Torniamo alla guerra dimenticata del Donbass, al luogo – in Europa – dove si combatte un conflitto civile e dove si scontrano gli interessi geopolitici a livello globale. Il prezzo viene pagato ogni giorno dalla popolazione, che piange più di 13.000 vittime dal 2014, e vive il suo presente in uno stato di guerra.
Ne abbiamo parlato con Sara Reginella, psicologa e psicoterapeuta, documentarista nelle terre del Donbass (“Start Up a War. Psicologia di un conflitto“) e autrice del volume di recente pubblicazione “Donbass, la guerra fantasma nel cuore d’Europa” di Exòrma Edizioni.

 

S.I. ll tuo libro è un “reportage narrativo” della tua esperienza in Donbass, sicuramente un modo non classico di trattare questo tema. Che tipo di “visione” offre “Donbass, la guerra fantasma nel cuore d’Europa”?

Il libro raccoglie diciotto storie diverse, narrate in forma di racconto, e mette sul piatto le emozioni di quanti stanno vivendo questa guerra a bassa intensità e asimmetrica: da una parte comuni cittadini in armi, dall’altra un esercito organizzato. Il viaggio che offro al lettore è quello tra le rovine di vite di uomini e donne qualunque, di quartieri residenziali, di città dal respiro internazionale, sfigurati, all’improvviso, da razzi, bombe, colpi di fucile. Non volevo curarmi dell’informazione, dell’attribuzione di responsabilità, ma solo far parlare i protagonisti, così come loro hanno parlato a me nel corso dei miei tre viaggi in quelle terre.

S.I. Mi ha colpito la definizione  che dai di “dimensione umana di una guerra combattuta da persone comuni, miliziani atipici”. Che cosa “hai visto” utilizzando la lente di psicoterapeuta?

Oggi fai un bel lavoro d’ufficio o in un avviato studio professionale, hai una casa, un vicinato amichevole e accogliente, programmi viaggi e ferie e dove andare a cena la sera dopo. Solo che la sera dopo arriva il coprifuoco alle venti, il quartiere è bombardato, devi nasconderti sottoterra insieme ai tuoi genitori e ai tuoi figli e non hai idea di quando tutto questo finirà e si tornerà alla normalità. Solo dopo capisci che è questa la tua nuova normalità. Come ti lascia tutto ciò? Ho trovato persone dalla quotidianità spezzata, come traditi dalla vita e sorpresi dalla violenza di un conflitto che arriva dentro il cortile di casa. Bisogna trovare la forza per resistere, andare avanti e ingegnarsi a sopravvivere. Anche chi non combatte al fronte combatte ogni giorno la sua battaglia per non farsi inghiottire dal vortice che li circonda. Lo si fa prima di tutto per sé e per i propri figli, ma anche perché è forte l’orgoglio di difendere la terra e il Paese in cui si vive.

S.I. Come leggiamo dal titolo, la guerra in Donbass è una guerra in Europa ma è una guerra fantasma. Da più di mezzo secolo il nostro continente non ha vissuto in maniera diretta un conflitto, in più l’informazione mainstream se non è silente, tende a minimizzare la realtà di ciò che la popolazione sta vivendo. Cosa vuol dire negare la realtà della guerra? E’ anch’essa una forma di manipolazione?

Potrebbe essere una delle migliori: se non ne parli non esiste, se non la mostri non esiste, e in una società che ha l’illusione di poter spingere il proprio sguardo ovunque, bloccare la portata di quello sguardo è già un atto politico, mai neutro e nemmeno frutto di disattenzione. Omettere, oggi, è una scelta precisa, dato che il Donbass non è su un altro pianeta: avere documenti, fatti e aggiornamenti è possibile, solo che molti media preferiscono tacere.

S.I. In Donbass la nuova generazione è nata durante la guerra, ma in altre aree non tanto distanti da noi sono ben di più le generazioni nate e cresciute in un conflitto. Augurandoci che questi conflitti terminino al più presto, che cosa vuol dire per una società essere in guerra?

La durezza della guerra è qualcosa di inimmaginabile. Una generazione nata in un conflitto si è interfacciata con la morte da subito. Molti bambini e adolescenti sono orfani a causa della guerra, hanno perduto i genitori, gli animali d’affezione e in molti casi parti del corpo, a causa dei bombardamenti o delle esplosioni di mine. Una generazione nata in un conflitto non ha le stesse opportunità di una generazione nata in un territorio senza guerre. I giovani di queste generazioni rischiano di perdere la capacità di sognare, la capacità di perseguire i propri desideri. Per questi bambini e per questi adolescenti occorre lottare, affinché sia fatta chiarezza, affinché siano svelate le bugie alla base delle guerre, e affinché a tutti i giovani e bambini sia data la possibilità di sognare e di essere amati, senza la paura che un’esplosione uccida i propri cari. Una società che non garantisce tutto questo ai più piccoli è una società morta in partenza. Per questo motivo, nonostante la guerra, occorre intervenire in primis a tutela delle giovani generazioni.

S.I. C’è un argomento che periodicamente torna sulla stampa mainstream, ed è quello dei cosiddetti foreign fighters. In Donbass sono arrivate molte persone che hanno deciso di sostenere la causa. Che cosa ci puoi dire sulle motivazioni che portano una persona ad affrontare una simile esperienza?

Nel libro ho raccolto anche le storie di combattenti volontari venuti da altre parti del mondo, basta ascoltarli per capire le loro motivazioni. Uno di questi è Boris, un tipo con l’aria da nerd e una borsa a tracolla a cui è legato un nastro di San Giorgio. “Non accettiamo nessuna lezione di democrazia dagli Stati Uniti” mi disse. Chi va in Donbass a combattere lo fa perché ritiene ingiusto quanto sta avvenendo, e frutto di influenze straniere che mirano a destabilizzare la regione.

Vi sono poi delle formazioni di volontari come InterUnit, costituita all’interno del battaglione Prizrak, in un’ottica di resistenza antifascista.

S.I. Come immagini il “ritorno alla normalità” del Donbass? Che cosa possiamo (e dobbiamo) imparare da questa esperienza di conflitto?

In Donbass è tutt’ora in corso un conflitto a bassa intensità, al momento vi è una situazione di stallo che purtroppo impedisce alle persone un effettivo ritorno alla normalità. Temo che questa situazione permarrà ancora per diverso tempo.
Dunque la resistenza continua in questa terra e quello che si può imparare da questo conflitto è che il nazismo non è morto e non si deve mai abbassare la guardia.

S.I: Seguendo una logica psico-sociologica, il conflitto del Donbass può essere sicuramente letto come strumento di propaganda mainstream. Qual è la tua opinione?

Quando manca la narrazione di più punti di vista, si perde la possibilità di integrare diverse posizioni e si rischia di entrare in una logica di propaganda dove noi Occidentali siamo i “buoni” e gli altri sono i cattivi, senza che si sappia nulla delle loro posizioni. Dunque la mia opinione è che occorra andare al di là della propaganda, aiutando le persone a comprendere la complessità degli eventi, al di là di facili semplificazioni che non fanno altro che aumentare i livelli di conflitto.

S.I. Una informazione sempre più “eterodiretta”, decisa non si sa da chi, dove e soprattutto perché. Spesso gioca sulle paure più basiche ma evidentemente potenti. Guardiamo a quanto si dice (e che teorie si costruiscono) contro la Russia e la Cina…

Siamo entrati in una nuova cold war dove paesi come Russia e Cina, che non si piegano militarmente ed economicamente all’Occidente, vengono dipinte come antagoniste.

Personalmente, sto lottando da anni contro questa guerra fredda, cercando di aiutare le persone a cogliere la complessità degli eventi e a diventarne consapevoli, smettendo di credere alla fiaba del “lupo cattivo” che ci raccontavano quando eravamo bambini.

S.I: Tornando al Donbass, non sembra che il conflitto si possa risolvere a breve. In più, in altre parti del mondo, si delineano scenari simili. Quali sono, secondo te, le aree di attenzione e quali i rischi nel breve futuro?

Pensiamo a paesi del Sud America come il Venezuela o a quello che sta accadendo a Cuba in questi giorni. L’ingerenza politica da parte di potenze straniere continuerà anche in futuro in tutti i paesi che non sono allineati al blocco occidentale. Di questo ho raccontato nel mio ultimo documentario “Start Up a War. Psicologia di un conflitto”, ma questa è un’altra storia….

S.I: …e a proposito di storie, quali sono i tuoi impegni in corso e i prossimi progetti?

Attualmente, oltre a continuare la mia attività come psicoterapeuta e a curare la promozione di “Donbass. La guerra fantasma nel cuore d’Europa”, sono alle prese con due set.

Il primo è relativo ad un documentario su storie di persone che, nonostante le difficoltà, lottano per perseguire i propri sogni. Il secondo è relativo ad un cortometraggio, “Le stanze di Altea”, che vuole sensibilizzare sulle problematiche psichiche conseguenti a un anno di lockdown. Non appena saranno chiusi questi due progetti, ho in mente di dedicarmi a un nuovo libro, questa volta un romanzo sulla battaglia di alcune persone contro un sistema sociale ingiusto… ma anche questa è un’altra storia….

 

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Intervista a cura di Elvia Politi per SakerItalia

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