E’ reale o piuttosto uno specchietto per le allodole?

Mai prima d’ora una amministrazione presidenziale è stata così confusa in termini di sicurezza nazionale e politica estera come quella di Donald J.Trump. In effetti, si potrebbe ben argomentare che non esiste affatto alcuna linea politica principale, se intendiamo una dottrina razionale definita attraverso un’analisi rischio/beneficio negli sviluppi della situazione internazionale. Di contro, hanno assunto una forma definita le reazioni emotive alimentate dalla disinformazione dei media, integrate dai “sentimenti di pancia” in merito ad una serie di relazioni sostanzialmente bilaterali, che spesso hanno poco o niente a che a fare con gli interessi nazionali dell’America.

Tutto questo non significa che i “sentimenti di pancia” siano sempre sbagliati. La saggezza consolidata a Washington ha per molto tempo riflettuto la visione che gli Stati Uniti dovessero esercitare la loro leadership nello stabilire e mantenere il consenso neoliberale, visione avvalorata dopo la devastazione della Seconda Guerra Mondiale. Elezioni, libero commercio e libertà di informazione dovevano essere i parametri del nuovo ordine mondiale, che però arrivavano impacchettati insieme all’egemonia statunitense per fronteggiare coloro che si contrapponevano a questo sviluppo. E si è scoperto che questi “benefici” erano spesso difficili da raggiungere, perché qualche volta le elezioni avevano risultati negativi, mentre gli accordi commerciali e un’informazione incontrollata spesso lavoravano in contrasto con i più ampi obiettivi americani. Troppo spesso gli Stati Uniti si sono trovati ad andare in guerra contro delle nazioni che disapprovavano per ragioni non collegate ad alcun interesse reale, sistematicamente dichiarando che quei regimi dissidenti erano sia una “minaccia” che un disturbo dei valori universali che Washington sosteneva di promuovere.

Per esaminare come funziona in pratica l’ordine neoliberale, è sufficiente considerare i Clinton, che hanno giustificato i brutali interventi militari nei Balcani e in Libia sulla base di ciò che loro definivano principi umanitari. Oppure Obama, che pretendeva un cambio di regime a Damasco, ed era pronto a lanciare un attacco su larga scala sulla Siria, prima di rendersi conto che non c’era alcun sostegno pubblico per una tale mossa, e ha quindi desistito.

Più recentemente, in particolare dall’11 Settembre, i neoconservatori hanno dominato la politica estera attraverso i “think tank”, l’accesso ai media e la loro abilità ad infiltrarsi in entrambi i due principali partiti politici, sulla base delle loro essenzialmente disoneste valutazioni sulle minacce alla sicurezza nazionale. Hanno avuto così tanto successo nel vendere il loro prodotto, che le false dichiarazioni sulla minaccia dell’Iran verso gli Stati Uniti sono generalmente accettate senza obiezioni sia dai Democratici che dai Repubblicani, per non parlare della Casa Bianca. Nel frattempo, la Russia rimane la destinataria dell’ira bipartisan, da sinistra per i risultati delle elezioni del 2016, e da destra a causa dell’allarmismo sulle presunte minacce all’Europa dell’Est.

Ma la speranza è l’ultima a morire, anche nel 2019. Recentemente ci sono stati dei segni incoraggianti che il cambiamento è nell’aria. Donald Trump ha dichiarato che ritirerà tutti i soldati americani dalla Siria e metà delle forze statunitensi dall’Afghanistan, anche se sembra che le date si siano un po’ allungate e potrebbero anche rallentare ulteriormente, dato che l’Establishment si oppone. Lo stesso Trump potrebbe aver scelto di rompere il modello interventista con la Siria: se dovesse avere successo sarà certamente encomiabile, ma qualcuno di buon senso ha osservato che il ritiro potrebbe essere in qualche maniera come il verso della canzone degli Eagles “Hotel California” che recita: “puoi fare il check out tutte le volte che vuoi, ma non puoi mai andare via”.

Ci sono altri segnali che qualcosa è in atto. Il 3 gennaio scorso, Trump ha improvvisamente commentato che l’Iran potrebbe fare ciò che vuole in Siria, commento che ha generato ondate di shock nelle osservazioni riportate  [in inglese] da parte del neoconservatore Washington Post. Certo, altri funzionari dell’Amministrazione hanno continuato a mandare segnali diversi, con il Segretario di Stato Mike Pompeo, che insiste sul fatto che gli Stati Uniti rimarranno in Siria fino a quando l’Iran rimarrà lì.

Pompeo ha inoltre ammonito l’Iran sullo sviluppo dei missili balistici, in relazione ad un annunciato programma spaziale, avvertimento che Teheran ha rimandato al mittente. Nel frattempo, Israele, presumibilmente agendo in connivenza con gli USA, ha introdotto un nuovo destabilizzante elemento nel calderone del Medio Oriente, utilizzando le linee aeree civili [in inglese] per mascherare l’avvicinamento dei suoi jet militari agli obiettivi da attaccare in Siria. La possibilità che un aereo di linea venga “accidentalmente” abbattuto con conseguenti grandi perdite di vite umane, è quindi aumentato esponenzialmente.

Certo, c’è qualcuno convinto [in inglese] che la svolta anti-interventismo di Trump sia essenzialmente fraudolenta: citano l’accanita ostilità della Casa Bianca verso l’Iran, quotidianamente diffamato per le presunte minacce nei confronti non solo della regione del Medio Oriente ma anche dell’Europa Occidentale e degli Stati Uniti. Che le invettive dell’Amministrazione siano poco fondate, è in realtà irrilevante, dato che sembrerebbe che Trump, Pompeo, John Bolton e la ora passata Nikki Halley credono tutti di aver efficacemente disarmato l’Iran e portato ad un cambio di regime. In realtà, la guerriglia diretta contro l’economia iraniana è già cominciata, in virtù di una serie di sanzioni punitive mirate, con molto altro che deve ancora venire dopo che in maggio ci sarà il divieto totale di esportazione del petrolio.

All’inizio di dicembre l’Iran ha risposto a queste minacce ribadendo la sua intenzione di esercitare il controllo su tutto il traffico navale dal Golfo Persico attraverso lo Stretto di Hormuz, se le sue esportazioni di petrolio saranno bloccate dagli Stati Uniti. Gli Stati Uniti hanno risposto immediatamente mandando nel Golfo la portaerei U.S.S. John C. Stennis [in inglese], il primo dispiegamento di questo tipo nella regione da otto mesi. Con tutte le pedine in campo, la possibilità che ci possa essere un incidente in quell’area, con il probabile coinvolgimento delle Guardie Rivoluzionarie Iraniane e delle unità navali americane, subirà un’escalation, come il largamente voluto incidente del Golfo del Tonkino ha notoriamente accelerato il coinvolgimento americano nella guerra del Vietnam.

Molto di ciò che accade in Medio Oriente dipenderà in ultima analisi da quanto gli alleati senza scrupoli degli Americani – Arabia Saudita e Israele – avranno successo nel vendere la loro versione in ciò che sta succedendo nella regione. Trump, insolitamente, sembra mantenere la posizione, dichiarando ad un giornalista [in inglese] che le preoccupazioni sul ritiro dalla Siria sono fuori luogo perché “diamo a Israele 4.5 miliardi all’anno. E, francamente, gli diamo molti più soldi di così, se guardi i documenti, molti più soldi di quelli. E stanno facendo un ottimo lavoro per loro stessi”. Allo stesso modo, la molto più importante relazione – quella con la Russia – dipenderà dall’abilità di saper ignorare le ostilità del Congresso verso il Cremlino, oltre ai pregiudizi dei media che continuano a parlare di “russiagate” come una minaccia per la sicurezza nazionale.

C’è anche la Corea del Nord, che ora ha chiaramente indicato che intende dialogare con gli Stati Uniti ma che tornerà al suo programma di sviluppo nucleare fino a quando non saranno eliminate le sanzioni. E qualcuno in America Latina? Bolton ha soprannominato [in inglese] Cuba, Nicaragua e Venezuela la “troika della tirannia”, sebbene siano fortunatamente svanite le proposte di invasione del Venezuela per ripristinare l’ordine da parte degli Stati Uniti.

Se si legge la stampa neoconservatrice, non si può non notare che la Cina è la consacrata minaccia all’orizzonte, ma è anche il principale partner commerciale, e la spinta a rinegoziare in un qualche modo i termini dei legami economici tra i due paesi sarà complicata. Bisogna fare attenzione affinché ciò che ora appare come una competizione aggravata dal senso di grande potere, non diventi qualcosa di più pericoloso. L’arresto di Weng Manzhou in Canada un mese fa, insieme al rafforzamento delle sanzioni americane imposte globalmente, che gli Stati Uniti possono e vogliono fare, potrebbe facilmente diventare un grave problema con la Cina e con altri, inclusi alcuni alleati NATO. La notizia dell’arresto è già sparita dalla stampa, ma alcuni cittadini canadesi sono stati arrestati da Pechino e il Governo americano ha allertato [in inglese] gli americani che viaggiano per affari in questo periodo in Cina.

Tutto questo suona un po’ depressivamente familiare, ma la vera domanda è: nel 2019 Donald J. Trump avrà sia la “vision” sia il necessario buon senso per realizzare le sue promesse elettorali, cioè cambiare il volto della politica estera americana ritirandosi dalle inutili guerre all’estero e ricucendo i rapporti con paesi che sono effettivamente importanti come la Russia? Certamente, c’è molta strada da fare, ed è un vero work in progress, ma Trump ha realmente la capacità di prevalere sui falchi della sua amministrazione e cambiare l’intero dialogo sul ruolo dell’America nel mondo.

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Articolo di Philip Giraldi pubblicato su TheUnzReview.com l’8 gennaio 2019
Traduzione in italiano a cura di Elvia Politi per SakerItalia

[le note in questo formato sono del traduttore]

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