In Francia Lavoro e Capitale sono ai ferri corti. Mentre continua ad estendersi lo sciopero a tempo indeterminato che ha preso il via il 5 dicembre contro la riforma neoliberale del sistema pensionistico, il regime di Macron si è impuntato nel difendere i vantaggi che la cosiddetta riforma comporterebbe per i ricchi (anche se di recente è stato costretto [in francese] a presentare ciò che considera un “compromesso” alla leadership sindacale). Per poter comprendere a fondo la natura e l’importanza di questa battaglia, bisogna contestualizzarla in relazione alla recente storia del movimento dei Gilet Gialli e al contesto globale del conflitto di classe contemporaneo.

Emmanuel Macron, un ex banchiere finanziario, è salito al potere nel 2017 come presunto baluardo centrista contro l’estrema destra del Fronte Nazionale, e quindi la sua amministrazione deve essere intesa come parte di un più ampio spostamento storico della politica elettorale verso destra. La sua proposta di riforma delle pensioni, che dovrebbe essere finanziata da misure come l’innalzamento dell’età pensionabile da 62 a 64 anni e con il calcolo della pensione fatto sulla retribuzione media di tutto il periodo lavorativo (che di fatto abbassa la media delle pensioni), ha l’obiettivo di eliminare i 42 diversi sistemi pensionistici che esistono attualmente all’interno di un unico sistema che riduce drasticamente i benefici per molti lavoratori. Questi diversi sistemi, che prevedono vantaggi come il pensionamento anticipato, sono stati il risultato di lotte vinte con fatica da quei lavoratori che svolgono lavori pericolosi e fisicamente impegnativi. Il cambiamento proposto sarebbe quindi finanziato, in pratica, a spese dei lavoratori (che dovrebbero lavorare di più con meno retribuzione e sicurezza) piuttosto che essere finanziato da un aumento delle tasse sulle aziende o sui ricchi (come noto, nel 2017 il governo di Macron ha abolito la tassa di solidarietà sulla ricchezza, la ISF [Impôt de solidarité sur la fortune]).

Se è vero che il Primo Ministro Édouard Philippe ha recentemente annunciato che il governo è disposto (costretto dal movimento) a ritirare momentaneamente la variazione dell’età pensionabile, la sua proposta è di farlo mantenendo il resto della contro-riforma e decidendo una riduzione del budget di 12 miliardi di euro per il sistema pensionistico. Lungi dall’essere un vero compromesso, non è altro che un atto di teatro politico che ha l’obiettivo di mostrare il governo disposto al negoziato e al compromesso (allo stesso tempo attirando la leadership sindacale nella trappola della “rivoluzione passiva”), preparando così la scena che dipinge i lavoratori come ostinati, irrazionali e anti-democratici se non interrompono lo sciopero. In più, se si legge tra le righe della proposta di Philippe, diventa sempre più chiaro che non cambierà quasi nulla rispetto al piano originario. Come ha spiegato Damien Bernard [in francese]: “il testo della proposta di legge del governo stabilisce un’età di equilibrio “a lungo termine” che permetterà, in un sistema pensionistico che si basa sul punteggio, di alzare l’età pensionabile rispetto all’aspettativa di vita ma anche, in base ai parametri di budget del sistema a punti, cioè a PIL costante, di avere una riduzione generale delle pensioni”.

I lavoratori della SNFC, le ferrovie francesi, e della RAPT di Parigi (la rete di trasporto pubblico) contano sugli attuali piani pensionistici “speciali”, e sono in prima linea nello sciopero, che è diventato il più lungo “e ininterrotto periodo di sciopero nella storia delle ferrovie francesi [in inglese]”. Allo sciopero hanno aderito anche altri sindacati, tra cui i due più grandi in Francia (l’CGT [Confédération Générale du Travail] e l’CFDT [Confédération française démocratique du travail]), insieme ai lavoratori pubblici e privati del settore di trasporti, educazione, sanità e assistenza sanitaria, legge, cultura, energia e telecomunicazioni. Treni e metropolitane sono quasi fermi, molti voli sono stati cancellati, sono in sciopero le otto più grandi raffinerie francesi, più di un centinaio di scuole e università sono chiuse e alcune sono occupate, più di un milione e mezzo di persone stanno protestando nelle strade. Con un indice di gradimento del 61% [in francese] dopo più di un mese di agitazione, è “il più lungo sciopero generale dal maggio 1968, quando l’intera economia si fermò per la rivolta a oltranza degli studenti e dei lavoratori contro il governo[in inglese].

Questo sciopero a tempo indeterminato si è sviluppato nel contesto del movimento dei Gilet Gialli, che ha preso il via in maniera consistente nell’autunno del 2018 e si è sviluppato sull’esempio di importanti e recenti movimenti sociali francesi, tra cui la grande mobilitazione per l’anniversario del maggio 1968 e il movimento Nuit Debut del 2016 [in inglese]. Nati al di fuori del classico sistema di rappresentanza, come i partiti politici e i sindacati, il movimento dei Gilet Gialli ha introdotto delle forme innovative di lotta ed esteso le loro ambizioni politiche ben al di là degli stretti confini di circoscritte “richieste”.  Molti Gilet Gialli, o Gilets Jaunes, stanno partecipando agli scioperi attuali e molti commentatori hanno parlato di “gilettizzazione” o di “effetto Gilet Gialli”. Di fatto, c’è un processo di crescita di autonomia, di solidarietà diffusa e di radicalizzazione con cui i lavoratori si stanno organizzando in molti settori, talvolta indipendentemente dalla leadership del sindacato e del partito, e c’è un’escalation del conflitto che va oltre le richieste immediate di cancellare la contro-riforma prevista. Per citare le parole acute di Yves Saintemarie, un pensionato e partecipante dello sciopero: “Non è solo una questione di pensioni, è una questione che riguarda le persone che vivono in una condizione generale di povertà e precarietà. Sono un “Gilet Giallo” e un sindacalista, è indispensabile che la nostra lotta converga. Dobbiamo far cadere questo governo che ci uccide”.

Per quanto riguarda lo sciopero in corso, i lavoratori hanno bloccato le strade e chiuso i siti turistici. Per protesta i Vigili del Fuoco hanno usato gli idranti sui palazzi governativi. I lavoratori del settore petrolifero hanno organizzato un blocco di 96 ore [in inglese] dei distributori di benzina francesi, blocco che non ha permesso il transito in uscita e in ingresso dei prodotti dalle raffinerie, dai depositi e dai terminal petroliferi, e che quindi ha sospeso il trasporto del carburante in tutto il paese. I lavoratori del settore energetico hanno ripristinato la corrente nei quartieri poveri a tariffe ridotte, tagliando contemporaneamente la fornitura ai palazzi governativi, alle stazioni di polizia, ai centri commerciali e alle sedi delle aziende. Sotto Natale i membri del balletto di Parigi si sono uniti allo sciopero e hanno organizzato una rappresentazione pubblica e gratis del “Lago dei Cigni”, per esprimere la loro solidarietà di lavoratori. Queste azioni creative, e altre simili a queste, incarnano l’azione diretta stile “autodeterminazione”, approccio che si è così ampiamente diffuso nel corso del movimento dei Gilet Gialli, che conferma anche l’importanza per i movimenti sociali contemporanei dei blocchi e del controllo dei trasporti e della rete energetica.

L’amministrazione Macron è giustamente spaventata dallo sciopero in corso, dato il successo delle relativamente recenti mobilitazioni. Nel 1995 ci sono volute solo tre settimane di sciopero totale per costringere il Primo Ministro Alain Juppé a ridurre i previsti tagli di austerity, cosa che all’epoca ha significativamente indebolito la capacità del presidente Jacques Chirac di imporre delle contro-riforme neoliberali. Se l’attuale movimento riesce a fermare la riforma del sistema pensionistico, sarà molto più difficile per Macron spingere verso altre politiche neoliberali. Forse non deve sorprendere che, di conseguenza, la risposta alle proteste da parte della sua amministrazione sia stata perfettamente in linea con la natura a due facce della norma pseudo-democratica del capitalismo globale: una combinazione di mendace retorica politica, da una parte, e di rifiuto del cambiamento di direzione e l’uso di una brutale repressione pubblica, dall’altra. Questa duplice strategia, che sembra mantenere l’egemonia nei settori quiescenti della popolazione mentre scatena una repressione violenta sugli altri, è stata una costante in questa amministrazione, come si è visto chiaramente nel suo uso ininterrotto della violenza dello stato contro i Gilet Gialli [in inglese].

L’attacco di Macron alle pensioni è, ovviamente e semplicemente, un altro passo nel suo continuo attacco allo stato sociale, al fine di imporre l’agenda della classe capitalista transnazionale. Sotto il grottesco eufemismo di “austerity”, il progetto consiste nell’applicare delle politiche che redistribuiscano la ricchezza verso l’alto, trasferendo maggiori costi della “riproduzione sociale” sulla classe lavoratrice e aumentando il tasso di sfruttamento. Macron è semplicemente uno dei tanti strumenti in mano all’elite tecnocratica sul piano globale, come spiega chiaramente la recente dichiarazione del commissario europeo Thierry Breton [in francese]. Questo magnate della finanza, ed ex-ministro delle Finanze francese, ha spiegato che la Commissione Europea giudica il piano pensionistico di Macron “necessario” come altre contro-riforme in tutto il continente, il che significa che altri paesi europei sono soggetti allo stesso tipo di misure anti-lavoratori.

La crisi di credibilità del regime di Macron è quindi collegata ad una più ampia crisi di legittimità che riguarda il sistema internazionale di governi pseudo-rappresentativi che lavorano per la classe capitalista. Come ha spiegato William I. Robinson in libri come “Global Capitalism and the Crisis of Humanity[‘Capitalismo globale e crisi dell’umanità’], l’elite transnazionale ha cercato di costruire un consenso neoliberale nell’era della globalizzazione, che ha richiesto la mobilitazione di una base sociale che lo sostenga consensualmente. Sebbene la classe che governa sia riuscita ad integrare le alte sfere della società e gli intellettuali organici attraverso ricompense ideologiche e materiali, il sistema di accumulazione del capitalismo globale ha contemporaneamente minato le basi per un dominio egemonico più ampio, privando le classi popolari delle basi materiali necessarie per il loro consenso. A tal proposito, il diffuso malcontento verso il “governo dei ricchi” di Macron è indicativo di una più ampia crisi di legittimazione di tutta l’elite tecnocratica mondiale, che ha come obiettivo quello di mantenere o aumentare l’accumulazione capitalistica mentre pacifica o sottomette tutti coloro che ne sono vittime.

L’attuale sciopero in Francia è quindi una parte di una serie di movimenti sociali radicali che stanno ripulendo il mondo, dal Cile ad Haiti fino al Libano e India, e altri posti. Alcuni commentatori hanno definito queste rivolte come un nuovo ciclo di lotta rivoluzionaria, che sta rinforzando e ulteriormente sviluppando le battaglie dei movimenti di piazza che un decennio fa hanno scosso il mondo. Sebbene un’analisi completa di questa consequenzialità rivoluzionaria supera di molto l’ambito di questo articolo, i movimenti francesi devono essere compresi come parte di un movimento transnazionale delle classi subordinate, dato che la illegittimità del dominio capitalista diventa sempre più evidente attraverso l’alto livello di diseguaglianza nel mondo e attraverso la distruzione della biosfera come mai in passato. La posta è molto alta, e ci sono molte similitudini tattiche tra questi movimenti, che hanno cercato di spostare gli equilibri del potere. Tra questi ci sono, sia in Francia che altrove: gli autonomi che si organizzano al di fuori delle forme tradizionali di rappresentatività politica ed economica, la diffusione delle reti di solidarietà che va oltre le strutture costituite, professioni particolari o lavoratori autonomi; azioni mirate, proteste “selvagge”, giornate di lotta e di blocchi piuttosto che occupazione di piazze pubbliche; radicalizzazione della lotta che affronta in maniera diretta il potere dello stato e corporativo. La situazione in Francia deve quindi essere intesa come parte di una lotta transnazionale contro la classe governante globale. Se il governo sostenuto dalle corporazioni riesce a schiacciare il dissenso o se la leadership sindacale è soddisfatta di accettare concessioni inferiori, cosa che già sembra essere una possibilità, ci potrebbe essere una battuta d’arresto per lo slancio della lotta di classe globale, se il movimento non scavalca i leader sindacali. Se lo sciopero riesce e continua a svilupparti e a espandersi, e se si concentra sul “governo che ci uccide”, allora potrebbero esserci importanti vittorie all’orizzonte. Il che potrebbero contribuire, inoltre, alla lotta internazionale contro un mondo sempre più non egualitario.

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Articolo di Gabriel Rockhill pubblicato su Counterpunch.org il 13 gennaio
Traduzione in italiano a cura di Elvia Politi per Saker Italia.

[i commenti in questo formato sono del traduttore]


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