ucraina e la Polonia, le terre occidentali dell’ex impero russo furono cedute alla Polonia. Nel periodo tra le due guerre, il governo polacco portò avanti un’attiva politica di reinsediamento, cercando di cambiare la composizione etnica dei confini orientali, il nome polacco per ciò che oggi è l’Ucraina occidentale, la Bielorussia occidentale e parti della Lituania. Le zone subirono una forte “polonizzazione” e furono soppresse la cultura e le tradizioni locali. Successivamente, durante la Seconda Guerra Mondiale, dei gruppi radicali di nazionalisti ucraini lo usarono come pretesto per fare terrorismo non solo contro i Polacchi ma anche contro le popolazioni ebraiche e russe.

Nel 1922, quando fu creata l’URSS e con la Repubblica Socialista Sovietica Ucraina che divenne una dei suoi fondatori, tra i leader bolscevichi ci fu un dibattito piuttosto aspro che portò all’attuazione del piano di Lenin per formare uno Stato unito come federazione di repubbliche uguali. Il diritto per le repubbliche di separarsi liberamente dall’Unione fu incluso nel testo della Dichiarazione sulla creazione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche e, successivamente, nella Costituzione dell’URSS del 1924. Così facendo, gli autori hanno piazzato alla base della nostra Statualità la più pericolosa bomba a orologeria, che è esplosa nel momento in cui è svanito il meccanismo di sicurezza fornito dal ruolo guida del PCUS, cioè quando il partito stesso è imploso. Ne è seguita una “sfilata di sovranità”. L’8 dicembre 1991 è stato firmato il cosiddetto Accordo di Belovezh sulla creazione della Comunità degli Stati Indipendenti, in cui si afferma che “non esiste più l’URSS come soggetto di diritto internazionale e realtà geopolitica “. A proposito, l’Ucraina non ha mai firmato o ratificato la Carta della CSI adottata nel 1993.

Negli anni ’20 e ’30, i Bolscevichi promossero attivamente la “politica di localizzazione”, che prese la forma di “ucrainizzazione” della Repubblica Socialista Sovietica Ucraina. Simbolicamente, come parte di questa politica e con il consenso delle autorità sovietiche, Mikhail Grushevskiy, ex presidente della Rada Centrale, uno degli ideologi del nazionalismo ucraino che in un certo periodo era stato sostenuto dall’Austria-Ungheria, è stato rimandato in URSS ed è stato eletto membro dell’Accademia delle Scienze.

La politica di localizzazione ha indubbiamente svolto un ruolo importante nello sviluppo e nel consolidamento della cultura, della lingua e dell’identità ucraine. Allo stesso tempo, con il pretesto di combattere il cosiddetto sciovinismo della grande potenza russa, l’ucrainizzazione veniva spesso imposta a coloro che non si consideravano ucraini. Questa politica nazionale sovietica assicurò a livello statale di considerare tre distinti popoli slavi: quello russo, quello ucraino e quello bielorusso (invece della grande nazione russa), un popolo trino composto da Velikorussi, Malorussi e Bielorussi.

Nel 1939 l’URSS riconquistò le terre precedentemente occupate dalla Polonia. Una parte importante di queste terre divenne parte dell’Ucraina sovietica. Nel 1940, la Repubblica Socialista Sovietica Ucraina incorporò parte della Bessarabia, che era sotto l’occupazione della Romania dal 1918, così come la Bucovina settentrionale. Nel 1948 l’Isola Zmeyiniy (Isola dei Serpenti) nel Mar Nero divenne parte dell’Ucraina. Nel 1954, in grave violazione delle norme in vigore all’epoca, la regione della Crimea della Repubblica Socialista Federativa Sovietica fu assegnata alla Repubblica Socialista Sovietica Ucraina.

Vorrei soffermarmi sul destino della Rutenia Carpatica, entrata a far parte della Cecoslovacchia in seguito alla disgregazione dell’Austria-Ungheria. I Rusin ​​costituivano una parte considerevole della popolazione locale. Se questo è appena menzionato, dopo la liberazione della Transcarpazia da parte delle truppe sovietiche il congresso della popolazione ortodossa della regione votò per l’inclusione della Rutenia Carpatica nella Repubblica Socialista Federativa Sovietica o, come repubblica separata Carpatica, nell’URSS propriamente detta. Tuttavia, la scelta del popolo è stata ignorata: nell’estate del 1945 fu annunciato l’atto storico della riunificazione dell’Ucraina Carpatica “con la sua antica madrepatria Ucraina”, come scrisse il quotidiano Pravda.

L’Ucraina moderna è, quindi, in toto il prodotto dell’era sovietica. Sappiamo e ricordiamo bene che si è plasmata, per una parte significativa, nelle terre della Russia storica. Per esserne certi, è sufficiente guardare i confini delle terre che si sono riunite allo Stato russo nel XVII secolo e il territorio della Repubblica Socialista Sovietica Ucraina quando lasciò l’Unione Sovietica.

I Bolscevichi trattavano il popolo russo come materiale inesauribile per i loro esperimenti sociali. Sognavano una rivoluzione mondiale che avrebbe spazzato via gli Stati nazionali. Ecco perché erano così generosi nel tracciare confini e nel regalare aree territoriali. Non ha più importanza quale fosse esattamente l’idea dei leader bolscevichi che hanno fatto a pezzi il paese. Possiamo non essere d’accordo su dettagli minori, contesto e logiche che stanno dietro certe decisioni. Un fatto è chiarissimo: la Russia è stata davvero derubata.

Quando stavo lavorando a questo articolo, mi sono basato su documenti “open source” che contengono fatti ben noti, e su alcuni documenti segreti. I leader dell’Ucraina moderna e i loro “sponsor” esterni preferiscono ignorare questi fatti. Non perdono mai occasione, tuttavia, sia all’interno che all’esterno del paese, di condannare “i crimini del regime sovietico”, elencando degli eventi con cui non hanno nulla a che fare né il PCUS, né l’URSS, per non parlare della Russia moderna. Allo stesso tempo, non vengono considerati un crimine i tentativi dei Bolscevichi di staccare i suoi territori storici dalla Russia. E sappiamo perché: se hanno causato l’indebolimento della Russia, i nostri detrattori ne sono contenti.

Ovviamente, all’interno dell’URSS, i confini tra le repubbliche non sono mai stati considerati come confini di Stato: lo erano di nome all’interno di un unico paese, che, pur avendo tutte le caratteristiche di una federazione, era fortemente centralizzato, grazie, ancora una volta, al ruolo guida del PCUS. Ma nel 1991 tutti quei territori e, cosa più importante, le persone, si sono ritrovati da un giorno all’altro in un paese estero, sottratti, questa volta davvero, alla loro patria storica.

Cosa possiamo dire a proposito? Le cose cambiano: paesi e comunità non fanno eccezione. Naturalmente, una parte di un popolo durante il suo processo di sviluppo, influenzata da una serie di ragioni e circostanze storiche, può ad un certo punto prendere coscienza di sé come nazione separata. Come dovremmo trattarla? C’è solo una risposta: con rispetto!

Volete fare uno Stato tutto vostro? Va bene! Ma quali sono i termini? Voglio ricordare il parere dato da una delle figure politiche più in vista della nuova Russia, il primo sindaco di San Pietroburgo Anatoly Sobchak. Da giurista, riteneva che ogni decisione dovesse essere legittima, e nel 1992 espresse la seguente opinione: dopo aver denunciato il Trattato dell’Unione del 1922, le repubbliche fondatrici dell’Unione devono tornare ai confini che avevano prima di aderire all’Unione Sovietica. Tutte le altre acquisizioni territoriali devono essere oggetto di discussione, negoziazione, dato che ne è stato revocato il presupposto.

In altre parole, quando te ne vai, prendi quello che hai portato con te. Questa logica è difficile da confutare. Dirò solo che i Bolscevichi avevano iniziato a rimodellare i confini anche prima dell’Unione Sovietica, manipolando territori a loro piacimento, senza considerare le opinioni della gente.

La Federazione Russa ha riconosciuto le nuove realtà geopolitiche: non solo ha riconosciuto l’Ucraina, ma ha davvero fatto molto affinché si affermasse come paese indipendente. Abbiamo dato un notevole sostegno all’Ucraina durante i difficili anni ’90 e nel nuovo millennio. Qualunque sia l’”aritmetica politica” che Kiev voglia applicare, tra il 1991 e il 2013 l’avanzo di bilancio dell’Ucraina era di oltre 82 miliardi di dollari, mentre oggi ha solo 1,5 miliardi di dollari di introiti russi per il transito del gas verso l’Europa. Se fossero stati mantenuti i legami economici tra i nostri paesi, l’Ucraina avrebbe beneficiato di decine di miliardi di dollari.

Ucraina e Russia si sono sviluppate come un unico sistema economico nel corso di decenni e di secoli. La stretta cooperazione che abbiamo avuto 30 anni fa è un esempio a cui l’Unione europea deve guardare. Siamo naturali e complementari partner economici. Una relazione così stretta può rafforzare i vantaggi competitivi, aumentando il potenziale di entrambi i paesi.

L’Ucraina aveva un grande potenziale, che comprendeva potenti infrastrutture, sistemi di trasporto del gas, cantieristica navale avanzata, industrie aeronautiche, missilistiche e di strumentazione ingegneristica, nonché scuole scientifiche, di design e di ingegneria di livello mondiale. Prendendo il controllo di questo patrimonio e dichiarando l’indipendenza, i leader ucraini hanno promesso che quella ucraina sarebbe stata una delle principali economie europee, e che il tenore di vita sarebbe stato tra i migliori in Europa.

Oggi, i giganti dell’industria high-tech, che un tempo erano l’orgoglio dell’Ucraina e dell’intera Unione, stanno affondando. La produzione ingegneristica è diminuita del 42% in dieci anni. La portata della deindustrializzazione e del complessivo degrado economico è visibile nella produzione elettrica dell’Ucraina, diminuita di quasi il doppio in 30 anni. Infine, secondo i rapporti dell’FMI, nel 2019, prima che scoppiasse la pandemia di coronavirus, il PIL pro capite dell’Ucraina era inferiore a 4 mila dollari, cioè meno di quello nella Repubblica d’Albania, nella Repubblica di Moldova o nel Kosovo non riconosciuto. Oggi l’Ucraina è il paese più povero d’Europa.

Di chi è la colpa di tutto questo? È colpa del popolo ucraino? Certamente no. Sono state le autorità ucraine a sprecare e sperperare i risultati di molte generazioni. Sappiamo quanto gli Ucraini siano laboriosi e talentuosi. Possono raggiungere successi e risultati eccezionali con perseveranza e determinazione. E queste qualità, così come la loro franchezza, gli innati ottimismo e ospitalità, non sono scomparse. I sentimenti di milioni di persone che trattano la Russia non solo bene ma con grande affetto – esattamente quello che proviamo noi per l’Ucraina- rimangono gli stessi.

Fino al 2014 centinaia di accordi e progetti congiunti avevano lo scopo di sviluppare le nostre economie, i nostri legami commerciali e culturali, di rafforzare la sicurezza e risolvere i comuni problemi sociali e ambientali. Le persone ne hanno tratto benefici tangibili sia in Russia che in Ucraina. Credevamo che questa fosse la cosa più importante. Ed è per questo che abbiamo avuto un fruttuoso rapporto con tutti – e sottolineo tutti – i leader dell’Ucraina.

Anche dopo gli eventi di Kiev del 2014, ho incaricato il governo russo di elaborare delle opzioni per preservare e mantenere i nostri legami economici all’interno dei ministeri e delle agenzie competenti. Tuttavia, non c’era e non c’è ancora la volontà reciproca di fare lo stesso. Ciò nondimeno, la Russia è ancora uno dei tre principali partner commerciali dell’Ucraina, e centinaia di migliaia di Ucraini vengono da noi per lavorare e trovano un’accoglienza e un sostegno amichevole. Ecco, così è lo “Stato aggressore”.

Quando è crollata l’Unione Sovietica, molte persone in Russia e in Ucraina erano convinti e hanno creduto sinceramente che i nostri stretti legami culturali, spirituali ed economici sarebbero veramente durati, così come la comunanza del nostro popolo, che ha sempre avuto un fondamentale senso di unità. Tuttavia, gli eventi – dapprima gradualmente, poi più rapidamente – hanno iniziato a muoversi in una direzione diversa.

In sostanza, i circoli dirigenti dell’Ucraina hanno deciso di giustificare l’indipendenza del loro paese attraverso la negazione del suo passato, ad eccezione però delle questioni di confine. Hanno cominciato a mitizzare e a riscrivere la storia, a modificare tutto ciò che ci univa, e a riferirsi al periodo in cui l’Ucraina faceva parte dell’Impero russo e dell’Unione Sovietica come a un periodo di occupazione. La comune tragedia della collettivizzazione e della carestia dei primi anni ’30 è stata descritta come il genocidio del popolo ucraino.

Radicali e neonazisti stavano allo scoperto ed erano sempre più sfacciati riguardo alle loro ambizioni. Glielo hanno concesso sia le autorità ufficiali che gli oligarchi locali, che hanno derubato il popolo ucraino e hanno messo i soldi rubati nelle banche occidentali, pronti a vendere la loro patria per preservare il loro capitale. A questo va aggiunta la costante debolezza delle istituzioni statali e la posizione di ostaggio volontario rispetto alla volontà geopolitica di qualcun altro.

Ricordo che molto tempo fa, ben prima del 2014, gli Stati Uniti e i paesi della UE hanno sistematicamente e costantemente spinto l’Ucraina a ridurre e limitare la cooperazione economica con la Russia. Noi, in qualità di principale partner commerciale ed economico dell’Ucraina, abbiamo suggerito di discutere i problemi emergenti secondo il formato Ucraina-Russia-UE. Ma ogni volta ci veniva detto che la Russia non c’entrava niente, e che la questione riguardava solo l’UE e l’Ucraina. I paesi occidentali hanno di fatto respinto i ripetuti appelli al dialogo della Russia.

Passo dopo passo, l’Ucraina è stata trascinata in un pericoloso gioco geopolitico che ha lo scopo di trasformare l’Ucraina in una barriera tra Europa e Russia, in un trampolino di lancio contro la Russia. Inevitabilmente, è arrivato il momento in cui non era più un’opzione il concetto de “l’Ucraina non è la Russia”. C’era bisogno del concetto di “anti-Russia”, concetto che non accetteremo mai.

I proprietari di questo progetto hanno preso come base il vecchio lavoro degli ideologi austro-polacchi per creare una “Russia anti-Mosca”. E non si inganna nessuno dicendo che tutto questo non è stato fatto nell’interesse del popolo ucraino. La Confederazione Polacco-Lituana non ha mai avuto bisogno della cultura ucraina, tanto meno dell’autonomia cosacca. In Austria-Ungheria le terre storicamente russe furono sfruttate senza pietà e rimasero le più povere. I Nazisti, aiutati dai collaboratori dell’OUN-UPA, non avevano bisogno dell’Ucraina, ma di uno spazio vitale e di schiavi per i signori ariani.

Neanche nel febbraio 2014 si è pensato agli interessi del popolo ucraino. E’ stato semplicemente e cinicamente sfruttato il legittimo malcontento pubblico, causato da acuti problemi socio-economici, errori e azioni prive di logica da parte delle autorità dell’epoca. I paesi occidentali hanno interferito direttamente negli affari interni dell’Ucraina e hanno sostenuto il colpo di Stato. I gruppi nazionalisti radicali sono serviti da ariete. I loro slogan, l’ideologia e la sfacciata russofobia aggressiva sono diventati in larga misura elementi che definiscono la politica di Stato dell’Ucraina.

Sono state prese di mira tutte le cose che ci hanno unito e ci uniscono ancora. Prima di tutto, la lingua russa. Permettetemi di ricordarvi che le nuove autorità di “Maidan” hanno prima cercato di abrogare la legge sulla politica linguistica statale, poi c’è stata la legge sulla “purificazione del potere”, cioè la legge sull’istruzione che ha praticamente tagliato fuori la lingua russa dal sistema educativo.

Infine, proprio nello scorso maggio l’attuale presidente ha presentato alla Rada un disegno di legge sui “popoli autoctoni”, secondo cui solo coloro che costituiscono una minoranza etnica e non hanno una propria entità statale al di fuori dell’Ucraina sono riconosciuti come autoctoni. La legge è stata approvata. Sono stati seminati nuovi semi di discordia. E questo avviene, come ho già detto, in un Paese molto complesso per composizione territoriale, nazionale e linguistica, e per storia di formazione.

Ci si potrebbe domandare: se stai parlando di una singola grande nazione, una nazione composta di tre parti, che differenza fa allora se uno si considera russo, ucraino o bielorusso? Sono completamente d’accordo. Tanto più che la determinazione della nazionalità, specie nelle famiglie miste, è diritto di ogni individuo, che è libero di fare la propria scelta.

Ma il fatto è che oggi la situazione in Ucraina è completamente diversa, perché parliamo di un cambio di identità forzato. E la cosa più spregevole è che in Ucraina i Russi sono costretti non solo a rinnegare le loro radici e le generazioni dei loro antenati, ma anche a credere che la Russia sia il loro nemico. Non si esagera dicendo che il percorso di integrazione forzata, la formazione di uno Stato ucraino etnicamente puro e aggressivo nei confronti della Russia, è paragonabile nelle sue conseguenze all’uso di armi di distruzione di massa nei nostri confronti. Il risultato di una divisione così dura e artificiale tra Russi e Ucraini sta nel fatto che il popolo russo in totale può diminuire di centinaia di migliaia o addirittura di milioni di persone.

E’ stata presa di mira anche la nostra unità spirituale. Come ai tempi del Granducato di Lituania, hanno dato il via ad un nuovo clero. Le autorità laiche, senza fare mistero dei loro obiettivi politici, hanno sfacciatamente interferito nella vita della Chiesa e portato ad una spaccatura, al sequestro delle chiese, al pestaggio di preti e monaci. Non amano affatto neanche l’ampia autonomia della Chiesa Ortodossa Ucraina, che mantiene l’unità spirituale con il Patriarcato di Mosca. Devono distruggere a tutti i costi questo importante e secolare simbolo del nostro legame di sangue.

Penso che sia naturale anche che i rappresentanti dell’Ucraina votino più e più volte contro la risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite che condanna la glorificazione del nazismo. Con la protezione delle autorità ufficiali si svolgono marce e fiaccolate in onore di criminali di guerra che facevano parte delle unità SS: Mazepa (che ha tradito tutti), Petliura (che con le terre ucraine ci ha pagato la protezione polacca) e Bandera (che ha collaborato con i Nazisti) vengono annoverati tra gli eroi nazionali. Si sta facendo di tutto per cancellare dalla memoria delle giovani generazioni i nomi dei veri patrioti e dei veri vincitori, che sono sempre stati l’orgoglio dell’Ucraina.

Per gli Ucraini che hanno combattuto nell’Armata Rossa e nelle unità partigiane, la Grande Guerra Patriottica fu davvero una guerra patriottica perché difendevano la loro casa, la loro grande Patria comune. Oltre duemila soldati divennero Eroi dell’Unione Sovietica. Tra questi ci sono il leggendario pilota Ivan Kozhedub, Lyudmila Pavlichenko la cecchina senza paura che ha difeso Odessa e Sebastopoli, e il valoroso comandante della guerriglia Sidor Kovpak. Questa generazione indomita ha combattuto, quelle persone hanno dato la vita per il nostro futuro, per noi. Dimenticare la loro impresa è tradire i nostri nonni, le nostre madri e i nostri padri.

Il progetto anti-Russia è stato respinto da milioni di Ucraini. Il popolo della Crimea e gli abitanti di Sebastopoli hanno fatto la loro scelta storica, e la gente del sud-est ha cercato pacificamente di difendere la propria posizione. Eppure, tutti loro, compresi i bambini, sono stati etichettati come separatisti e terroristi. Sono stati minacciati di pulizia etnica e di uso della forza militare. E gli abitanti di Donetsk e Lugansk hanno preso le armi per difendere le loro case, la loro lingua e le loro vite. Quale altra scelta potevano avere dopo le sommosse che hanno travolto le città dell’Ucraina, dopo l’orrore e la tragedia del 2 maggio 2014 a Odessa, dove i neonazisti ucraini hanno bruciato vive le persone, facendone una nuova Khatyn? I seguaci di Bandera erano pronti a compiere lo stesso massacro in Crimea, a Sebastopoli, Donetsk e Lugansk. Anche ora non abbandonano questi piani. Stanno aspettando il loro momento. Ma il loro momento non verrà.

Il colpo di Stato e le successive azioni compiute dalle autorità di Kiev hanno portato inevitabilmente al conflitto e alla guerra civile. L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani stima che il numero totale delle vittime del conflitto in Donbass sia superiore a 13.000. Tra loro ci sono anziani e bambini. Sono perdite terribili, irreparabili.

La Russia ha fatto di tutto per fermare questo fratricidio. Gli Accordi di Minsk, che cercavano una soluzione pacifica del conflitto nel Donbass, sono conclusi. Sono ancora convinto che non ci siano alternative. In ogni caso, nessuno ha ritirato le proprie firme dal pacchetto di misure degli Accordi di Minsk o dalle relative dichiarazioni dei leader dei paesi del Formato Normandia. Nessuno ha avviato un riesame della risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del 17 febbraio 2015.

Durante i negoziati ufficiali, e soprattutto dopo essere stati tenuti a freno dai partner occidentali, i rappresentanti dell’Ucraina hanno regolarmente dichiarato la loro “piena adesione” agli Accordi di Minsk, ma di fatto erano guidati da una posizione di “non accettabilità”. Non intendono discutere seriamente né dello status speciale del Donbass né della protezione delle persone che ci vivono: preferiscono sfruttare l’immagine di “vittime di un’aggressione esterna” e diffondere russofobia. Organizzano provocazioni sanguinose nel Donbass. In sintesi: usano ogni mezzo per attrarre l’attenzione dei loro sponsor e dei loro padroni esterni.

A quanto sembra – e me ne sto convincendo sempre di più- Kiev, semplicemente, non ha bisogno del Donbass. Perché? In primo luogo, perché gli abitanti di queste regioni non accetteranno mai l’ordine che hanno cercato e cercano di imporre con la forza, l’embargo e le minacce; in secondo luogo, perché il risultato sia di Minsk 1 che Minsk 2 – che offrono una possibilità reale di ripristinare pacificamente l’integrità territoriale dell’Ucraina giungendo a un accordo direttamente con DPR e LPR insieme a Russia, Germania e Francia come mediatori- contraddice l’intera logica del progetto anti-russo. Progetto che può essere sostenuto solo promuovendo costantemente l’immagine di un nemico interno ed esterno. E, aggiungerei, con la protezione e il controllo delle potenze occidentali.

Questo è ciò che sta realmente accadendo. Prima di tutto, stiamo assistendo alla creazione nella società ucraina di un clima di paura, alla creazione di una retorica aggressiva, che indulge verso i neonazisti e militarizza il paese. Oltre a questo, stiamo vedendo non solo la completa dipendenza ma anche il diretto controllo esterno, tra cui la supervisione da parte di consulenti stranieri delle autorità ucraine, dei servizi di sicurezza e delle forze armate, lo “sviluppo” militare del territorio dell’Ucraina e il dispiegamento delle infrastrutture della NATO. Non è un caso che l’eclatante legge sui “popoli autoctoni” sia stata firmata sotto la copertura delle esercitazioni su larga scala della NATO in Ucraina.

Questo è anche un modo per camuffare l’acquisizione del resto dell’economia ucraina e lo sfruttamento delle sue risorse naturali. La vendita dei terreni agricoli non è lontana, ed è ovvio chi li comprerà. Di tanto in tanto, all’Ucraina vengono effettivamente concesse risorse finanziarie e prestiti, ma alle condizioni di altri e perseguendo gli interessi di altri, con preferenza e a vantaggio delle società occidentali. A proposito, chi ripagherà questi debiti? A quanto sembra, si suppone che lo dovrà fare non solo la generazione di Ucraini di oggi, ma anche i loro figli, i loro nipoti e probabilmente i pronipoti.

Gli autori occidentali del progetto anti-Russia hanno impostato il sistema politico ucraino in modo tale che possano cambiare i presidenti, i membri del Parlamento e i ministri, ma possa rimanere l’atteggiamento di separazione e inimicizia con la Russia. Raggiungere la pace è stato il principale slogan elettorale del presidente in carica, e con questo slogan è salito al potere. Le promesse si sono rivelate bugie e niente è cambiato. E per certi versi la situazione in Ucraina e nei dintorni del Donbass si è addirittura deteriorata.

Nel progetto anti-Russia non c’è posto né per un’Ucraina sovrana né per le forze politiche che cercano di difendere la sua vera indipendenza. Coloro che nella società ucraina parlano di riconciliazione, di dialogo, di trovare una via d’uscita dall’attuale impasse, vengono etichettati come agenti “filo-russi“.

Lo ripeto: in Ucraina il progetto anti-Russia è semplicemente inaccettabile per molte persone. E ce ne sono milioni di queste persone, ma non gli è permesso di alzare la testa. Hanno avuto la loro opportunità legale di difendere il loro punto di vista, che di fatto gli è stata tolta. Vengono minacciati e spinti alla clandestinità. Non solo vengono perseguitati per le loro convinzioni, per ciò che dicono, per la posizione che esprimono apertamente, ma vengono anche uccisi. Gli assassini, di norma, restano impuniti.

Oggi il “perfetto” patriota dell’Ucraina è solo colui che odia la Russia. Inoltre, l’intero Stato ucraino, per come lo intendiamo, si prefigge di basarsi sempre di più esclusivamente su questa idea. L’odio e la rabbia, come più volte è stato dimostrato dalla storia mondiale, sono una base molto instabile per la sovranità e comportano numerosi gravi rischi e conseguenze disastrose.

Le attuali autorità in Ucraina amano fare riferimento all’esperienza occidentale, che considerano un modello da seguire. Basta osservare come convivono l’Austria e la Germania, gli Stati Uniti e il Canada: simili per composizione etnica, per cultura e di fatto con la stessa lingua, restano Stati sovrani con i propri interessi e con la propria politica estera. Ma questo non gli impedisce di avere una più stretta integrazione o dei rapporti di alleanza. Non hanno molti limiti e formalità di frontiera. Quando l’attraversano, i cittadini si sentono a casa, creano famiglie, studiano, lavorano, fanno affari. Per inciso, lo stesso vale per milioni di persone nate in Ucraina che ora vivono in Russia. Le consideriamo come le persone a noi più vicine.

La Russia è aperta al dialogo con l’Ucraina ed è pronta a discutere le questioni più complesse. Per noi però è importante capire se il nostro partner vuole difendere i propri interessi nazionali o vuole fare gli interessi di qualcun altro, e non sia lo strumento in mani altrui per combattere contro di noi.

Noi rispettiamo la lingua e le tradizioni ucraine. Rispettiamo il desiderio degli Ucraini di vedere il loro paese libero, sicuro e fiorente.

Sono sicuro che la vera sovranità dell’Ucraina sia realizzabile solo in collaborazione con la Russia. I nostri legami spirituali, umani e di civiltà si sono formati nel corso di secoli, hanno la stessa origine e si sono temprati con prove, conquiste e vittorie comuni. La nostra affinità si è trasmessa di generazione in generazione: risiede nei cuori e nella memoria delle persone che vivono nella moderna Russia e in Ucraina, nei legami di sangue che uniscono milioni di nostre famiglie. Insieme siamo sempre stati e saremo molto più forti e avremo maggior successo. Perché siamo un solo popolo.

Oggi, queste parole possono essere accolte con ostilità da alcune persone e possono essere interpretate in molti modi.  Molte persone invece mi ascolteranno. E dirò una cosa: la Russia non è mai stata e non sarà mai “anti-Ucraina”. E cosa sarà l’Ucraina, lo devono decidere i suoi cittadini.

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Articolo di Vladimir Putin pubblicato sul sito della Presidenza della Federazione Russa il 12 luglio 2021
Traduzione in italiano a cura di Elvia Politi per Saker Italia.


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