La sincronia ama decisamente il gioco degli specchi. Sembrava che nella saga di Julian Assange si fosse aperto un nuovo capitolo, dato che lo scorso lunedì lui, in teoria, era sulla strada della libertà (condizionale), un solo giorno dopo il primo anniversario dell’inizio dei Ruggenti Anni Venti: l’assassinio del Maggior Generale Qassem Soleimani.

Il destino del giornalista che l’Impero cerca di eliminare si era proprio sovrapposto al destino del guerriero/diplomatico che l’Impero ha già eliminato.

Due giorni dopo Julian Assange è stato di fatto re-incarcerato, esattamente quando l’Impero subiva una “insurrezione” che, quando è istigata in quel lontano “Terzo Mondo”, viene salutata nello Stato dell’Eccezionalismo come “potere popolare”.

Dall’interno della Pretura no. 1 di Westminster, l’inestimabile Craig Murray ha scrupolosamente raccontato tutti i dettagli [in inglese] della follia di questo mercoledì.

Leggete l’articolo insieme alla sentenza assolutamente terrificante [in inglese] pronunciata nel caso del Governo degli Stati Uniti contro Julian Assange.

La questione determinante – per tutti coloro che fanno vero giornalismo in tutto il mondo – è che la sentenza afferma, in definitiva, che ogni giornalista può essere perseguito in base all’Espionage Act degli Stati Uniti [la legge sullo spionaggio]. A seguito di un emendamento del 1961, l’Espionage Act ha giurisdizione universale [in inglese].

Il grande John Pilger fa una memorabile descrizione del “giudice” Vanessa Baraitser, definendola “quella donna gotica”. Lei infatti è una oscura funzionaria pubblica, non una giurista. La sua sentenza è come se fosse stata scritta da un mediocre scribacchino principiante. O, meglio ancora, completamente copiata dall’accusa del Dipartimento di Giustizia americano.

Julian Assange è stato (all’ultimo minuto) scagionato per motivi teoricamente umanitari. Il caso doveva essere a tutti gli effetti chiuso. E invece no. Due giorni dopo, lui è stato rimandato a Belmarsh, una squallida prigione di massima sicurezza piena di Covid-19. Quindi il caso è in corso.

Kristinn Hrafnnson, il direttore di WikiLeaks, ha correttamente osservato che “è ingiusto, scorretto e illogico se si considera la decisione di due giorni fa basata sulla salute di Julian, e in larga misura motivata dal fatto che lui stia nella prigione di Belmarsh (…). Rimandarlo laggiù non ha alcun senso”.

Ce l’ha se si considera il vero ruolo della Baraitser, confusa nel destreggiarsi tra gli imperativi dell’agenda imperiale e la necessità di salvare la faccia della giustizia britannica.

La Baraitser è un semplice fantoccio che colpisce molto al di sopra delle sue possibilità. Il vero potere nel caso Assange è quello di Lady Emma Arbuthnot, estromessa da un ruolo di visibilità a causa dei legami diretti e molto compromettenti [in inglese] che hanno lei e suo marito, Lord Arbuthnot, con l’intelligence e l’esercito britannico, rivelati per la prima volta da (chi altri se non) WikiLeaks.

E’ stata la Arbuthnot che ha scelto l’oscura Baraitser, la quale segue diligentemente la sua tabella di marcia. Come ha descritto Murray in una serie di articoli infuocati, in tribunale la Baraitser maschera la sua incompetenza essenzialmente con un evidente senso di rivalsa.

La Baraitser ha scagionato Julian Assange perché, secondo il suo stesso ragionamento, lei non era certa che lo spaventoso gulag americano gli avrebbe impedito di suicidarsi.

Ma la questione chiave è che, prima di raggiungere questa conclusione, lei ha accettato e praticamente rafforzato ogni punto dell’accusa degli Stati Uniti.

Quindi, a questo punto, lunedì la “donna gotica” stava eseguendo un contorsionismo per salvare gli Stati Uniti dal grave imbarazzo mondiale di perseguire un giornalista ed editore, di fatto per aver rivelato i crimini di guerra imperiali, non i segreti del Governo degli Stati Uniti.

Due giorni dopo è diventato chiarissimo il quadro completo. Non c’era nulla di “umanitario” in quella sentenza. Il dissenso politico è stato equiparato alla malattia mentale. Julian Assange è stato etichettato come un pazzo criminale. Di nuovo, fare giornalismo è stato criminalizzato.

Tuttavia, ci sono ragioni per credere che un appello del Governo degli Stati Uniti possa fallire. Una Corte Suprema britannica sarebbe riluttante a ribaltare una sentenza in cui la Baraitser ha effettivamente esposto una constatazione di fatto, cioè la correlazione diretta tra lo stato del gulag americano e l’estremo rischio per la salute di Assange se fosse buttato dentro questo sistema.

Allo stato attuale, non era neanche importante che la difesa di Assange offrisse un pacchetto completo per ottenere la cauzione, dagli arresti domiciliari all’uso del braccialetto elettronico. L’opinione della Baraitser che la sicurezza di Stato britannica non sia in grado di impedire la “fuga” di Assange con addosso un braccialetto alla caviglia nel mezzo di un lockdown totale e in stile Stato di polizia, non si può neanche definire uno scherzo.

Julian Assange è quindi destinato a vivere una nuova, perversa e interminabile versione de “Il pozzo e il pendolo” di Poe.

La strategia legale del Governo americano prima che la Corte Suprema si riunisca ad aprile è fondamentalmente quella di cercare di provare che il gulag americano sia sufficientemente capace per impedire un suicidio, sebbene sembri che lo scopo finale di questa Inquisizione post-verità sia l’eliminazione di Julian Assange all’interno del sistema penale. Quell’obiettivo non ha bisogno di una prigione di massima sicurezza in Colorado. Ci penserà Belmarsh.

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Articolo di Pepe Escobar pubblicato su The Saker il 7 gennaio 2021
Traduzione in italiano a cura di Elvia Politi per Saker Italia.

[I commenti in questo formato sono del traduttore]


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