Alla fine Biden ha ottenuto il suo “successo” in politica estera: l’Europa alza un muro contro la Russia, la Cina e l’emergente mercato asiatico integrato.

Il triplice colpo sanzionatorio dell’Unione Europea contro la Russia non si prefiggeva inizialmente di far crollare il sistema finanziario russo. Tutt’altro: si volevano individuare i mezzi per continuare a soddisfare i propri bisogni energetici (cosa ancora più importante visto che le riserve di gas europee si avvicinano allo zero). Gli acquisti di energia, di metalli speciali e di terre rare (necessari per la manifattura ad alto contenuto tecnologico) e di prodotti agricoli dovevano essere esentati dal regime sanzionatorio. In sostanza, non si dovevano toccare i nervi del sistema finanziario globale.

L’obiettivo principale, invece, era bloccare alla radice la capacità del sistema finanziario russo di raccogliere capitali – anche con sanzioni specifiche su Alrosa, un importante attore sul mercato dei diamanti, e sull’armatore di petroliere Sovcomflot.

Poi, lo scorso sabato mattina (26 febbraio) c’è stato un cambiamento radicale. È stata lanciata una guerra lampo: secondo quanto affermato dal ministro delle Finanze francese, Le Maire, (affermazioni delle quali poi si è dovuto pentire) “Stiamo conducendo una guerra economica e finanziaria totale alla Russia. Provocheremo il collasso dell’economia russa”.

Quel sabato l’Unione Europea, gli Stati Uniti e alcuni alleati si sono mossi per congelare le riserve in valuta della Banca Centrale Russa detenute all’estero. Inoltre, si sarebbero dovute espellere dal servizio di comunicazione interbancaria SWIFT determinate banche russe (alla fine sette). L’intento è stato apertamente ammesso in un briefing degli Stati Uniti la cui fonte esatta non è chiara: innescare un “bear raid” (cioè una vendita di massa orchestrata) del rublo il lunedì successivo, il che avrebbe fatto crollare la valuta.

Il congelamento delle riserve della Banca Centrale aveva due obiettivi. Primo, impedire alla Banca di sostenere il rublo. Secondo, indurre la scarsità di liquidità delle banche commerciali in Russia per spaventare i russi, facendo loro credere che qualche banca potesse fallire, e innescando così una corsa ai Bancomat, o, in altre parole, una corsa al ritiro del contante dalle banche.

Più di vent’anni fa, nell’agosto 1998, la Russia dichiarò il default del proprio debito sovrano e svalutò il rublo, innescando una crisi politica culminata con il rimpiazzo di Boris Yeltsin con Vladimir Putin. Nel 2014 si verificò un simile tentativo di far crollare il rublo mediante sanzioni e causando, con l’aiuto saudita, un calo del prezzo del petrolio del 41% entro il gennaio 2015.

Chiaramente, sabato mattina, quando Ursula von der Leyen ha annunciato che certe banche russe sarebbero state espulse dallo SWIFT e dal sistema di comunicazione finanziaria internazionale, e quando ha annunciato l’inaudito congelamento delle riserve della Banca Centrale Russa, stavano assistendo ad una replica del 1998. Il collasso dell’economia (secondo Le Maire), una corsa al ritiro del contante, e la prospettiva di un’inflazione vertiginosa. Questa combinazione si prefigge di indurre una crisi politica (anche se ora intesa a sostituire Putin anziché Yeltsin), vale a dire in un cambio di regime [in inglese], come già proposto questa settimana da un think-tanker americano di rilievo.

Alla fine, il rublo si è svalutato ma non è collassato. Infatti la valuta russa, dopo un calo iniziale, ha recuperato la metà della perdita iniziale. Anche se lunedì i russi sono corsi ai bancomat, non è stata una vera e propria corsa al prelievo. Mosca l’ha “gestita”.

Non è chiaro cosa sia realmente successo quel sabato e che cos’abbia indotto l’Unione Europea a passare da sanzioni moderate alla dichiarazione di guerra finanziaria ad oltranza contro la Russia. È possibile siano le forti pressioni americane o che siano cause interne, con la Germania che ne approfitta per militarizzarsi per la terza volta nell’arco di qualche decennio. Cioè l’occasione di riconfigurarsi come potenza militare di rilievo.

Semplicemente, tutto questo non è possibile senza il tacito incoraggiamento americano.

L’ambasciatore Bhadrakumar osserva [in inglese] che i cambiamenti fondamentali resi manifesti dalla von der Leyen sabato scorso “indicano una profonda svolta nella politica europea. L’idea di contestualizzare questa svolta come una reazione alla decisione russa di lanciare un’operazione militare in Ucraina è attraente ma futile. Il pretesto fornisce l’alibi, ma la svolta europea si fonda su giochi di potere ed ha dinamiche proprie”, secondo l’ambasciatore.

“Non c’è dubbio che tre sviluppi (la decisione di intensificare la militarizzazione tedesca con 100 miliardi di Euro aggiuntivi; la decisione europea di finanziare e fornire armi all’Ucraina; la decisione storica della Germania di invertire la propria tradizionale politica di non fornire armi a belligeranti) segnano un distacco radicale nella politica europee dalla Seconda Guerra Mondiale in poi. Pensare al rafforzamento militare, il bisogno tedesco di diventare un “forte” attore nella politica globale e l’abbandono dei complessi di colpa per diventare “pronti al combattimento”, erano aspetti presenti ben prima della situazione attuale in Ucraina”.

L’intervento della von der Leyen potrà anche essere opportunistico, cioè dettato da una rinascita dell’ambizione tedesca (e forse anche dalla sua personalità animosità contro la Russia, eredità dei suoi legami familiari [in inglese] con la presa di Kiev da parte delle SS tedesche) ma resta il fatto che le conseguenze sono destinate ad essere profonde.

Per essere chiari, un bel sabato la von der Leyen ha deciso di spegnere l’interruttore principale di determinate parti dell’architettura finanziaria globale: il blocco della messaggistica interbancaria, la confisca di riserve estere e il taglio di gangli vitali del commercio. Evidentemente le strutture globali sono state “bruciate” (proprio come venivano bruciati i villaggi in Vietnam) per “salvare” l’Ordine liberale.

Tuttavia, quanto sopra deve essere inteso in combinazione con la decisione tedesca ed europea di fornire armi non già ad una qualunque delle vecchie “zone di conflitto”, ma proprio a quelle forze che combattono le truppe russe in Ucraina. I “duri” delle forze ucraine che “resistono” contro la Russia sono forze neonaziste [in inglese] con un lungo curriculum di atrocità contro gli ucraini di lingua russa. La Germania si unirà agli USA nell’addestramento di questi elementi nazisti [in inglese] in Polonia, cosa che la CIA fa già dal 2015 [in inglese] (così, mentre la Russia tenta di denazificare l’Ucraina, la Germania e l’Unione Europea incoraggiano volontari europei ad aderire al tentativo americano di utilizzare elementi nazisti contro la Russia, proprio come i jihadisti [in inglese] sono stati addestrati in funzione antirussa in Siria).

È un paradosso. In effetti, la von der Leyen sta supervisionando la costruzione di un “Muro di Berlino europeo”, anche se lo scopo odierno è opposto: separare l’Unione Europea dalla Russia. E, per completare il parallelismo, ha anche annunciato che Russia Today e Sputnik saranno banditi da tutta l’Unione Europea. Gli europei avranno il permesso di sentire solo i messaggi autorizzati dall’Unione Europea (anche se dopo una settimana dall’invasione, qualche crepa inizia ad insinuarsi nella narrativa occidentale strettamente controllata: “Putin NON è pazzo e l’invasione russa NON sta fallendo” come nota un analista militare di rilevo sul Daily Mail [in inglese] . Semplicemente, “credere che l’assalto russo stia andando male può farci sentire meglio, ma cozza con la realtà dei fatti”, scrive Roggio, secondo cui, inoltre “non possiamo aiutare l’Ucraina se non siamo onesti nel vedere la situazione”).

Così alla fine Biden ha ottenuto il suo “successo” di politica estera: l’Europa costruisce un muro con la Russia, con la Cina e con i mercati emergenti asiatici. Si è smarcata dalla “dipendenza” del gas naturale russo (senza alcuna prospettiva di alternative immediate) ed è saltata a bordo del progetto di Biden. E dopo? l’Unione Europea che diventa perno delle sanzioni contro la Cina?

Può durare? Sembra difficile. L’industria tedesca ha tradizionalmente anteposto i propri interessi mercantili rispetto alle ambizioni geopolitiche e agli interessi dell’Unione Europea stessa. Inoltre in Germania la classe imprenditoriale corrisponde a tutti gli effetti con la classe politica, e ha bisogno di prezzi dell’energia competitivi.

Mentre il resto del mondo dimostra poco o nessun entusiasmo per le sanzioni (la Cina ha escluso sanzioni [in inglese] contro la Russia), l’Europa è in preda all’isteria. E questo clima non passerà molto velocemente. La nuova “cortina di ferro” eretta a Bruxelles potrà durare per anni.

E che dire delle conseguenze inattese del colpo di mano sanzionatorio di sabato scorso? Si tratta di uno di quegli “incognite inconoscibili” del famoso mantra di Rumsfeld? L’inaudito “spegnimento” che colpisce una parte chiave del sistema globalista non cala in un contesto neutrale ed inerte – si è sviluppato in un’atmosfera emotivamente colma di russofobia.

Anche se i paesi dell’Unione Europea avevano sperato di tener fuori da tutto questo le forniture di energia russa, non si è tenuto conto dell’isteria scatenata contro la Russia. I mercati del petrolio hanno agito come se il settore energetico fosse già dentro lo schema delle sanzioni occidentali. Le petroliere hanno iniziato ad evitare i porti russi per paura delle sanzioni, e le tariffe per le petroliere sulle rotte del greggio russo si sono impennate anche di nove volte nei giorni scorsi. Ma ora, nel crescente timore di cadere nell’intricata rete di restrizioni in diverse giurisdizioni, le raffinerie e le banche esitano ad acquistare il petrolio russo, secondo quanto sostengono gli operatori del settore. Gli operatori del mercato temono che misure che colpiscono le esportazioni di petrolio possano essere imposte direttamente nel caso di intensificazione dei combattimenti in Ucraina.

I mercati delle materie prime sono diventati turbolenti sin dall’inizio dell’Operazione Militare Speciale russa.  Il gas europeo naturale mercoledì scorso è schizzato su del 60%, da quando compratori, venditori e spedizionieri hanno iniziato a evitare il gas russo. Una combinazione di sanzioni e decisioni di tipo commerciale da parte degli spedizionieri e assicuratori per starne quanto più possibile alla larga, ha tagliato in maniera netta quel contributo all’approvvigionamento globale. È verosimile che si verifichi una catena di fallimenti di imprese occidentali. E un’interruzione delle linee di approvvigionamento è inevitabile.

Molti saranno colpiti dalle turbolenze delle materie prime, ma con la Russia che fornisce il 25% delle forniture globali di grano, l’aumento del 21% del grano e del 16% dei prezzi del mais dal 1° gennaio rappresenterà un disastro per molti stati del Medio Oriente, tra gli altri.

Questi colpi ai mercati arrivano ancora prima che Mosca abbia risposto con proprie contromisure. Finora se n’è stata in silenzio, ma che succede se pretende che i prossimi pagamenti per l’energia vengano resi in Yuan?

In sintesi, i cambiamenti messi in atto dalla von der Leyen e dall’Unione Europea, con i prezzi del greggio e del gas in forte rialzo, possono mettere i mercati globali in crisi e innescare una spirale inflattiva. L’inflazione creata dai costi energetici in aumento esponenziale e contraccolpi al mercato alimentare non possono essere affrontati facilmente con rimedi di tipo monetario. Se il dramma quotidiano della guerra in Ucraina inizia a sparire dall’attenzione del pubblico, e se l’inflazione persiste, il costo politico del dramma della von der Leyen di sabato scorso può trasformarsi in una recessione europea.

“Gli europei avevano problemi con il crescente peso delle loro bollette energetiche già da molto tempo prima l’invasione russa” osserva [in inglese] OilPrice.com. In Germania per molti adesso un mese di energia costa tanto quanto prima costava un anno intero. Nel Regno Unito il governo ha aumentato il tetto dei prezzi dell’energia di un sostanzioso 54%, e in Italia il recente aumento del 40% dell’energia domestica potrebbe ora quasi raddoppiare.

Secondo il New York Times questo impatto sulle imprese locali e sull’industria è niente di meno che “spaventoso”, visto che molte piccole imprese in tutta Europa (già prima degli eventi della scorsa settimana) sono state costrette a cessare l’attività a causa dei costi energetici che ormai superano i profitti. “Quasi due terzi delle 28.000 società intervistate nel mese in corso dall’associazione tedesca delle camere di commercio ritiene che i prezzi dell’energia sia uno dei maggiori rischi d’impresa … un numero che per il settore industriale sale all’85%”.

Viene in mente la vecchia previsione mediorientale che i valori occidentali si rivolteranno contro l’Occidente stesso, e poi finiranno per divorarlo.

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 Articolo di  Alastair Crooke pubblicato su Strategic Culture Foundation il 6 marzo 2022
Traduzione in italiano di DS per SakerItalia

[le note in questo formato sono del traduttore]

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