L’arresto di Julian Assange è stato un atto di vendetta da parte del Governo USA che colpisce il giornalismo dritto al cuore.

La data dell’11 aprile 2019 sarà ricordata negli annali come il giorno infausto per i “valori” e la “libertà di espressione” dell’Occidente. L’immagine dice tutto. Un giornalista ed editore in manette viene trascinato a forza fuori dall’interno di una ambasciata, mentre stringe in mano il libro di Gore Vidal “Storia della Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti”.

Il meccanismo è brutale. Il co-fondatore di WikiLeaks Julian Assange è stato arrestato perché gli Stati Uniti lo hanno preteso dal governo conservatore britannico, che, da parte sua, ha serenamente affermato di non aver fatto pressione sull’Ecuador affinché revocasse l’asilo politico ad Assange.

Magicamente gli Stati Uniti hanno cancellato i problemi finanziari dell’Ecuador, ordinando al Fondo Monetario Internazionale di accordare un provvidenziale prestito di 4.2 miliardi di dollari [in inglese]. Immediatamente dopo, i diplomatici ecuadoregni hanno “invitato” la polizia metropolitana di Londra ad entrare nella loro ambasciata per arrestare il loro ospite di lunga data.

Andiamo al punto: Julian Assange non è un cittadino americano ma australiano, e WikiLeaks non è una organizzazione di informazione con sede negli Stati Uniti. Se il Governo americano dovesse estradare, processare e imprigionare Assange, legittimerebbe il suo diritto di perseguire in qualsiasi momento chiunque, comunque, dovunque.

Vale a dire: uccidere il giornalismo.

Dammi quella password

Il caso [in inglese] del Dipartimento di Giustizia americano contro Assange è, nella migliore delle ipotesi, inconsistente. Tutto ha che fare essenzialmente con la diffusione nel 2010 di informazioni classificate: 90.000 file militari sull’Afghanistan, 400.000 file sull’Iraq e 250.000 messaggi diplomatici che coprono gran parte del pianeta.

Il fondatore di WikiLeaks Julian Assange parla dal balcone dell’ambasciata dell’Ecuador nel maggio 2017

Assange è accusato di aver aiutato Chelsea Manning, l’ex analista di intelligence dell’esercito americano, ad ottenere questi documenti. E qui si complica: lui è accusato anche di “aver incoraggiato” la Manning a raccogliere più informazioni.

Non ci sono altre interpretazioni: equivale, senza esclusione di colpi, ad una totale criminalizzazione della pratica giornalistica.

Al momento, Assange è accusato di “associazione a delinquere per violazione informatica”.  L’accusa sostiene che Assange abbia aiutato la Manning a craccare una password [in inglese] memorizzata su dei computer del Pentagono, collegati al SIPRNet, la rete di protocollo per la sicurezza informatica.

Secondo i log delle chat del marzo 2010 ottenuti dal Governo americano, la Manning parla con qualcuno chiamato di volta in volta “Ox” e “associazione stampa”. Il Dipartimento di Giustizia è convinto che questo interlocutore sia Assange. Ma lo devono ancora provare in via definitiva.

La Manning e questa persona, presumibilmente Assange, hanno avuto dei “colloqui”: “Durante uno di questi colloqui, la Manning dice ad Assange che ‘dopo questo upload, è tutto quello che mi è rimasto’ al che Assange risponde ‘Gli occhi curiosi non non restano mai a secco mai nella mia esperienza’”.

Non regge nulla di tutto questo. I media mainstream americani pubblicano regolarmente informazioni illegali classificate. La Manning aveva proposto, senza successo, i documenti che lui aveva già scaricato sia al New York Times che al Washington Post. Solo dopo ha proposto WikiLeaks.

L’accusa che Assange abbia aiutato a craccare una password del computer gira dal 2010. Il Dipartimento di Giustizia sotto Obama aveva rifiutato di perseguirlo, consapevole di ciò che avrebbe potuto significare in termini di potenziale messa al bando del giornalista investigativo.

Non meraviglia che i media mainstream americani, privati di un importante scoop, abbiamo successivamente cominciato a liquidare WikiLeaks come un agente russo.

Sostenitori di Julian Assange riuniti davanti al tribunale di Westminster dopo l’arresto di Assange.

L’opzione nucleare

Già nel 2017 il grande Daniel “Carte del Pentagono” Ellsberg avvertiva [in inglese]: “Se Obama ha dato il via alla campagna legale contro la stampa per perseguire fino alla radice, cioè alle fonti, il giornalismo che investiga sulle questioni relative alla sicurezza nazionale, Trump sta perseguendo chi ne raccoglie e ne cura i frutti (e i loro capi, cioè gli editori). Cambiando la metafora, l’accusa di Assange è il “chi la usa per primo” se pensiamo all’ “opzione nucleare” contro il primo emendamento a tutela della libertà di stampa”.

Le attuali accuse del Dipartimento di Giustizia – in pratica, il furto di una password del computer – sono solo la punta dell’iceberg. Almeno fino a ora, pubblicare non è un crimine. Tuttavia, se estradato, Assange potrebbe essere ulteriormente accusato di altre cospirazioni e anche di violazione della Legge sullo Spionaggio del 1917.

Anche se devono ancora trovare il consenso di Londra per addebitare altre accuse, ci sono abbastanza avvocati al Dipartimento di Giustizia che sono capaci di applicare dei sofismi per tirar fuori dal nulla un crimine.

L’editore di WikiLeaks Kristinn Hrafnsson (destra) e l’avvocato inglese di Assange Jennifer Robinson (sinistra) davanti al tribunale di Westminster.

Jennifer Robinson, il valido avvocato di Assange, ha correttamente evidenziato che l’arresto è “una questione di libertà di parola” perché “riguarda i modi con cui i giornalisti possono comunicare con le loro fonti”. L’inestimabile Ray McGovern, che conosce un paio di cose sulla comunità dell’intelligence americana, ha evocato un requiem per il quarto potere [in inglese].

Il quadro completo dell’arresto di Assange viene alla luce quando viene esaminato come sequenziale rispetto a quello di Chelsea Manning, da un mese tenuta in isolamento in un carcere della Virginia per aver rifiutato di denunciare Assange di fronte al gran giurì. Non c’è alcun dubbio che la tattica del Dipartimento di Giustizia sia di spezzare la Manning con ogni mezzo a disposizione.

Ecco quanto dichiarato dal team di legali della Manning [in inglese]: “L’accusa contro Julian Assange, rivelata oggi, è stata fatta un anno prima del giorno in cui Chelsea è comparsa davanti al gran giurì e si è rifiutata di testimoniare. Il fatto che questa accusa sia esistita per più di un anno sottolinea ciò che il team legale di Chelsea e Chelsea stessa stanno dicendo da quando per la prima volta è stata emanato un mandato di comparizione davanti al gran giurì nel distretto orientale della Virginia: tale obbligo verso Chelsea a testimoniare, sarebbe stato una duplicazione delle prove già in possesso del gran giurì e non era necessaria agli avvocati americani per ottenere una incriminazione contro Assange”.

Gli attacchi dello Stato Profondo

La palla ora sta in un tribunale britannico. Molto probabilmente Assange rimarrà in prigione per qualche mese per evitare la cauzione, mentre va anti il dossier americano per l’estradizione. Il Dipartimento di Giustizia ha discusso con Londra su come un giudice “corretto” possa fornire il risultato voluto.

Assange è un editore. Non ha fatto trapelare nulla. Il New York Times, così come il The Guardian, ha pubblicato anche ciò che la Manning aveva scoperto. Il video “danni collaterali”, insieme a decine di migliaia di prove, dovrebbe essere sempre in primo piano nell’intera discussione, trattando i crimini di guerra commessi in Afghanistan e in Iraq.

Quindi, non meravigliamoci se lo Stato Profondo americano non perdonerà mai la Manning e Assange, anche se il New York Times, in un altro lampante esempio di doppio standard, potrebbe farla franca. Il dramma alla fine si dovrà chiudere al distretto orientale della Virginia, perché l’apparato di intelligence e di sicurezza nazionale sta lavorando a questa sceneggiatura da anni e a tempo pieno.

Quando era direttore della CIA, Mike Pompeo era andato dritto al punto: “E’ tempo di chiamare WikiLeaks per quello che è davvero: un servizio di intelligence ostile e non statale, spesso sostenuto da attori statali come la Russia”.

Ciò equivale di fatto ad una dichiarazione di guerra,e  sottolinea quanto sia realmente pericolosa WikiLeaks, solo perché ha fatto del giornalismo investigativo.

L’attuale Dipartimento della Giustizia non ha nulla a che fare con il caso sfatato del Russiagate. Ma aspettatevi che il prossimo tiro politico sia fenomenale.

Il gruppo di Trump è al momento diviso. Assange passa per un eroe pop che combatte contro lo Stato Profondo oppure per un umile lacché del Cremlino. Per la cronaca, allo stesso tempo, Joe Manchin, un senatore democratico del sud, esulta come uno schiavista del XIX secolo, per il fatto che Assange sia ora di “nostra proprietà”. La strategia democratica sarà quella di utilizzare Assange per arrivare a Trump.

E poi c’è l’Unione Europea, di cui la Gran Bretagna potrebbe non esserne più membro, più dopo che prima. La UE sarà molto vigile sull’estradizione di Assange verso l’“America di Trump”, mentre la Stato Profondo si assicurerà che ovunque i giornalisti abbiano effettivamente un diritto, quello di rimanere sempre in silenzio.

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Articolo di Pepe Escobar pubblicato su Asia Times il 13 aprile 2019
Traduzione in italiano a cura di Elvia Politi per SakerItalia

[le note in questo formato sono del traduttore]

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