Domanda: Quest’anno le Nazioni Unite celebrano i 75 anni e terranno la 75ma Assemblea Generale. Verranno presentati altri e nuovi temi che non erano prima in agenda? Su quali questioni la Russia vuole lavorare?

Sergey Lavrov: Vero, quest’anno le Nazioni Unite compiono 75 anni. Tale anniversario ha un particolare significato per la Russia come membro fondatore e membro permanente del Consiglio di Sicurezza. Crediamo che dovrebbe contribuire a rafforzare ulteriormente il ruolo di coordinamento centrale delle Nazioni Unite negli affari mondiali, ad unire gli sforzi internazionali per rispondere alle sfide e alle minacce che il mondo sta affrontando oggi, e a costruire una relazione tra le nazioni nello spirito di una genuina giustizia ed eguaglianza.

Sfortunatamente, la pandemia di coronavirus si è diffusa in tutto il mondo, riducendo in maniera significativa i programmi iniziali della sessione di questo anniversario. Gran parte degli eventi della settimana di alto livello, che di fatto è l’evento di politica internazionale più importante dell’anno, così come gli incontri programmati per i prossimi mesi, si svolgeranno online. La scelta di questo formato è stata dettata dalla necessità e non dovrebbe influenzare il livello e il valore delle discussioni.

Per quanto riguarda l’agenda della 75ma sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, è già disponibile una bozza, e copre un’ampia gamma di temi in quasi tutte le aree delle relazioni internazionali, dalla stabilità strategica alle tempeste di sabbia. Come previsto, saranno in cima all’agenda le questioni relative alla lotta contro la pandemia di Covid-19 e al superamento delle sue conseguenze.

Durante la prossima sessione dell’Assemblea Generale, la Russia ribadirà i suoi principi e i suoi approcci. Tra cui promuovere un’agenda costruttiva e unificante, consolidare il sostegno per la costruzione di un ordine internazionale multicentrico, assicurare un rispetto rigoroso della Carta delle Nazioni Unite, contrastare i tentativi di promozione del concetto di “ordine basato sulle regole” come alternativa al diritto internazionale, risolvere le crisi e i conflitti regionali attraverso mezzi politici e diplomatici.

Continueremo con i nostri sforzi per accrescere la cooperazione internazionale al fine di combattere il terrorismo, adottare regole realmente universali e inclusive di comportamento responsabile dello Stato nello spazio dell’informazione, rafforzare gli esistenti accordi quadro sul controllo degli armamenti, sul disarmo e sulla non proliferazione, svilupparne di nuovi, oltre ad opporci, perché inaccettabile, ad ogni tentativo di distorsione della storia e del risultato della Seconda Guerra Mondiale.

Certamente, risponderemo prontamente ad ogni nuovo tema che possa sorgere.

Domanda: Le nostre relazioni con l’Unione Europea lasciano molto a desiderare. Le sanzioni reciproche sono ancora in vigore e molti programmi di cooperazione sono stati congelati. Quali sono le possibilità di un miglioramento?

Sergey Lavrov: penso che sarebbe più appropriato rivolgere questa domanda ai nostri colleghi dell’Unione Europea. E’ stata una loro iniziativa sospendere il dialogo politico e molti formati intersettoriali; sono stati sospesi alcuni progetti promettenti, inclusi quelli volti a costruire uno spazio commerciale, economico e umanitario comune da Lisbona a Vladivostok. Allo stesso tempo, ci hanno detto che ogni significativo miglioramento delle relazioni dipenderà dall’applicazione degli Accordi di Minsk sulla soluzione del conflitto nel sud est dell’Ucraina, di cui la Russia non è nemmeno parte. Sfortunatamente, questa correlazione artificiale e miope rimane a tutt’oggi, il che è perfetto per Kiev. Ignorano i loro obblighi previsti dal Pacchetto di Misure di Minsk, senza nemmeno tentare di nascondere il loro interesse nell’utilizzare il conflitto irrisolto per mantenere la pressione delle sanzioni sulla Russia.

Possiamo vedere che la pandemia ha chiaramente accelerato i processi mentali nell’Unione Europea. Stanno usando sempre di più la “maggiore autonomia strategica” nel gergo degli affari internazionali. Il Presidente del Consiglio Europeo Charles Michel ha avviato una discussione interna alla UE sui pro e i contro dell’attuale approccio delle relazioni con la Russia. Noi guardiamo a questo processo con un certo interesse, sebbene non abbiamo grandi aspettative in merito: il pensiero ideologicamente ottuso e passivo in relazione al nostro Paese è troppo persistente in alcune nazioni europee, anche a scapito dei loro interessi nazionali. Ma è la loro scelta, e ne sono responsabili.

Vorrei aggiungere che non siamo affatto contrari ad una maggiore indipendenza della UE negli affari internazionali. Qualche tempo fa, abbiamo anche proposto a Bruxelles di collaborare sulla gestione delle crisi e sullo sviluppo delle capacità tecniche militari. Anche oggi, noi consideriamo la UE una potenziale partecipante ad concetto di Grande Partenariato Euroasiatico, proposto dal Presidente Vladimir Putin. Noi siamo convinti che possa portare vantaggio anche all’Unione Europea, congiungere i potenziali di integrazione regionale e facilitare l’accesso degli operatori economici europei ai mercati euroasiatici.

Speriamo che una seria analisi del mondo multipolare possa alla fine spingere la UE a ripensare i suoi approcci evidentemente obsoleti sul tema della questione russa. Da parte nostra, noi, come prima, siamo sempre aperti a una cooperazione onesta reciprocamente vantaggiosa.

Domanda: La NATO è attiva ai nostri confini, e le nostre relazioni sono tese. Quali sono gli approcci concettuali del Ministero degli Esteri russo per allentare le tensioni sulla linea occidentale?

Sergey Lavrov: Vorrei ricordare che la cooperazione tra Russia e NATO è stata ridimensionata nel 2014, e non su nostra iniziativa. Tutti i miglioramenti delle nostre relazioni, incluso il meccanismo di dialogo e cooperazione (il Consiglio Russia-NATO), sono andati persi da un giorno all’altro. Oggi, il Consiglio Russia-NATO, un formato di dialogo “per tutte le stagioni” creato congiuntamente nel 2002, è diventato un palco su cui i Paesi NATO stanno provando a darci lezione sulla soluzione ucraina, sebbene la NATO non abbia nessun ruolo da giocare in essa. E’ ovvio che la crisi ucraina venga usata come un pretesto e non sia la vera ragione per far tornare l’alleanza ai suoi vecchi modi per “contenere” la Russia.

Ora, proprio come durante la Guerra Fredda, stanno combattendo la Russia “su tutti i fronti”, incluse le campagne di informazione e di propaganda, e questa è la loro nuova “ragion d’essere”. La NATO è sempre più attiva sul lato orientale, vicino ai nostri confini, dove vengono svolte esercitazioni e vengono aumentate le infrastrutture militari. L’alleanza continua a espandere la sua zona di influenza militare e politica, invitando sempre più Paesi sotto la sua protezione per, a quanto dicono, proteggerli dalla Russia. Dal momento che non ci sono reali minacce alla sicurezza, questi passi non fanno altro che creare e rendere più profonde le linee di divisione in Europa.

Abbiamo più volte proposto alla NATO di prendere la strada della de-escalation nelle tensioni militari e della riduzione dei rischi di incidenti militari nel continente. Quando è scoppiata la pandemia di Covid-19, abbiamo proposto un’iniziativa per astenersi da interventi militari, spostare le esercitazioni militari lontano dalla linea di contatto Russia-NATO, e altre misure di trasparenza. La Russia ha cancellato importanti esercitazioni vicine ai confini di Paesi della NATO, e ha spostato più all’interno grandi eventi di addestramento militare.

Ma l’alleanza non sta mostrando alcuna intenzione di reciprocità. Ha adottato la politica di “contenimento e dialogo” nei confronti della Russia, ma in realtà non c’è praticamente nessuno spazio per un dialogo vero e aperto sui problemi urgenti.

Domanda: L’Ucraina sta costantemente minacciando gli Accordi di Minsk. Non ha messo in atto le principali disposizioni degli accordi adottati nel dicembre 2019 nel summit di Parigi del Formato Normandia. Il nuovo status del Donbass dipende interamente dall’Ucraina in base agli Accordi di Minsk, o ci sono altre soluzioni? Qual è la posizione degli Stati Uniti, considerando che Washington ha stanziato 250 milioni di dollari in forniture di armi per Kiev?

Sergey Lavrov: Ha ragione a citare gli Accordi di Minsk. Questo documento è stato approvato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, e l’Ucraina era tra i firmatari. Contiene una disposizione (paragrafo 11 del Pacchetto delle Misure) che prevede, cito, “l’attuazione di una riforma costituzionale in Ucraina… prevedere il decentramento come elemento chiave (incluso un riferimento alle specificità di alcune aree nelle regioni di Donetsk e di Lugansk, concordate con i rappresentanti di queste aree), così come l’adozione di una legislazione permanente sullo status speciale di certe aree delle regioni di Donetsk e Lugansk”. Tutto questo doveva trovare spazio nella nuova Costituzione ucraina, che sarebbe dovuta entrare in vigore entro il 2015, come definito nello stesso paragrafo.

Sancire lo status speciale per il Donbass nella Costituzione è la chiave per raggiungere un accordo in Ucraina e risolvere le questioni di sicurezza, così come quelle socioeconomiche e umanitarie.

Nel summit di Parigi del Formato Normandia del 9 dicembre 2019, i partecipanti, incluso il Presidente Vladimir Zelensky, hanno all’unanimità appoggiato l’accordo sulla necessità di far concordare Kiev, Donetsk e Lugansk su tutti gli aspetti legali sullo status speciale per il Donbass, in stretta conformità con il Pacchetto di Misure di Minsk.

E’ ora che i nostri partner ucraini smettano di prendere tutti in giro inventando scuse per non far nulla per mettere in atto i loro impegni.

Per risolvere il conflitto, gli Stati Uniti dovrebbero smettere di mettere benzina sul fuoco fornendo armi a Kiev. Il che porta a chiedersi: Washington vuole davvero la pace in Ucraina, come i suoi rappresentanti continuano a dichiarare in varie sedi internazionali?

Domanda: Quali sono le prospettive per la Russia di migliorare le sue relazioni con la Georgia, un Paese vicino?

Sergey Lavrov: Negli ultimi 12 anni, Russia e Georgia hanno interagito al di fuori del contesto diplomatico. Vorrei ricordare che è stata Tblisi a tagliere i rapporti diplomatici a seguito dell’azzardo dell’Ossezia meridionale da parte del governo di Mikheil Saakashvili.

La Russia ha mantenuto il suo deciso impegno di relazioni reciprocamente vantaggiose e amichevoli con la Georgia. Siamo fortemente convinti che questo soddisfi gli interessi nazionali di entrambi i Paesi e popoli, con il loro passato comune e una cultura condivisa, e di milioni di destini umani intrecciati. Noi sosteniamo totalmente la politica avviata nel 2012 dal governo dell’alleanza Sogno Georgiano–Georgia Democratica per normalizzare le nostre relazioni bilaterali. Procediamo con la premessa che più andiamo avanti sulla strada della normalizzazione delle nostre relazioni, meglio è. Nulla impedisce che ciò accada, per quanto riguarda la Russia. Per quanto riguarda i nostri partner georgiani, hanno evidentemente mancato di coerenza su questo fronte, e sono stati propensi a cercare un guadagno immediato giocando di tanto in tanto la carta anti-Russia.

Ma la vita sistema sempre le cose. Oggi, la Russia si è saldamente attestata come secondo più grande partner commerciale straniero della Georgia, dopo solo la Turchia, con 1.33 miliardi di dollari di scambi commerciali (2019). Negli ultimi anni, è alla Russia che la Georgia ha venduto i due terzi del suo vino. La Russia mantiene la leadership nelle rimesse alla Georgia, che lo scorso anno ha totalizzato circa 430 milioni di dollari. Anche i turisti russi (1.5 milioni nel 2019) vogliono che i nostri due Paesi abbiano legami più stretti.

Alla fine del 2013, Russia e Georgia hanno ripreso un servizio regolare di autobus tra i due Paesi, e il traffico aereo è stato ripristinato nell’ottobre 2014. Verkhny Lars, l’unico posto di blocco alla frontiera tra Russia e Georgia, ha cominciato a lavorare 24 su 24. I nostri Paesi hanno incrementato i contatti nella cultura, negli sport, nella ricerca, nella religione, così come nei rapporti d’affari. In questo contesto, abbiamo anche cominciato a lavorare per offrire viaggi senza visto ai cittadini georgiani.

Sfortunatamente, gli eventi del giugno-luglio 2019 a Tblisi hanno frenato questo slancio positivo, e cioè quando il Presidente della Russia ha sospeso i voli con la Georgia in risposta alla provocazione dei nazionalisti e dei radicali georgiani. Speriamo che il servizio aereo venga ripristinato nel prossimo futuro. Seguiamo attentamente gli sviluppi nella stessa Georgia, in attesa che la situazione sanitaria ed epidemiologica nella regione e in tutto il mondo torni alla normalità e che riprendano i collegamenti aerei con altre destinazioni.

A causa della pandemia, si sono interrotti i colloqui politici tra Grigory Karasin e Zurab Abashidze, ma ci aspettiamo che riprendano nel prossimo futuro. Lo stesso vale per i Colloqui Internazionali di Ginevra sulla sicurezza e la stabilità nel Caucaso del sud. Io penso che dovremmo utilizzare meglio il potenziale offerto dalle ambasciate de facto presso le ambasciate svizzere di Tblisi e Mosca.

La Russia ha sempre fatto tesoro dei sui legami amichevoli con l’affine popolo georgiano, con cui abbiamo vissuto per secoli in un unico Paese, anche se il nome del Paese è cambiato molte volte. Noi siamo profondamente convinti che superare le differenze esistenti, ripristinare e sviluppare piene relazioni bilaterali incontri gli interessi a lungo termine dei nostri Paesi e dei nostri popoli.

Domanda: Secondo lei, che cosa c’è dietro il recente aggravarsi della situazione al confine armeno-azerbaigiano e quanto è probabile che si trasformi in un conflitto armato su larga scala?

Sergey Lavrov: Il conflitto al confine del 12-16 luglio 2020 è diventato la seconda più grande violazione dall’aprile 2016 dell’Accordo di Cessate il Fuoco del 1994, redatto con la mediazione della Russia. Allo stesso tempo, questa è la prima volta in 26 anni che stiamo assistendo a scontri ad alta intensità che coinvolgono artiglieria da campo, mortai e droni da combattimento direttamente sul confine di Stato tra Armenia e Azerbaijan, piuttosto che lungo la linea di contatto in Karabakh.

Diverse cause hanno portato a questo conflitto. Inutile dire che l’irrisolto problema del Karabakh è la causa principale. A questo si aggiunge lo spazio pubblico estremamente agitato da entrambe le parti del confine. Il fattore geografico è servito come una sorta di innesco, vale a dire che la decisione da parte armena di riattivare un vecchio posto di blocco di confine situato a 15 km di distanza dagli oleodotti per l’esportazione del petrolio dell’Azerbaigian, ha causato una grande preoccupazione di alcuni e una risposta ingiustificata di altri. Alla fine, questo ha portato ad un confronto con le conseguenze più prevedibili.

Per stabilizzare la situazione, il 13 luglio il Ministero degli Esteri russo ha esortato le parti in conflitto a cessare immediatamente il fuoco. Ho avuto una conversazione telefonica con i miei colleghi dell’Armenia e dell’Azerbaijan, e ho incontrato i rappresentanti delle organizzazioni che riuniscono cittadini russi con origini azerbaigiane e armene.  Entrambe le provenienze dovrebbero essere pienamente consapevoli della loro responsabilità nel rispettare le leggi della Federazione Russa e nel promuovere un’atmosfera favorevole alla normalizzazione delle relazioni tra Baku e Yerevan.

In tutto questo tempo, Igor Popov, il co-presidente del Gruppo di Minsk dell’OSCE sul Nagorno-Karabakh, ha comunicato direttamente con gli alti funzionari dei ministeri degli Esteri di entrambi i Paesi. Di conseguenza, le parti hanno raggiunto un accordo sul cessate il fuoco a partire dal 16 luglio con l’attiva mediazione russa, sebbene non dal primo tentativo.

La situazione si è più o meno stabilizzata in agosto e rimane relativamente calma al confine e sulla linea di contatto. Diminuiscono le pubbliche accuse reciproche. Ci aspettiamo che il processo di negoziazione sulla soluzione del Nagorno-Karabakh riprenda il prima possibile. Ci stiamo lavorando con i nostri partner del Gruppo di Minsk dell’OSCE.

Domanda: La Russia sarà in grado di ottenere l’abolizione dello stato di apolide in Lettonia ed Estonia, una pratica umiliante per i nostri compatrioti che vivono laggiù? L’essere apolidi limita i loro diritti politici, economici e sociali.

Sergey Lavrov: Noi consideriamo discriminatoria la situazione dei diritti della popolazione russofona in Lettonia ed Estonia. La condizione di apolide è un fenomeno sociale vergognoso praticato in questi Paesi e applicato soprattutto ai residenti russofoni, cosa che li priva dei diritti fondamentali democratici e socioeconomici. E’ oltraggioso. Lì il numero degli apolidi sta diminuendo molto lentamente, soprattutto a causa dei decessi o dell’emigrazione della popolazione russofona. La Lettonia ha attualmente 216.000 apolidi (circa l’11% della popolazione), l’Estonia 75.600 (circa il 6%).

Le autorità dei Paesi Baltici non riconoscono gli apolidi come appartenenti a minoranze etniche, quindi li escludono dalla giurisdizione della Convenzione-quadro per la Protezione delle Minoranze etniche del Consiglio d’Europa. Gli apolidi non hanno diritto di voto, non possono costituire partiti politici, partecipare a transazioni per terre e immobili senza il consenso delle autorità municipali, non sono ammessi al servizio civile, al servizio militare, alla Polizia, non possono essere giudici o pubblici ministeri, ecc.

Le organizzazioni internazionali come il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, enti di monitoraggio del Consiglio d’Europa, l’OSCE e altri, hanno pubblicato molteplici raccomandazioni e hanno ripetutamente fatto appello alle autorità lettoni ed estoni affinché intervenissero per assicurare che la loro politica e legislazione linguistica non portino a una discriminazione diretta o indiretta.

Per esempio, nell’agosto 2018, il Comitato per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione delle Nazioni Unite ha pubblicato una conclusione sul rapporto della Lettonia, esprimendo preoccupazione sulle riforme dell’istruzione e sul problema degli apolidi. Nel marzo 2019, il Comitato per i diritti economici, sociali e culturali delle Nazioni Unite ha criticato l’Estonia per il gran numero di persone con cittadinanza non definita. Nell’aprile 2019, il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite ha emanato delle raccomandazioni sulla situazione in Estonia, esprimendo preoccupazione sulla portata limitata degli emendamenti della sua legislazione sulla cittadinanza che escludeva determinate categorie di bambini apolidi, per i rigorosi requisiti di conoscenza della lingua di Stato per la procedura di naturalizzazione e per l’impatto negativo dell’apolidia sull’impegno politico.

Anche la Commissione consultiva della Convenzione-quadro sulle minoranze etniche del Consiglio d’Europa, la Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa, l’Alto Commissario per le minoranze etniche dell’OSCE e un numero di altre agenzie internazionali hanno condannato la politica discriminatoria di Riga e Tallin.

La reazione delle autorità lettoni ed estoni alle critiche internazionali resta inadeguata data la gravità della situazione. A tal proposito, siamo fiduciosi che l’adesione alla UE non venga considerata dagli Stati Baltici come una copertura politica delle loro azioni illegali.

Da parte sua, il Ministero degli Esteri russo difende costantemente gli interessi degli apolidi. Noi utilizziamo le competenze dei meccanismi di controllo delle Nazioni Unite, dell’OSCE e del Consiglio d’Europa per proteggere i diritti delle minoranze etniche. Chiediamo di affrontare il problema degli apolidi nel corso dei contatti bilaterali con gli Stati Baltici, incluse le consultazioni politiche, facendo notare che l’osservanza da parte di Lettonia ed Estonia degli standard internazionali generalmente riconosciuti che garantiscono uguali diritti per l’ottenimento della cittadinanza, è una condizione importante per il progresso della costruzione di amichevoli relazioni bilaterali

Domanda: Quale ruolo la Russia sarà disponibile a giocare nel conflitto israelo-palestinese (oltre al Quartetto per il Medio Oriente) per rilanciare i colloqui, in vista della critica situazione derivante dalle dichiarazioni degli Stati Uniti su Gerusalemme?

Sergey Lavrov: E’ vero che la situazione con il processo di pace in Medio Oriente si sta avvicinando a un punto critico. Non ci sono dubbi che questo è il risultato della decisione di Washington di riconoscere Gerusalemme come l’unica e indivisibile capitale dello Stato di Israele e di trasferire lì la sua ambasciata. Noi partiamo dal presupposto che il problema di Gerusalemme, come tutti gli altri temi cosiddetti di assetto definitivo, dovrebbe essere risolto attraverso dei colloqui diretti tra le due parti in conflitto, gli Israeliani e i Palestinesi. Anticipare l’esito di questi colloqui complica solamente gli sforzi per trovare una soluzione. L’universalmente riconosciuto quadro giuridico internazionale del processo di pace in Medio Oriente, che prevede le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, così come l’Iniziativa di pace araba, procede da questa intesa.

Siamo fortemente convinti che sullo sfondo di questo scenario gli sforzi della comunità internazionale sono molto rilevanti nel facilitare la ripresa dei colloqui diretti tra Israeliani e Palestinesi e nel raggiungere un accordo di pace complessivo tra le parti con l’auspicio dei mediatori internazionali del Quartetto per il Medio Oriente, che include la Russia, gli Stati Uniti, l’Unione Europea e le Nazioni Unite. Questo è stato il punto sottolineato dal Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres nelle sue osservazioni durante la videoconferenza del 24 luglio del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente. La Russia appoggia questa richiesta.

Questo meccanismo multilaterale è disegnato per accompagnare il processo di pace nel Medio Oriente. Ma attualmente è paralizzato a causa di una posizione non collaborativa degli Stati Uniti. Washington ha affermato che avrebbe continuato a lavorare nel Quartetto solo per promuovere il suo piano di pace, conosciuto come “l’accordo del secolo”. In tale contesto, noi abbiamo detto che eravamo pronti a continuare a lavorare sul tema israelo-palestinese in una troika composta da Nazioni Unite e Unione Europea, con l’opzione per altre potenze e organizzazioni regionali di unirsi ai nostri sforzi.

Oltre a questo, va fatto notare che ripristinare l’unità palestinese sulla piattaforma politica della Organizzazione per la Liberazione della Palestina è un prerequisito fondamentale per riprendere i colloqui diretti tra Israeliani e Palestinesi. In tale contesto, abbiamo accolto con favore i passi opportuni di Fatah e di Hamas per superare la divisione di lunga data, come annunciato il 2 luglio 2020 durante una conferenza stampa congiunta tenuta online da parte dei rappresentanti autorizzati di Fatah e Hamas.

Per quanto riguarda la Russia, noi continueremo a lavorare con i Palestinesi al fine di consolidare e portare avanti lo slancio positivo. Abbiamo intenzione di tenere a Mosca un incontro con i principali partiti e movimenti palestinesi, appena diventa possibile considerando la situazione sanitaria ed epidemiologica. All’inizio di luglio 2020, il Presidente della Russia Vladimir Putin ha parlato al telefono con il Presidente dello Stato Palestinese Mahmoud Abbas che ha risposto positivamente alla nostra proposta. Anche i leader di Hamas ci hanno informato che sono disponibili, in linea di principio, a prendere parte a un evento di questo tipo.

Domanda: I Serbi del Kosovo sono ancora sostanzialmente privati dei loro diritti. La Russia sostiene una soluzione pacifica del problema del Kosovo, ma nulla è cambiato. Quali sforzi potrebbero promuovere una soluzione del conflitto tra Belgrado e Pristina?

Sergey Lavrov: Per quanto riguarda il tema del Kosovo, proferirei focalizzarmi non sul conflitto tra Belgrado e Pristina ma sulle conseguenze della vergognosa annessione di questa parte del territorio serbo. E’ stata eseguita da militanti armati costituiti da Albanesi kosovari con la connivenza e il supporto diretto dell’Occidente, tra cui l’aggressione della NATO contro la Jugoslavia nel 1999. A seguito di questo oltraggio, è stato creato un quasi-Stato autoproclamato sul territorio di una regione autonoma della Serbia. Questo è stato fatto unilateralmente, eludendo la Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che è la base della dell’accordo. La leadership politica di quel quasi-Stato ignora spudoratamente il diritto internazionale, le richieste e gli interessi legittimi della Repubblica di Serbia e del popolo serbo e si batte per legalizzare l’attuale stato delle cose, inclusi loro stessi, con ogni mezzo a loro disposizione.

A un certo punto, attraverso grandi sforzi e dolorosi compromessi, era stato avviato un processo di negoziazione. Nel 2010 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite aveva autorizzato l’Unione Europea a essere l’intermediario nel dialogo Belgrado-Pristina. Successivamente, sono state concordate decisioni molto importanti, tra cui la creazione della Associazione dei Comuni serbi nel Kosovo. I piani prevedevano una graduale transizione agli accordi reciprocamente ragionevoli, prima di tutto, per assicurare la sicurezza dei Serbi nella regione.

Attualmente il dialogo è stagnante. Detto questo, non c’è alternativa, indipendentemente dal desiderio di qualcuno di tagliare il nodo gordiano. Bruxelles e Washington stanno intensificando gli sforzi per rilanciare il processo di negoziazione. E’ importante tenere presente che è necessario una dialogo serio e onesto sulle future relazione tra Belgrado e Pristina. Ci potrebbero essere dei risultati se vengono rispettati gli interessi legali dei Serbi kosovari, le loro preoccupazioni e il diritto internazionale. Un’assistenza esterna deve escludere ricatti e intimidazioni di una parte, mentre si incoraggiano al contempo discutibili appetiti politici dell’altra. L’alternativa al dialogo sarebbe molto pericolosa per tutti.

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Intervista pubblicata sul sito del Ministero degli Esteri della Federazione Russa il 21 agosto 2020

Traduzione in italiano a cura di Elvia Politi per Saker Italia.


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