“Cosa faremo se l’Occidente non sentirà ragioni?”, ha fatto notare Sergej Lavrov. “Beh, il Presidente della Russia ha già detto ‘cosa’ [farà]”. “Se il nostro tentativo di venire a patti su principi mutualmente accettabili per assicurare la sicurezza in Europa non produrrà il risultato sperato, prenderemo delle misure in risposta. Quando gli hanno chiesto direttamente quali potrebbero essere tali misure, lui [Putin] ha detto: arriveranno in tutte le forme e dimensioni”. La Russia ha precedentemente annunciato che in assenza di una risposta soddisfacente da parte dell’Occidente, la Russia metterà da parte il linguaggio della diplomazia e passerà a misure “tecnico-militari” non specificate, aumentando via via il dolore per la NATO e gli Stati Uniti.

È improbabile che Mosca abbia mai nutrito grandi illusioni sul suo “non-ultimatum” ultimatum. I documenti non sono mai stati intesi ad “attirare” l’Occidente in negoziati ad aeternam. Il punto è che Mosca ha già deciso di rompere in modo deciso con l’Occidente. Quel che è in atto oggi è la manifestazione di quella decisione precedente.

Il punto nodale delle rimostranze della Russia sull’erosione della sua sicurezza ha poco a che fare con l’Ucraina per se, ma affonda le sue radici nell’ossessione dei falchi di Washington per la Russia, e con il loro desiderio di rimettere al suo posto Putin (e la Russia); un obiettivo che è stato il marchio di fabbrica della linea politica statunitense fin dai tempi di Eltsin. La cricca di Vittoria Nuland non potrà mai accettare che la Russia diventi una potenza significativa in Europa, eclissando il controllo statunitense sull’Europa.

Se non erano intese come base per i negoziati, di cosa trattavano allora le bozze di trattato della Russia? Sembra che riguardavano la discesa in campo di Russia e Cina. Questo è molto più importante di quanto apprezzino in molti, segna l’inizio di un periodo di tensioni crescenti (forse di scontri), finché non emergerà un diverso Ordine Mondiale.

I “non-ultimatum” intendevano soprattutto tirar fuori, e renderlo esplicito nella sfera pubblica, il rifiuto americano a riconoscere la validità del punto di Mosca sul fatto che i suoi interessi di sicurezza non fossero meno significativi di quelli dell’Ucraina o della Georgia; che gli interessi di sicurezza di uno Stato non possono essere aumentati alle spese di quelli di un altro (cioè, la indivisibilità della sicurezza).

Render chiaro questo a tutti è una condizione necessaria per passare al coordinamento comune russo-cinese delle ‘misure tecnico-militari’. Sembra che poco dopo il ritorno di Putin dalle consultazioni col Presidente Xi in Cina si potrà iniziare a vedere quali potranno essere queste misure tecnico-militari. Il calcolo della Russia è che nell’approssimarsi alle elezioni di medio termine del novembre ’22, la parte statunitense diventerà sempre più nervosa e vulnerabile internamente. Il team Biden non ha nessuna risposta convincente alla domanda posta dall’elettorato: “Allora, cos’è che voi ragazzi avete fatto di giusto nell’ultimo anno?”. E perciò Biden ha proprio bisogno di distogliere l’attenzione dalla sua incapacità di dare una risposta adeguata.

Guardata da Washington, l’Ucraina si è trasformata da ‘utile distrazione’ a dilemma, per Biden. Inizialmente si pensava che una grande campagna bellica informativa a una escalation senza precedenti potesse creare un motivo all’Europa e all’America per imporre ‘sanzioni infernali’, che avrebbero fatto pagare care le presunte ambizioni di Putin sull’Europa e oltre.

Quest’idea delle sanzioni apocalittiche ha le sue radici nell’era intorno al 2014, quando le sanzioni di allora, per la Crimea, si credette fossero così talmente disastrose per la Russia che il futuro di Putin sarebbe stato messo in bilico, con la possibilità di una sua sostituzione con gli oligarchi pro-occidentali (tale fu l’errata analisi presentata ad Angela Merkel dai suoi servizi segreti).

Era sbagliata: nel 2014 la Russia sperimentò una debole recessione (-2,2%), e alla prova dei fatti la sua economia si dimostrò notevolmente a prova di sanzioni, parzialmente per il merito di aver permesso la ‘fluttuazione’ del rublo. Questo vecchio meme delle sanzioni come bomba neutronica per Putin è stato lavato, risciacquato e ripetuto dagli (stessi vecchi) falchi anti-Russia, anche se l’economia russa è oggi molto più a prova di sanzioni [in inglese] di quanto lo fosse nel 2014. Perciò la storia delle ‘sanzioni infernali’ non ha fatto presa, non è credibile.

La frenesia della ‘invasione imminente’ è stata forse pensata dai falchi, che sembrano aver preso in mano la ‘narrativa di guerra’ a Washington, ed essere sufficiente a spingere Putin ad intraprendere un’azione militare, innescando la “Madre di tutte le Sanzioni’, o almeno a umiliarlo, se avesse ridotto le forze russe adiacenti il confine ucraino. Entrambi i casi potevano esser presentati come un ‘Biden deciso’ che ha affrontato Putin con successo e l’ha umiliato. In precedenza, i gruppi di esperti statunitensi avevano formulato la rosea  previsione che Putin sarebbe stato dannato se avesse mosso contro l’Ucraina, e ugualmente dannato se non l’avesse fatto. Avevano torto. Essenzialmente, la Russia non vuole, né ha bisogno dell’Ucraina; non ci sono piani per occuparla.

Per primo è stato il presidente Zelensky che, inaspettatamente, non ha cooperato con i piani statunitensi. Invece di avallare la minaccia di un’invasione russa imminente, ha asserito che la paura dell’invasione era esagerata e che il nervosismo non faceva bene agli affari e all’economia. Ai tempi della rivoluzione del Maidan nel 2014, la Cina ha promosso degli investimenti in Ucraina. Lo stesso oggi: l’Ucraina è sull’orlo del default e si è rivolta alla Cina per avere aiuto.

Ciò ha fatto infuriare Washington: Julia Ioffe ha postato un tweet [in inglese] in cui dice che “La Casa Bianca e i suoi alleati democratici si sono stufati del Presidente Zelensky. Secondo tre fonti nell’amministrazione e nel Campidoglio, il presidente ucraino è in sequenza ‘fastidioso, irritante e del tutto controproducente’ ”. È interessante che il lamento principale di questi ‘commentatori’ statunitensi sia che Zelensky non fosse sufficientemente in sintonia con le correnti e le narrazioni interne degli Stati Uniti. C’erano voci di un possibile colpo di Stato a guida statunitense per sostituire Zelensky con un leader più accomodante.

Ciononostante, il meme dell’invasione è ancora una volta lavato, risciacquato, ripetuto, e continua la sua vita con una nuova accusa: stavolta è la Russia che è attivamente impegnata a montare un’operazione ‘sotto falsa bandiera’ [false flag] che permetta di giustificare l’invasione russa. Questo sembra così improbabile che perfino i normalmente accomodanti corrispondenti dalla Casa Bianca mostrano [in inglese] una totale incredulità.

E i problemi per Washington non hanno fatto altro che accumularsi: la sessione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, orchestrata dagli Stati Uniti, è stata una disfatta per Blinken; le ‘sanzioni infernali’ si stanno rivelando uno ‘sbattimento di cembali’; c’è la paura che possano far male più all’Europa che alla Russia; o che possano provocare una crisi finanziaria globale. Dei resoconti suggeriscono che il chiodo finale sia stato messo dalla Federal Reserve, quando ha affermato che espellere la Russia dallo SWIFT è un’idea davvero pessima.

E poi, è arrivato il secondo scoppio inaspettato per Blinken: l’Europa (e la NATO), lungi dall’essere un fronte risolutamente unito nel confronto con la Russia, hanno rivelato chiaramente le loro profonde divisioni.

La conferma di Lavrov che le risposte a Mosca non hanno fornito nessuna base per un dialogo con gli Stati Uniti o la NATO, ha un significato implicito che sembra non sia stato ben compreso. La crisi non riguarda l’Ucraina; come ha notato il noto giornalista russo Dmitry Kiselyov: “In gioco c’è molto di più”. Potrebbe, alla lunga, definire il futuro dell’Europa  così come quello del Medio Oriente.

È come se la Russia, prima ancora che fosse noto il risultato del summit fra Putin e Xi, avesse già iniziato a ‘scendere in campo’, cioè fosse pronta ad aumentare la soglia del dolore per gli Stati Uniti e per l’Europa, lentamente e deliberatamente, sulla base che, se i timori della Russia li ignorate e li scartate allora anche la Russia ignorerà i ‘vostri’.

La Russia comprende perfettamente i punti di pressione geo-politici e geo-economici che controlla. Può vedere che gli Stati Uniti non vogliono alzare i tassi di interesse, ma sono costretti a farlo. Può vedere anche di avere a disposizione i mezzi per spingere l’inflazione ad un forte rialzo, infliggendo così significative pene economiche. Può vedere come i prezzi dei beni alimentari stiano crescendo, con la potassa della Bielorussia bloccata, e la Russia che vieta l’esportazione di nitrato di ammonio.

Le conseguenze sui prezzi dei fertilizzanti, e perciò sui generi alimentari in Europa, sono ovvie, così come quelle sui prezzi in Europa del gas sul mercato libero se la Russia bloccasse le esportazioni. È così che funzionano i dolori economici. L’Occidente sta scoprendo lentamente di non avere alcun punto di pressione versus la Russia (essendo la sua economia relativamente a prova di sanzioni), e con le sue forze militari non c’è partita.

Nel Medio Oriente, alcuni interessanti sviluppi stanno avendo luogo lentamente: la Russia sta allestendo sulle Alture del Golan pattugliamenti aerei congiunti con le forze aeree siriane e, a seguito dei recenti attacchi israeliani al porto di Latakia, la Russia vi ha dislocato le proprie forze (per segnalare che Israele deve smettere di attaccare il porto). Allo stesso modo, Israele si è recentemente lamentato con la Russia [in inglese] per aver bloccato il Global Positioning System (GPS) sulla Siria, interferendo negativamente sul traffico aereo commerciale israeliano dell’aeroporto Ben Gurion. I russi hanno risposto “Beh, peccato”. E, come quarto colpo a Israele, la Russia ha iniziato a concedere la sua grande base in Siria occidentale per l’atterraggio degli aerei iraniani che trasportano le forniture di armi.

È quindi un’azione tecnico-militare per bloccare i sorvoli israeliani della Siria? Potrebbe essere questa anche un preludio al consenso russo a Damasco per riconquistare il controllo di tutte le sue aree geografiche, permettendo all’Esercito Arabo Siriano di espellere i jihadisti da Idlib e gli americani dalla Siria nordorientale e dal controllo delle sue risorse energetiche che vi si trovano? L’esodo deli jihadisti (circa due milioni compresi i familiari) traumatizzerebbe la politica turca, danneggerebbe le prospettive di rielezione di Erdogan e terrorizzerebbe gli europei con la minaccia di un’altra crisi migratoria di rifugiati.

Sembra che la Russia abbia deciso di scendere in campo [in inglese] in altri modi, invitando il nuovo presidente iraniano a Mosca e dandogli un vero trattamento da celebrità: una colazione faccia a faccia col Presidente Putin più un raro invito a parlare alla Duma russa. Questo gesto, insieme a fare dell’Iran un membro a pieno titolo della Shanghai Cooperation Organization (SCO), e alla recente esercitazione navale congiunta con Iran, Russia e Cina nel Golfo di Oman, indicano tutti che l’Iran è diventato maggiorenne negli affari internazionali.

A Washington piace suddividere in comparti le sue relazioni geo-politiche, credendo di poter essere emolliente in ‘uno’ dei comparti e molto aggressiva in un altro. Chiaramente questo non funziona più con l’asse Russia-Cina. L’Iran tuttavia è realmente parte di questo asse. È realistico aspettarci adesso un accordo JCPOA fra Iran e Stati Uniti? Russia e Cina possono dire, così esplicitamente, che il rifiuto statunitense di riconoscere qualsivoglia sovranità sulla sicurezza di Russia e Cina segna la fine del dialogo con gli Stati Uniti, e nonostante ciò aspettarsi che l’Iran possa raggiungere un accordo precisamente in base a tali termini riduttivi?

Infine, qual è (se c’è) la connessione fra i continui attacchi degli Houthi agli Emirati Arabi Uniti (UAE), in risposta all’interferenza diretta [in inglese] statunitense e israeliana nella guerra in Yemen, e il progetto russo di azioni tecnico-militari?

Il porto di Aden, lo Stretto di Bab el-Mandib e l’isola Socotra cascano a fagiolo nel crescendo da Guerra Fredda fra Cina e Stati Uniti. L’alleato arabo (in questo caso gli Emirati Arabi Uniti) che può controllare questo stretto essenziale, darà agli Stati Uniti la leva con cui mettere a repentaglio [in inglese] la Via della Seta Marittima cinese e, in concomitanza, indebolire la Comunità Economica dell’Asia Orientale. È per questo che il ruolo chiave dello Stretto di Bab el-Mandib è visto in alcuni circoli di Washington come giustificazione sufficiente per continuare il sostegno statunitense alla guerra in Yemen.

Gli Houthi stanno dando agli Emirati Arabi Uniti una scelta amara: accettare le incursioni sulle sue città o abbandonare la risorsa strategica di Bab el-Mandib  e delle sue vicinanze? L’Iran e la Cina osserveranno attentamente. Che stia emergendo un nuovo paradigma geo-strategico?

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 Articolo di Alastair Crooke pubblicato su Strategic Culture Foundation il 7 febbraio 2022
Traduzione in italiano di Fabio_san per SakerItalia

[le note in questo formato sono del traduttore]

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