Maria Butina è in prigione senza aver fatto nulla, mentre Jared Kushner, che ha dovuto chiedere una raccomandazione per avere il nulla osta di sicurezza visti i suoi stretti legami con Israele, va in giro per la Casa Bianca a pavoneggiarsi come consigliere senior del presidente.

L’indagine del procuratore speciale Mueller è ben lontana dall’essersi conclusa, anche se è stata pubblicata la relazione con le valutazioni finali. Sebbene l’indagine avesse il mandato di esplorare tutti gli aspetti delle presunte interferenze russe nelle elezioni del 2016, l’attenzione è stata posta fin dall’inizio sulla possibile collusione con il Cremlino da parte di alcuni membri della campagna di Trump, per influenzare il risultato delle elezioni a favore del candidato repubblicano. Anche se non è stato dimostrato nulla, molti illustri critici di Trump, tra cui Laurence Tribe della Harvard Law School, stanno insistendo [in inglese] perché continuino le indagini fino a quando il Congresso non avrà scoperto “la realtà dei fatti sull’interferenza della Russia, incluso il modo in cui quella interferenza permanga in previsione del 2020, e tutta la storia di come il presidente e il suo team l’abbiano accettata, ne abbiano tratto beneficio e l’abbiano ricambiata, ostacolando le indagini legali su quella stessa interferenza e la collusione del presidente”.

Forse Tribe dovrebbe leggere più attentamente la relazione. Mentre di fatto conferma qualche ingerenza russa, non dimostra però che qualcuno del circolo di Trump ne abbia beneficiato e sia stato colluso. L’obiettivo attualmente perseguito da personaggi (come Tribe) dedicati a criticare Trump, è quello di trovare un caso per l’impeachment del presidente, sulla base della presunta enorme attività da parte della Russia, non suffragata però dai fatti: il ruolo della Russia è stato discontinuo, su bassa scala e sostanzialmente inefficace.

Un aspetto interessante dell’indagine Mueller e della continua russofobia che questa ha generato, è essenzialmente l’ipocrisia dell’establishment di Washington. C’è un generale accordo sul fatto che qualsiasi cosa la Russia abbia fatto effettivamente, non ha avuto conseguenze sul risultato delle elezioni. Che il Cremlino stesse utilizzando delle risorse di intelligence per agire contro Hillary Clinton non dovrebbe sorprendere nessuno, dato che lei si è rivolta al presidente russo Vladimir Putin definendolo Hitler, e che ha anche chiarito che avrebbe tenuto una linea molto dura contro Mosca.

La follia anti-russa di Washington, generata dai rancorosi Democratici e da un establishment preoccupato di perdere diritti e privilegi, ha causato alcune vittime. Tra queste c’è la cittadina russa Maria Butina, che domani è in udienza per il processo e che molto probabilmente sarà condannata [il 26 aprile Maria Butina è stata condannata a 18 mesi di reclusione].

Per quanto riguarda il caso Butina, sembra che il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti sia convinto che il Cremlino abbia cercato di sovvertire una associazione come la NRA, la National Rifle Association, forte di ben cinque milioni di membri, attraverso il tesseramento a vita da parte di un cittadino russo, con l’intenzione di corrompere e trasformare la NRA in uno strumento per minare la democrazia americana. Maria Butina ha, per inciso, una lunga e comprovata esperienza di avvocatura sul possesso di armi, e in Russia è stata la co-fondatrice dell’associazione “Diritto al possesso di armi”, che non è in alcun modo un’organizzazione di facciata dell’intelligence, bensì un vero e proprio gruppo di pressione che ha un programma e una partecipazione attiva. Contrariamente a quanto è stato riportato dai media mainstream, i Russi possono possedere armi, ma le procedure per la licenza e la registrazione sono lunghe e complicate, procedure che l’associazione “Diritto al possesso di armi”, sulla falsariga della NRA, sta cercando di cambiare.

La Butina, laureata alla American University, è ora in una prigione federale con l’accusa di collusione e di mancata dichiarazione come agente della Federazione Russa. E’ stata arrestata il 15 luglio 2018. E’ decisamente inusuale arrestare e imprigionare qualcuno perché non si è registrato ai sensi del FARA [in inglese], la legge del 1938 per la registrazione degli agenti stranieri. Non le è stata concessa la cauzione perché, come cittadina russa, viene considerata a “rischio di fuga”, essendo probabile che avrebbe cercato di lasciare gli Stati Uniti e tornare a casa.

Il FARA obbliga tutte le persone e le organizzazioni che agiscono per conto di governi stranieri a registrarsi presso il Dipartimento di Giustizia, e a comunicare le proprie fonti di reddito e i contatti. I procuratori federali hanno affermato che la Butina stava riferendo ad un funzionario russo mentre coltivava deliberatamente figure influenti negli Stati Uniti come risorse potenziali a favore degli interessi russi, processo che nei circoli di intelligence viene definito “individuare e valutare”.

Alla fine Maria si è dichiarata colpevole di mancata registrazione al FARA per mitigare la pena, nella speranza di avere l’autorizzazione a tornare in Russia dopo qualche mese in prigione, oltre ai nove mesi che ha già scontato. Secondo quanto riferito, ha pienamente collaborato con la autorità americane, consegnando documenti, rispondendo alle domande, e subendo ore di interrogatori da parte degli investigatori federali prima e dopo la sua dichiarazione di colpevolezza.

Maria Butina non ha fondamentalmente fatto nulla che abbia danneggiato la sicurezza americana, ed è difficile capire quando abbia avuto un comportamento criminale, ma l’accusa chiede ulteriori 18 mesi di reclusione. Di fatto lei sarebbe una delle poche persone arrestate in base al FARA: tutte provengono da paesi che Washington considera ostili, tra cui Cuba, l’Iraq di Saddam e la Russia. Solitamente la mancata registrazione in base al FARA viene punita con una multa e una registrazione obbligatoria.

La Butina è stata arrestata essenzialmente per il crimine di essere russa nel momento sbagliato e nel posto sbagliato. E lei sta scontando questo con la prigione. Per ironia della sorte, un’applicazione discriminatoria del FARA è stata rilevata dalle prove raccolte e incluse nel rapporto Muller in relazione all’unico paese straniero che cercava di fatto di ottenere favori dall’amministrazione Trump. Quel paese era Israele, e l’individuo che guidava il processo, che doveva essere multato e doveva registrarsi in base al FARA era il genero del presidente Donald Trump, Jared Kushner. Poiché anche Kushner poteva essere ad alto “rischio di fuga” in Israele, paese che non ha alcun trattato di estradizione con gli Stati Uniti, avrebbero dovuto arrestare lui.

Secondo quanto riferito, Kushner ha fatto una pressione aggressiva [in inglese] sui membri del gruppo di transizione di Trump, perché contattassero gli ambasciatori stranieri presso le Nazioni Unite per convincerli a votare contro o astenersi nella votazione sulla risoluzione di condanna degli insediamenti israeliani, la 2334 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nel dicembre 2016. La risoluzione è passata quando gli Stati Uniti, agendo sotto la direzione del presidente Barack Obama, si sono astenuti, ma l’entrante consigliere sulla sicurezza nazionale Michael Flynn ha realmente contattato due volte l’ambasciatore russo Sergey Kislyak e ha chiesto la collaborazione di Mosca, che ha rifiutato. Kushner, che è così vicino al primo ministro Benjamin Netanyahu che quest’ultimo ha dormito nell’appartamento di Kushner a New York, stava chiaramente agendo in risposta all’indicazione che veniva dal governo israeliano.

Un’altra chicca interessante rivelata da Mueller si riferisce ai legami con Israele di George Papadopoulos, il consigliere di politica estera di Trump, in merito ad uno schema di sviluppo dei giacimenti petroliferi. Muller “ha sostanzialmente determinato che le prove non erano sufficienti per ottenere o sostenere una condanna” per “uno o più crimini commessi da Papadopoulos come agente non registrato del governo israeliano”. Mueller indagava su una collusione con la Russia, ma ha trovato solo Israele, e ha deciso di non fare nulla in merito.

Come succede spesso, le indagini che iniziano per cercare interferenze straniere nella politica americana, partono concentrandosi sugli avversari di Washington, e finiscono per trovare Israele. Noam Chomsky lo ha descritto bene: “Prima di tutto, se siete interessati alle interferenze straniere nelle nostre elezioni, qualsiasi cosa possano aver fatto i Russi ha complessivamente scarsa rilevanza e peso se paragonata con quello che fa un altro Stato, apertamente, spudoratamente e con un sostegno enorme. Netanyahu va direttamente al Congresso, senza neanche informare il presidente, e parla al Congresso, con un enorme applauso, per tentare di minare la politica del presidente, cosa successa nel 2015 con Obama e Netanyahu. Putin è mai venuto per fare un discorso alla sessione congiunta del Congresso, nel tentativo di invitarli a invertire la politica americana, senza neanche informare il presidente? Ed è solo una piccola parte di questa enorme influenza”.

Maria Butina è in prigione senza aver fatto nulla, mentre Jared Kushner, che ha dovuto chiedere una raccomandazione per avere il permesso di sicurezza visto i suoi stretti legami con Israele, va in giro per la Casa Bianca a pavoneggiarsi come consigliere senior del presidente, malgrado abbia usato il suo accesso, ottenuto con raccomandazioni famigliari, per promuovere apertamente gli interessi di un governo straniero. Mueller sa tutto a proposito, ma non ha raccomandato nulla, come se non fosse accaduto. I media tacciono. Il Congresso non farà nulla. Come ha detto [in inglese] la presidente della Camera Nancy Pelosi: “Al Congresso stiamo con Israele. Al Congresso parliamo con una solo voce sul tema di Israele”. Appunto.

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Articolo di Philp Giraldi pubblicato su Stategic Culture il 25 aprile 2019
Traduzione in italiano a cura di Elvia Politi per SakerItalia.

[le note in questo formato sono del traduttore]

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