C’è un reale potere nella parola “No”. Direi infatti che è la singola parola più potente in ogni lingua.

Nel mezzo del peggior crollo dei mercati degli ultimi 12 anni causato dai mercati globali finanziati in dollari, la Russia si è trovata nella posizione di esercitare il potere del “No”.

Proprio adesso in tutto il mondo stanno accadendo molteplici e soprapposte crisi, tutte intrecciate in una rete di caos. Tra l’instabilità politica in Europa, gli intrallazzi delle primarie presidenziali negli Stati Uniti, l’isteria di massa per il coronavirus e l’avventurismo militare della Turchia in Siria, Mediterraneo orientale e Libia, i mercati alla fine stanno smascherando il bluff delle banche centrali che da anni stanno sostenendo i prezzi degli asset. Ma, di fondo, l’attuale crisi deriva dalla semplice verità che quei prezzi in tutto il mondo sono enormemente sopravvalutati.

Le politiche dei governi occidentali e delle banche centrali hanno usato il potere del dollaro per spingere il mondo in questo stato. E tale stato è, nella migliore delle ipotesi, “meta-stabile”.
Ma quando questo numero di cazzate diventa davvero reale, beh… incontrare il ventilatore è stato inevitabile. [elaborazione della locuzione “when the shit hits the fan” – “quando la merda colpisce il ventilatore”].
E tutto ciò che è stato necessario per spingere una correzione in un panico su vasta scala sono stati i russi che dicono: “No”.

Per mesi la realtà è stata evidente nei mercati delle commodity [materie prime]. Il rame e altri metalli industriali erano in calo mentre i mercati azionari volavano in rialzo. Ma è stato il petrolio a confondere più di tutti.
Per gran parte del 2019 abbiamo visto i prezzi del petrolio comportarsi in modo strano in concomitanza regolare di eventi che spingevano i prezzi al rialzo, che però alla fine sono diminuiti.
Dopo il picco in occasione dell’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani, i prezzi del petrolio hanno avuto un unico andamento: verso il basso.

I nostri leader incapaci stanno provando a dare la colpa al coronavirus come causa diretta di tutta l’agitazione del mercato. Ma è mascherare la verità. Da mesi ci sono problemi, messi in secondo piano dal continuo intervento della Fed nei mercati finanziati in dollari.
La crisi del 2008 non è stata mai gestita, ma solo nascosta. La crisi dei pronti contro termine dello scorso settembre non è mai finita, è ancora lì. Ed è riapparsa con forza questa settimana, quando la gente ha venduto dollari e ha comprato titoli del tesoro americani, spingendo i rendimenti sulla curva del lungo termine a dei livelli assurdi.
I mercati del credito stanno crollando. I mercati azionari sono la coda, e i mercati del credito sono il cane. E questo cane è stato investito da un autobus.
La Fed interviene per evitare che crescano i tassi a breve termine, e per preservare la finzione che è tutto sotto controllo. Il mercato vuole tassi più alti per l’accesso al dollaro su breve termine.
La Fed ha provato a tagliare i tassi dello 0.5%, ma tutto quello che ha fatto è stato dire alle persone che la Fed era spaventata quanto loro. La vendita è ricominciata e il dollaro è ritornato al suo ultimo massimo di 1.690 dollari, solo per esser poi schiacciato da New York nell’apertura di questa mattina [in inglese].
Non ha funzionato neanche questo.

E in tutto questo casino l’OPEC ha provato a salvarsi chiedendo uno storico taglio della produzione.
L’OPEC ha bisogno di fare questo taglio per continuare ad avere un ruolo rilevante. Il cartello sta morendo. Sta morendo da anni, ma è tenuto in vita con il supporto della volontà russa di scambiare favori per raggiungere altri obiettivi geostrategici.
Ho detto prima che i tagli della produzione dell’OPEC non hanno l’effetto sul rialzo sul petrolio [in inglese], proprio come i tagli dei tassi non hanno effetti inflazionistici durante i periodi di crisi.
Ma alla fine la Russia ha detto “No”. Senza equivoci. Ha detto a tutti che è pronta per prezzi più bassi del petrolio. Nei resoconti dell’incontro il panico era palpabile. [in inglese].

“Per quanto riguarda i tagli alla produzione, data la decisione di oggi, dal 1 aprile nessuno (nemmeno i Paesi dell’OPEC né i Paesi dell’OPEC +) è obbligato a ridurre la produzione”, ha affermato il ministro dell’energia russo Alexander Novak.

Il segretario generale dell’OPEC Mohammed Barki ha affermato che il meeting era stato aggiornato, anche se continuavano le consultazioni. Ha dichiarato ai giornalisti che“alla fine della giornata, la conferenza congiunta è arrivata alla decisione generale e dolorosa di aggiornare l’incontro”.

Edward Moya, analista dell’Oanda Corporation, aveva precedentemente insinuato che un mancato raggiungimento di un accordo avrebbe potuto significare la fine dell’OPEC+. Aveva dichiarato che “nessun accordo OPEC+ significava che l’esperimento triennale è fallito. L’OPEC+ è morto. I Sauditi sono tutti impegnati a stabilizzare il prezzo del petrolio, e potrebbero aver bisogno di qualcosa di straordinario”.

Si arriva ad un punto in cui termina il negoziato con i tuoi avversari, quello in cui qualcuno alla fine dice “basta”.  La Russia è stata attaccata senza pietà dall’Occidente solo per il crimine di essere Russia.
E io ho documentato quasi ogni colpo di scena di come hanno abilmente sostenuto la loro posizione aspettando il giusto momento per avere il massimo tornaconto nel ribaltare le carte in tavola.
E, secondo me, questo è stato il momento perfetto per fargli dire finalmente “No”, e ottenere il massimo effetto.
Quando si ha a che fare con un nemico più potente, bisogna mirare ai punti più deboli per infliggere il danno maggiore. Per l’Occidente quel punto debole sono i mercati finanziari.
Ricordate il primo fatto fondamentale dell’economia: i prezzi vengono fissati al loro margine. L’unico prezzo che conta è l’ultimo registrato. Quel prezzo fissa il costo di vendita per l’unità successiva di quel bene, in questo caso quello di un barile di petrolio.
In un mondo fatto di cartelli globali, in cui i prezzi sono stabiliti da attori esterni, è facile dimenticare che nell’economia reale (indipendentemente dalla tua opinione politica) il mondo è un’asta e tutto è in vendita. E vince l’offerta più alta.
Quindi, la più importante domanda geopolitica è “chi produce il prezzo marginale di un barile di petrolio?”

Da più di tre anni ormai il presidente Trump ha sostenuto la sua politica di dominio energetico cercando in maniera idealistica di rendere gli Stati Uniti quel fornitore. Trilioni di dollari sono stati spesi per portare la produzione domestica agli attuali, insostenibili livelli.
Questa politica precede Trump, certamente, ma lui è stato il più convinto sostenitore, sanzionando e mettendo sotto embargo chiunque li tenesse fuori dall’asta.
Che cosa non è mai riuscito a fare, comunque, è stato buttar fuori dall’asta la Russia.

La ragione per cui i tassi di produzione americani sono insostenibili, sono i loro costi più alti al barile rispetto al prezzo marginale, specialmente quando tutti gli altri prezzi stanno scendendo. E’ una legge economica semplice e lineare.
Se, a conti fatti, fossero stati redditizi, allora l’industria, così come il mondo intero, non avrebbe bruciato negli ultimi dieci anni alcune centinaia di miliari di flusso di cassa libero.
Ecco da dove viene la forza russa. La Russia è uno dei produttori a più basso costo al mondo. Anche dopo aver pagato le sue tasse al governo, i suoi costi sono di gran lunga più bassi, vicino alla soglia di pareggio dei 20 dollari al barile, rispetto a chiunque nel mondo quando si tiene conto dei costi esterni.
Quando tu non devi dare nulla a nessuno nel mondo, sei libero di dire “No”.
Certo, i Sauditi producono ad un costo simile a quello russo, ma una volta che devono prevedere le loro esigenze di budget, i numeri non sono affatto simili perché hanno bisogno di una cifra più vicina agli 85 dollari al barile. Non possono dire alla loro gente “No”, dovete fare senza, perché la popolazione si ribellerebbe.
La Russia può sopravvivere, anzi prosperare, in questo regime di prezzi bassi perché:

  1. Il rublo oscilla per assorbire gli shock causati dal dollaro
  2. La maggior parte del suo petrolio ora viene venduto in valuta diversa dal dollaro (rublo, yuan, euro, ecc.) per ridurre l’esposizione ai deflussi di capitale
  3. Le più importanti industrie petrolifere hanno un ridotto debito in dollari
  4. Ha bassi costi di estrazione
  5. Il suo bilancio primario governativo pubblico fluttua con il prezzo del petrolio

Tutto questo si aggiunge alla Russia che tiene il manico del mercato mondiale del petrolio. La capacità di dire “No”. E la manterrà per gli anni a venire dato che la produzione americana implode. E perché loro possono – e lo fanno – produrre il barile di petrolio marginale.
Ecco perché i prezzi del petrolio sono precipitati fino al 10% nella chiusura di oggi, dopo la notizia che non avrebbero tagliato la produzione.

C’è una cascata in agguato in questo mercato. Negli Stati Uniti c’è molta esposizione bancaria e dei fondi pensione rispetto a ciò che ora risulta un debito da fracking a breve in sofferenza. Le liquidazioni cominceranno seriamente alla fine di quest’anno. Ma il mercato sta ostacolando ora.

Non posso enfatizzare troppo quanto questa mossa della Russia sia importante e di vasta portata. Se ora non fa un accordo, l’OPEC può andare in pezzi. Se fa un accordo, si arriverà ad un compromesso che assicuri minore pressione in altre sue aree di stress.
Gli effetti a catena del prezzo del greggio che precipita da 70 a 45 dollari in due mesi si sentiranno per mesi, se non per anni.

E non mi sorprende che finora la Russia sia stata paziente. Se non lo fosse stata, me ne sarei sorpreso.
Questa è stata l’opportunità per Putin di rifarsi finalmente su chi perseguita la Russia e per infliggergli una punizione reale per il comportamento senza scrupoli in posti come Iran, Iraq, Siria, Ucraina, Yemen, Venezuela e Afghanistan.
Ora è nella posizione per ottenere le più grandi concessioni dagli Stati Uniti e dalle nazioni dell’OPEC che stanno sostenendo le aggressioni americane contro gli alleati della Russia in Cina, Iran e Siria.
Abbiamo visto l’inizio di questo nei suoi rapporti con il presidente turco Erdogan a Mosca, con l’ottenimento di un accordo di cessate il fuoco che non era altro che una resa turca.
Erdogan aveva chiesta di essere salvato dalla sua stessa stupidità, e la Russia ha detto “No”.

La capacità di produrre il barile di petrolio marginale in un mondo in deflazione, pone la Russia al posto di guida per condurre il comportamento americano in politica estera nell’anno delle elezioni.  E si parla di intromissione nelle elezioni!

Il tallone d’Achille dell’impero americano è il debito. Il dollaro è stato l’arma più potente, ed è ancora il re. Ed è un’arma molto potente, ma solo se puntata contro gli alleati degli Stati Uniti, non contro la Russia.

I mercati si aggiusteranno e si calmeranno in pochi giorni. Il panico passerà, ma tornerà abbastanza presto in una forma più virulenta. Oggi assistiamo ad un replay del 2007-2008, ma questa volta la Russia è molto più preparata per reagire.
E quando succederà, sospetto che non saranno i Sauditi o i Turchi a correre dalla Russia per salvarli, ma gli Stati Uniti e l’Europa.
A quel punto, mi chiederò se Putin canalizzerà il suo Rorschach interiore.

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Articolo di Tom Luongo pubblicato su Information Clearing House il 7 marzo
Traduzione in italiano a cura di Elvia Politi per Saker Italia.

[I commenti in questo formato sono del traduttore]

 

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