Quando provo a interpretare, comprendere e analizzare il flusso giornaliero di notizie, tendo a collocare ciò che sta succedendo sullo sfondo di due modelli, distinti ma collegati, di funzionamento del capitalismo. Il primo livello è una mappatura delle contraddizioni interne della circolazione e dell’accumulazione del capitale quando il valore del denaro scorre in cerca di profitto attraverso i differenti “momenti” (come li chiama Marx) di produzione, realizzazione (consumo), distribuzione e reinvestimento. Questo è un modello di economia capitalistica a spirale infinita di espansione e crescita. Diventa piuttosto complicato quando viene elaborato attraverso, per esempio, le lenti di rivalità geopolitiche, sviluppi geografici disomogenei, istituzioni finanziarie, politiche di Stato, riconfigurazioni tecnologiche e l’insieme delle divisioni in continuo cambiamento di lavoro e relazioni sociali. Io immagino questi modelli come incorporati, comunque, in un più ampio contesto di riproduzione sociale (nelle famiglie e nelle comunità), in una relazione metabolica con la natura e in continua evoluzione (incluso la “seconda natura” dell’urbanizzazione e dell’ambiente creato) e in ogni tipo di possibile di formazione culturale, scientifica (basata sulla conoscenza), religiosa e sociale che la popolazione umana crea tipicamente nel tempo e nello spazio. Questi “momenti” costituiscono l’espressione attiva di bisogni, necessità e desideri umani, la brama di conoscenza e di comprensione, e la ricerca di soddisfazione che si sviluppa in un contesto di organizzazioni istituzionali in cambiamento, di contestazioni politiche, confronti ideologici, perdite, sconfitte, frustrazioni e alienazione, tutti elaborati in un mondo di marcata diversità geografica, culturale, sociale e politica. Questo secondo modello costituisce, per così dire, la mia conoscenza pratica del capitalismo globale, cioè come una formazione sociale distintiva, mentre il primo riguarda le contraddizioni intrinseche al motore economico che alimenta questa formazione sociale lungo determinati percorsi di evoluzione storica e geografica.

Quando il 26 gennaio 2020 ho letto per la prima volta di un virus di tipo Corona che si stava diffondendo in Cina, ho subito pensato alle ripercussioni sulle dinamiche globali dell’accumulazione di capitale. Per i miei studi sul modello economico sapevo che i blocchi e le interruzioni della continuità del flusso di capitale avrebbero portato alla svalutazione, e che se la svalutazione fosse diventata estesa e profonda, avrebbe segnalato l’inizio delle crisi. Ero anche ben consapevole che la Cina era la seconda più grande economia al mondo, e che aveva di fatto salvato il capitalismo globale dopo il disastro del 2007/2008, quindi qualsiasi colpo all’economia cinese sarebbe stato destinato ad avere serie conseguenze per una economia globale che era in ogni caso in una difficile situazione. Mi sembrava che il modello esistente di accumulazione del capitale fosse già in un mare di guai. Movimenti di protesta si stavano verificando quasi ovunque (da Santiago a Beirut), molti dei quali puntavano sul fatto che il modello economico dominante non stesse funzionando bene per la massa della popolazione. Questo modello neoliberale si stava sempre più basando su un capitale fittizio e su un ampio aumento dell’offerta di moneta e di creazione del debito, e sta già affrontando il problema di una insufficiente domanda reale per realizzare il valore che il capitale è in grado di produrre. Come potrebbe quindi il modello economico dominante, con la sua legittimità cadente e una salute delicata, assorbire e sopravvivere agli inevitabili impatti di ciò che potrebbe diventare una pandemia? La risposta dipendeva pesantemente sulla durata e sulla diffusione dell’interruzione, poiché, come sottolineava Marx, la svalutazione non accade perché le merci non si possono vendere ma perché non possono essere vendute in tempo.

Da tempo ho rifiutato l’idea di “natura” come qualcosa di al di fuori e si separato dalla cultura, dall’economia e dalla vita quotidiana. Io ho una posizione più dialettica e relazionale della relazione metabolica con la natura. Il capitale modifica le condizioni ambientali per la sua stessa riproduzione, ma lo fa in un contesto di conseguenze involontarie (come il cambiamento climatico) e sullo sfondo di forze evolutive autonome e indipendenti che stanno ridefinendo in modo perpetuo le condizioni ambientali. Da questo punto di vista, non esiste un disastro veramente naturale. Di certo, i virus mutano sempre ma le circostanze in cui tale mutazione diventa una minaccia della vita dipendono dalle azioni umane. Ci sono due aspetti rilevanti in merito: il primo è che le condizioni ambientali favorevoli aumentano la probabilità di una mutazione forte. Per esempio, è plausibile aspettarsi che una rapida trasformazione dell’habitat e dei sistemi di approvvigionamento alimentare intensivi o incontrollati nelle zone umide sub-tropicali possa, per dire, contribuire a questo. Tali sistemi esistono in molti posti, tra cui la Cina nella parte sud dello Yangtse e nel sud est asiatico. In secondo luogo, variano di molto le condizioni che favoriscono una rapida trasmissione attraverso organismi ospiti. Una alta densità della popolazione umana potrebbe sembrare un facile obiettivo nella trasmissibilità. E’ risaputo che le epidemie di morbillo, per esempio, prosperano solo nei centri urbani più grandi, ma si estinguono rapidamente nelle regioni scarsamente popolate. Il modo in cui gli esseri umani interagiscono tra loro, si muovono, si disciplinano o se dimenticano di lavarsi le mani, ha effetto sul modo in cui le malattie vengono trasmesse. In tempi recenti sembra che la SARS, l’influenza aviaria e quella suina siano venute dalla Cina e dall’Asia sudorientale. Lo scorso anno la Cina ha risentito pesantemente della febbre suina, che ha portato ad una eliminazione di massa dei maiali e all’aumento dei prezzi della carne suina. Non dico tutto questo per accusare la Cina. Ci sono molti altri posti in cui sono alti i rischi ambientali per una mutazione e diffusione virale. La Spagnola del 1918 forse è venuta dal Kansas, l’Africa può essere stata l’incubatore dell’HIV/AIDS e sicuramente da lì è cominciata Ebola e il virus del Nilo occidentale, mentre la Dengue sembra che si sia sviluppata in America Latina. Ma gli impatti economici e demografici della diffusione del virus dipendono dalle crepe e dalle vulnerabilità preesistenti del modello economico egemone.

Non mi sono sorpreso che il Covid-19 sia stato inizialmente isolato a Wuhan (anche se non si sa se ha avuto origine da lì). Chiaramente gli effetti locali potrebbero essere consistenti e, dato che è un importante centro di produzione, era probabile che ci fossero delle ripercussioni economiche globali (anche se non avevo alcuna idea dell’entità). La grande domanda riguardava il come si sarebbero verificati il contagio e la diffusione, e quanto sarebbero durati (rispetto a quando si sarebbe trovato il vaccino). L’esperienza precedente ha dimostrato che uno degli svantaggi della globalizzazione crescente è come sia impossibile fermare una rapida diffusione internazionale delle nuove malattie. Viviamo in un mondo altamente connesso, in cui quasi tutti viaggiano. Le reti umane per una potenziale diffusione sono ampie e aperte. Il pericolo (economico e demografico) era che l’interruzione sarebbe durata un anno o più.

Se c’è stato un immediato calo dei mercati azionari di tutto il mondo appena sono state diffuse le prime notizie, dopo sorprendentemente è seguito un mese o più in cui i mercati hanno toccato nuovi massimi. Le notizie sembravano riportare che le attività economiche fossero normali ovunque, eccetto che in Cina. Sembrava che tutti fossero convinti che stessimo affrontando una replica della SARS, che è risultata abbastanza veloce da contenere, di basso impatto globale anche se ha avuto un alto tasso di mortalità, e ha creato un panico non necessario (col senno del poi) nei mercati finanziari. Quando è apparso il Covid-19, la reazione predominante è stata quella di dipingerla come una riedizione della SARS, rendendo inutile il panico. Il fatto che l’epidemia sia scoppiata in Cina, la quale si è mossa veloce e inesorabile per contenere gli impatti, ha anche portato il resto del mondo a trattare il problema in modo sbagliato, come un qualcosa che sta accadendo “laggiù” e quindi “lontano dagli occhi e lontano dal cuore” (con l’accompagnamento di qualche segno preoccupante di xenofobia anti-cinese in alcuni parti del mondo). Il picco del virus che ha colpito l’altrimenti trionfante storia di crescita della Cina è stato persino salutato con gioia in alcuni circoli dell’amministrazione Trump. Ma sono cominciate a circolare notizie sull’interruzione delle filiere produttive globali che passavano da Wuhan, notizie che sono state per lo più ignorate o trattate come problema per specifiche linee di prodotto o aziende (come Apple). Le svalutazioni erano locali, specifiche e non sistemiche. Anche i segnali di calo della domanda dei beni di consumo sono stati minimizzati, sebbene quelle aziende, come MacDonalds e Starbucks, che avevano molte attività nel mercato domestico cinese, là avevano dovuto chiudere i battenti per un po’. La concomitanza dell’epidemia con il Capodanno cinese ha mascherato gli effetti per tutto gennaio. La compiacenza di questa risposta è stata sbagliata.

Le prime notizie sulla diffusione internazionale del virus sono state sporadiche ed episodiche, con la grave comparsa in Corea del Sud e in poche altre zone calde come l’Iran. E’ stata l’epidemia in Italia che ha scatenato la prima violenta reazione. Il crollo del mercato azionario iniziato a metà febbraio ha un po’ oscillato, ma a metà marzo ha portato ad una svalutazione netta di almeno il 30% del mercato azionario in tutto il mondo. La crescita esponenziale dell’epidemia ha provocato una gamma di risposte incoerenti e spesso in preda al panico. Il presidente Trump si è esibito in una imitazione di Re Canuto alle prese con una potenzia marea crescente di malattia e morte. Alcune di queste risposte sono state molto strane. Vedere la Federal Reserve abbassare i tassi di interesse nonostante il virus è sembrato bizzarro, anche quando era chiaro che la mossa intendeva alleggerire gli impatti piuttosto che fermare il progredire del virus. Le autorità pubbliche e i sistemi sanitari si sono ritrovati quasi ovunque a corto di personale. Quaranta anni di neoliberismo in tutto il Nord e Sud America hanno lasciato il settore pubblico totalmente esposto e impreparato ad affrontare una crisi della sanità pubblica di tale portata, anche se le precedenti paure legate alla SARS e a Ebola avevano fornito un gran numero di avvertimenti, così come delle valide lezioni su ciò che sarebbe stato necessario fare. In molte parti del mondo che si suppone “civilizzato”, i governi locali e le autorità regionali/statali, che inevitabilmente costituiscono la prima linea nella difesa della salute pubblica e nelle emergenze di sicurezza di questo tipo, sono stati privati dei fondi grazie a una politica di austerity progettata per finanziare la riduzione fiscale e i finanziamenti alle aziende e ai ricchi. L’azienda Big Pharma ha poco o nessun interesse nella ricerca non remunerativa sulle malattie infettive (come tutte le classi di coronavirus che sono ben note dagli anni ’60). Big Pharma raramente investe in prevenzione. Ha poco interesse ad investire in allestimenti per crisi di salute pubblica, ma ama progettare le cure: più siamo malati, più guadagnano. La prevenzione non dà valore agli azionisti, potrebbe anzi diminuirlo. Il modello di business applicato alle forniture per la sanità pubblica ha eliminato il surplus di capacità di reazione che sarebbe necessaria in una emergenza. La prevenzione non è stata nemmeno un abbastanza invitante ambito di lavoro per garantire delle partnership tra pubblico e privato. Il presidente Trump ha tagliato il budget del Centro per il Controllo delle malattie e ha sciolto il gruppo che lavorava sulle pandemie presso il Consiglio di Sicurezza Nazionale, con lo stesso spirito con cui ha tagliato tutti i fondi di ricerca, incluso quello sui cambiamenti climatici. Se volessi utilizzare una metafora antropomorfa per questo, concluderei che il Covid-19 è la vendetta della Natura per gli oltre quaranta anni di evidente e offensivo maltrattamento per mano di un violento e sregolato “estrattivismo” neo-liberale.

Forse è sintomatico che i paesi meno neoliberali, come Cina, Corea del Sud, Taiwan e Singapore, siano finora passati attraverso la pandemia in una forma migliore dell’Italia, anche se l’Iran smentisce questa argomentazione come principio universale. Se ci sono state molte prove che la Cina abbia gestito piuttosto male la SARS con molte dissimulazioni e smentite iniziali, questa volta il presidente Xi si è mosso velocemente nell’esigere trasparenza sia nei dati che nel monitoraggio, come ha fatto la Corea del Sud. Anche così, in Cina si è perso del tempo prezioso (anche pochi giorni fanno la differenza). Ciò che è stata notevole in Cina, comunque, è stato l’isolamento dell’epidemia alla provincia di Hubei, con Wuhan come epicentro. L’epidemia non si è diffusa con la stessa intensità a Pechino, nella parte occidentale o anche più a sud. Alla fine di marzo, la Cina ha annunciato che non c’erano nuovi casi nella provincia dell’Hubei, e la Volvo ha annunciato che la produzione delle automobili stava tornando alla normalità, mentre il resto dell’industria mondiale dell’auto stava chiudendo. Le misure prese per isolare geograficamente il virus sono state complete e restrittive (come dovevano essere). Sarebbe difficile replicarle altrove per ragioni politiche, economiche e culturali. Le notizie che vengono dalla Cina suggeriscono che i trattamenti e la polizia sono stati tutt’altro che teneri. Inoltre, Cina e Singapore hanno messo in atto i loro poteri di sorveglianza personale a livelli considerabili come invasivi e autoritari. Ma sembra che nel complesso siano stati estremamente efficaci e, se le contromisure fossero state intraprese anche pochi giorni prima, le proiezioni suggeriscono che si sarebbero potute evitare molti morti. Questa è un’informazione molto importante: in ogni processo di crescita esponenziale, c’è un punto di flessione in cui la massa in aumento va totalmente fuori controllo (notate qui, ancora una volta, il valore della massa in relazione al tasso). Il fatto che Trump abbia indugiato per molte settimane costerà certamente caro in termini di vite umane.

Gli effetti economici sono ora fuori controllo in tutto il mondo. Le interruzioni nella filiera delle aziende e in certi settori si sono rivelate essere più sistematiche e sostanziali di quanto si pensasse inizialmente. L’effetto a lungo termine potrebbe essere l’accorciamento e la diversificazione della filiera, verso forme di produzione con lavoro meno intensivo (con enormi implicazioni per l’occupazione) e maggiore dipendenza dai sistemi di produzione di intelligenza artificiale. L’interruzione della filiera produttiva comporta licenziamenti e sospensioni dal lavoro, cosa che riduce la domanda finale, mentre la domanda di materie prime diminuisce il consumo produttivo. Questi impatti sul fronte della domanda potrebbero di per sé aver prodotto almeno una lieve recessione.

Ma le vulnerabilità più grandi stavano altrove. I modelli di consumismo, esplosi dopo il 2007/2008, si sono schiantati con conseguenze devastanti. Questi modelli erano basati sulla riduzione del ciclo del consumo ad un valore più vicino possibile allo zero. La pioggia di investimenti in tali forme di consumismo riguardavamo in massima misura l’assorbimento dei volumi esponenzialmente crescenti di capitale in forme di consumismo con il più breve ciclo possibile. E’ stato emblematico il turismo internazionale, che ha visto crescere le visite da 800 milioni a 1.4 miliardi tra il 2010 e il 2018. Questa forma di consumismo “esperienziale” richiedeva investimenti infrastrutturali in aeroporti e linee aeree, hotel, ristoranti, parchi tematici, eventi culturali ecc. Quest’ aerea di accumulazione del capitale è ora morta e sepolta, le linee aree sono vicine alla bancarotta, gli hotel sono vuoti ed è imminente una disoccupazione di massa nel settore dell’ospitalità. Mangiare fuori non è una buona idea e in molti posti sono stati chiusi ristoranti e bar. Anche il cibo da asporto sembra rischioso. Il grande esercito di lavoratori della “gig economy” e di altre forme di impiego precario vengono licenziati senza apparentemente mezzi di sostegno. Sono stati cancellati eventi come i festival culturali, i tornei di calcio e di basket, i concerti, le convention aziendali e professionali, persino i raduni politici in vicinanza delle elezioni. Queste forme di consumismo esperienziale “basate sugli eventi” sono state cancellate. I ricavi dei governi locali sono delle voragini. Le università e le scuole stanno chiudendo.

Gran parte del modello all’avanguardia del consumismo capitalista contemporaneo non può operare nelle attuali condizioni. Si è attenuata la spinta verso ciò che Andre Gorz descrive come “consumismo compensativo” (quello con cui lavoratori alienati dovrebbero recuperare lo spirito attraverso pacchetti vacanze su spiagge tropicali).

Ma le economie capitaliste contemporanee sono al 70 o perfino all’80 % guidate dal consumismo. Negli ultimi quarant’anni la fiducia e la percezione del consumatore sono diventate la chiave per la mobilitazione della domanda effettiva, e il capitale è diventato legato in maniera crescente alla domanda e ai bisogni. Questa fonte di energia economica non è stata soggetta a fluttuazioni selvagge (con poche eccezioni come l’eruzione vulcanica dell’Islanda che ha bloccato per un paio di settimane i voli trans-oceanici). Ma il Covid-19 sta sostenendo non una fluttuazione selvaggia ma un crollo tremendo nel cuore della forma di consumismo che domina i Paesi più ricchi. La spirale dell’accumulazione senza fine del capitale sta implodendo da una parte all’altra del mondo, che può essere salvato solo da un consumismo di massa, evocato dal nulla, fondato e ispirato da un governo. Questo richiederà, per esempio, la socializzazione dell’intera economia degli Stati Uniti, senza chiamarlo socialismo. Qualsiasi altra cosa accada, è stato messo a tacere il diffuso scetticismo popolare sulla necessità di un governo armato di ampi poteri, e la differenza tra amministrazioni buone e cattive viene più ampiamente riconosciuta. Avere dei governi asserviti agli interessi dei possessori di bond e dei finanzieri (come è avvenuto dal 2007/2008) si sta rivelando una cattiva idea, anche per i finanzieri stessi.

C’è un proverbio adatto, che dice che le malattie infettive non riconoscono barriere e confini di classe o sociali. Come in molti di questi detti, c’è un certo fondo di verità. Nell’epidemia di colera del XIX secolo, la trascendenza delle barriere di classe è stata sufficientemente drammatica per dar vita a un movimento per la sanità e la salute pubblica (che si è trasformato in professione) che è arrivato ai nostri giorni. Che questo movimento sia stato progettato per proteggere tutti o solo le classi più alte, non è stato sempre chiaro. Ma oggi gli effetti e gli impatti della differenza sociale e di classe raccontano una storia diversa. Gli impatti economici e sociali sono filtrati attraverso “consuete” discriminazioni che sono evidenti ovunque. Per cominciare, in molte parti del mondo la forza lavoro che dovrebbe prendersi cura del numero crescente di malati è tipicamente molto connotata per genere, razza ed etnia. Rispecchia le forze lavoro basate sulla classe sociale che si trovano, per esempio, negli aeroporti e in altri settori della logistica. Questa “nuova classe lavoratrice” è in prima linea, e sopporta l’impatto più forte per essere la forza lavoro sia a maggior rischio di contrarre il virus attraverso il proprio lavoro sia di essere licenziata senza risorse a causa dei tagli economici indotti dal virus. C’è, per esempio, la questione di chi possa lavorare a casa e chi no, che acuisce il divario sociale imposto dalla questione di chi possa permettersi l’autoisolamento o la quarantena (con o senza retribuzione) in caso di contatto o infezione. Esattamente nella stessa maniera in cui ho cominciato a chiamare i terremoti del Nicaragua (1973) e di Città del Messico (1985) “classi-moti”, così la diffusione del Covid-19 mostra tutte le caratteristiche di una pandemia di classe, genere e razza. Mente gli sforzi di attenuazione sono opportunamente coperti dalla retorica del “siamo tutti uniti”, le pratiche, in particolare dei governi nazionali, suggeriscono motivazioni più minacciose. La classe lavoratrice contemporanea negli Stati Uniti (costituita prevalentemente da afro-americani, latini e donne anziane) affronta l’orribile scelta del contagio per garantire l’assistenza e le strutture chiave della vendita (come i negozi di alimentari) o della disoccupazione senza benefit (come un’adeguata assistenza sanitaria). Il personale stipendiato (come me) lavora da casa e prende la paga proprio come prima, mentre gli amministratori delegati volano su jet privati ed elicotteri.

Le forze lavoro nella maggior parte del mondo sono state socializzate a lungo per comportarsi come bravi soggetti neoliberali (il che significa incolpare se stessi o Dio di ogni cosa che va male, ma senza mai osar suggerire che il capitalismo possa essere il problema). Ma anche i bravi soggetti neoliberali possono vedere che c’è qualcosa di sbagliato nel modo in cui si sta rispondendo a questa pandemia.

La grande domanda è quanto durerà. Potrebbe durare più di un anno, e più dura, più la svalutazione riguarderà la forza lavoro. Quasi sicuramente la disoccupazione crescerà a livelli paragonabili a quella degli anni ’30, in assenza di massicci interventi statali contrari al neoliberismo. Le immediate conseguenze per l’economia così come per la vita sociale quotidiana sono molteplici. Ma non sono tutte negative. Nella misura in cui stava diventando eccessivo, il consumismo contemporaneo stava arrivando al punto che Marx descriveva come “consumo eccessivo e consumo folle, indicando, nella sua svolta al mostruoso e al bizzarro, il crollo” dell’intero sistema. La sconsideratezza di questo consumo eccessivo ha giocato il ruolo più importante nel degrado ambientale. La cancellazione dei voli aerei e la radicale limitazione del trasporto e degli spostamenti hanno avuto conseguenze positive rispetto alle emissioni effetto serra. La qualità dell’aria a Wuhan è molto migliorata, come anche in molte città americane. I siti ecoturistici avranno il tempo per riprendersi dal calpestio. I cigni sono tornati nei canali di Venezia. Nella misura in cui il gusto per il sovra-consumismo sconsiderato e senza senso è stato rallentato, ci potrebbero essere alcuni benefici a lungo termine. Meno morti sul Monte Everest potrebbe essere una cosa buona. E anche se nessuno lo dice ad alta voce, il preconcetto demografico del virus potrebbe finire per colpire la piramide demografica con effetti a lungo termine sugli oneri di previdenza sociale e sul futuro dell’”industria dell’assistenza”. La vita quotidiana rallenterà, e per alcune persone sarà una benedizione. Se l’emergenza dovesse essere abbastanza lunga, i ruoli suggeriti della distanza sociale potrebbero portare a dei cambiamenti culturali. L’unica forma di consumismo esperienziale che ne beneficerà quasi certamente è ciò che io chiamo l’economia di “Netflix”, cioè quella che soddisfa comunque “gli spettatori compulsivi”.

Sul fronte economico le risposte sono state condizionate dal comportamento dell’esodo cominciato dal crollo del 2007/2008. Questo ha comportato una politica monetaria ultra-morbida agganciata al salvataggio delle banche, integrata da un netto aumento del consumo produttivo dovuto ad una espansione massiva di investimenti infrastrutturali in Cina. Quest’ultimi non possono essere ripetuti sulla scala richiesta. I pacchetti di salvataggio predisposti nel 2008 erano destinati alle banche, ma hanno portato anche de facto alla nazionalizzazione della General Motors. E’ forse significativo che, nonostante il malcontento dei lavoratori e il collasso della domanda nazionale, le tre grandi case automobilistiche di Detroit stiano chiudendo almeno in contemporanea. Se la Cina non potrà avere di nuovo il ruolo che ha avuto nel 2007/2008, allora l’onere di uscire dall’attuale crisi economica si sposta ora sugli Stati Uniti, e qui troviamo l’ironia per definizione: l’unica politica che funzionerà, sia dal punto di vista economico che politico, è molto più socialista di qualsiasi cosa possa proporre Bernie Sanders, e tali programmi di salvataggio dovranno essere avviati sotto l’egida di Donald Trump, presumibilmente sotto la copertura del Make America Great Again. Tutti quei Repubblicani che si sono opposti in maniera così viscerale al salvataggio del 2008, dovranno ingoiare il rospo od opporsi a Donald Trump. Quest’ultimo cancellerà probabilmente le elezioni a causa dell’emergenza, e dichiarerà l’inizio di una presidenza imperiale per salvare il capitale e il mondo dalla sommossa e dalla rivoluzione. Se l’unica politica che funziona è quella socialista, allora l’oligarchia dominante si muoverà senza dubbio per assicurarsi che sia nazional socialista piuttosto che socialista. Il compito della politica anti-capitalista è impedire che questo accada.

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Articolo di David Harvey pubblicato sul suo sito il 22 marzo
Traduzione in italiano a cura di Elvia Politi per Saker Italia.


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