Il 25 aprile 1945 le truppe sovietiche e americane si sono abbracciate calorosamente presso l’Elba, in Germania. L’amicizia, che è esistita, tra le due superpotenze, deve quindi essere ripristinata se si vogliono risolvere i più grandi problemi del mondo.

E’ un anniversario della Seconda Guerra Mondiale di cui, se vivete fuori dalla Russia, probabilmente non avete sentito parlare.

Il Giorno dell’Elba, cioè quando si sono incontrati presso il famoso fiume tedesco i soldati della 5a Armata della Guardia dell’Armata Rossa comandata dal Generale Alexey Zhadov e la 1°Armata americana del Generale Courtenay Hodges, non è stato solo un importante passo verso la fine della Seconda Guerra Mondiale e la sconfitta dei Nazisti, ma ha anche offerto la speranza di un futuro migliore e di una più stretta collaborazione tra le superpotenze dopo la fine del conflitto.

Vedere le truppe americane e russe abbracciarsi tra di loro, oggi potrebbe far inorridire i rabbiosi neoconservatori russofobici. Ma è successo davvero. Gli Americani sono davvero arrivati sull’Elba settimane prima rispetto alle truppe sovietiche. Sarebbero potute andare loro stessi a Berlino, ma hanno aspettato. “Una volta che ci hanno riconosciuti, eravamo tutti amici” – ricorda il Caporale James J. McDonnell – “Non parlavamo il russo e loro non parlavano inglese, ma gli abbracci e le strette di mano dicevano tutto”.

Divenne virale la foto del soldato sovietico, il Tenente Alexander Sylvashko, e del suo nuovo amico americano, il Tenente William Robertson, che si salutano davanti ad un cartello che dice “L’est incontra l’Ovest”. L’amicizia dei due uomini non era solo per le macchine fotografiche, ma divenne duratura.

Cos’è successo allo spirito di quel giorno di aprile di 75 anni fa? Nel giro di pochi anni cominciò la Guerra Fredda. Forse se Roosevelt fosse vissuto, le cose sarebbero state diverse. Come dice un vecchio proverbio “Nulla è inevitabile fino a quando non succede”, e nel 1945 non era scritto sulla pietra che gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica sarebbero diventati nemici.

A parte la prematura scomparsa di Roosevelt, i due punti fondamentali di svolta furono “il lungo telegramma” del febbraio 1946 proveniente da George Kennan (alias “Mister X”) del Dipartimento di Stato, che fece un ritratto molto negativo delle intenzioni dell’Unione Sovietica, e il discorso sulla “Cortina di ferro” che Winston Churchill fece a Fulton, nel Missouri, un mese dopo, discorso che fu ritenuto così estremo da essere condannato da gran parte della stampa americana.

Gradualmente la politica americana verso l’Unione Sovietica divenne più ostile. La CIA fu fondata nel settembre 1947, e poi la NATO nel 1949.

Quell’anno, in Gran Bretagna, un cavallo di nome Eroe Russo vinse il Grand National. I sentimenti pro-Russia erano ancora forti tra il grande pubblico ma le elite governanti erano di idea diversa.

Nel 1950 il Giorno dell’Elba sembrava un ricordo molto lontano. In maniera toccante, al Grand National del 1950, Eroe Russo cadde alla prima barriera.

Guardando al passato, è chiaro che alla fine degli anni ’40 gli Stati Uniti (e la Gran Bretagna) hanno preso la strada sbagliata. Come spiegano Isaacs e Downing nel loro libro “La Guerra Fredda”, che ha accompagnato la serie tv della BBC, “Stalin aveva un solo obiettivo di politica estera che ha scavalcato ogni altra cosa: costituire una zona cuscinetto lungo il confine occidentale del suo Paese. Voleva assicurarsi che la Russia non fosse mai più invasa dall’Europa, visto che era successo tre volte nell’ultimo secolo e mezzo”.

Ma i passi difensivi di Stalin furono interpretati come aggressivi, e la costituzione di un complesso industriale, militare e di sicurezza negli Stati Uniti garantì che la Guerra Fredda perdurasse. E perdura ancora, anche se il comunismo – e l’Unione Sovietica – sono andati da tempo.

Per molti versi la Guerra Fredda 2.0 è anche peggio, dato che ora la crociata anti-russa dei falchi americani ha un supporto entusiastico da parte dei sostenitori delle virtù liberali. In un’epoca in cui tutti si aspettando di mostrare pubblicamente le proprie credenziali “antirazziste”, la russofobia è diventata una delle ultime, se non l’ultima, forma di razzismo accettabile dal punto di vista sociale. In realtà, va ben oltre questo: in certi circoli dell’establishment la russofobia non è solo ammissibile, bensì di rigore.

Lo vediamo nei continui attacchi dei media contro la Russia. Lo vediamo anche nella riscrittura della storia della Seconda Guerra Mondiale, che ritrae l’Unione Sovietica, che più di ogni altra nazione ha sofferto per l’aggressione nazista, come un aggressore colluso, senza neanche menzionare i 27 milioni di cittadini sovietici uccisi nel conflitto.

Tuttavia, il Giorno dell’Elba ci dimostra che non deve essere così per forza. Gli Stati Uniti e la Russia potrebbero collaborare se solo fossero rimessi al loro posto quelli che guadagnano soldi dal non collaborare. Che si tratti di temi ambientali, di povertà mondiale, di terrorismo o di salute pubblica, una più stretta co-operazione tra Stati Uniti e Russia può essere solo una cosa positiva per i normali cittadini del mondo. Si pensi al “dividendo di pace”.

Molti speravano che Trump sarebbe stato l’uomo che avrebbe fatto il “reset”, e Obama prima di lui, ma entrambi hanno finito per fare proprio il contrario. Non è negli interessi dello Stato Profondo americano – istituito alla fine degli anni ’40 – che gli equivalenti odierni di Sylvashko e Robertson si incontrino e si abbraccino: non vogliono un’amicizia russo-americana, solo più conflitto. Il Giorno dell’Elba è un potente promemoria di ciò che è stato possibile, ed è ancora possibile, se solo la lobby della guerra senza fine fosse sconfitta.

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Articolo Neil Clark pubblicato su Russia Today il 25 aprile
Traduzione in italiano a cura di Elvia Politi per Saker Italia.


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