“L’Occidente sta vincendo” hanno proclamato i leader americani durante l’importante Conferenza annuale sulla Sicurezza che si è tenuta a Monaco lo scorso fine settimana.

Non tutti ne erano così sicuri.

C’era molta insicurezza, manifestata durante una conferenza pubblicizzata come “la riunione famigliare dell’Occidente”, allargata a 70 nazioni partecipanti, tra cui quelle definite “perdenti” da parte degli Stati Uniti.

Mike Pompeo, il rozzo segretario di stato di Trump, non ha fatto sentire nessuno particolarmente al sicuro, trattando il mondo come un enorme video game “che stiamo vincendo”. Grazie ai nostri “valori” – ha proclamato – l’Occidente sta vincendo contro gli altri giocatori, che Washington ha costretto nel suo gioco a somma zero: Russia e Cina, le cui presunte mire di “Impero” sono state vanificate.

La Conferenza sulla Sicurezza di Monaco (MSC) è un’assemblea privata che fu fondata nel 1963 da Ewald-Heinrich von Kleist-Schmenzin, un membro dell’aristocratica classe degli ufficiali della Wehrmacht che complottò per eliminare Hitler quando le loro proprietà in Germania dell’Est erano già state perse contro l’Armata Rossa (per diventare parte della Polonia). La conferenza è stata evidentemente concepita come mezzo per permettere ai tedeschi di avere parola nelle discussioni strategiche da cui sono stati esclusi dopo la sconfitta della Seconda Guerra Mondiale.

Putin alla Conferenza di Monaco del 2007

La conferenza di Monaco ha avuto il suo momento di gloria nel febbraio del 2007, quando il presidente russo Vladimir Putin ha scioccato il consesso dichiarando la sua opposizione ad un “mondo unipolare”, non solo perché “inaccettabile ma anche assurdo nel mondo attuale”. Putin dichiarò che l’espansione della NATO fino ai confini della Russia non ha nulla a che vedere con il garantire la sicurezza in Europa. Alla Russia, disse allora, “piacerebbe interagire con partner responsabili e indipendenti con cui si possa lavorare insieme nel costruire un equo e democratico ordine mondiale, che garantisca sicurezza e prosperità non solo per pochi scelti, ma a tutti”.

Questo discorso è stato percepito come una grande sfida, che ridefiniva la Russia capitalista come nuovo nemico dell’Occidente e dei suoi “valori”.

Che cos’è l’“Occidente”?

Il termine “Occidente” potrebbe significare un certo numero di cose. Gli organizzatori della conferenza lo definiscono in base ai “valori” che si suppone essere essenzialmente occidentali: democrazia, diritti umani, un’economia di mercato e “cooperazione internazionale nelle istituzioni internazionali”. Di fatto, ciò che si intende è un’interpretazione specifica di tutti quei “valori”, un’interpretazione basata sulla storia anglo-americana. E in effetti, in termini storici, questo specifico “Occidente” è essenzialmente l’erede e la prosecuzione dell’impero britannico, con Washington come fulcro dopo che Londra è stata obbligata ad abdicare dopo la Secondo Guerra Mondiale, pur mantenendo il suo ruolo di tutore imperiale e partner più stretto. Ciò implica l’egemonia mondiale della lingua inglese e delle idee inglesi di “liberalismo”, ed è “multiculturale” come lo sono sempre gli imperi. Mentre gli Stati Uniti sono il centro del potere, molti dei più appassionati sudditi di questo impero non sono americani bensì europei, a partire dal norvegese segretario generale della NATO. Il suo potere imperiale si esprime in basi militari in tutto il mondo che offrono “protezione” ai loro sudditi.

Per quanto riguarda la protezione, gli Stati Uniti stanno attualmente inviando 20.000 militari ad invadere di nuovo la Germania, mentre si dirigono verso delle esercitazioni militari senza precedenti che si svolgeranno il prossimo mese in dieci paesi fino ai confini della Russia. Circa 40.000 militari parteciperanno a questa esercitazione, in base al pretesto, completamente immaginario, della “minaccia russa” di invasione dei paesi limitrofi. Ciò delizia gli entusiasti vassalli di Washington in Polonia e negli stati baltici, ma sta facendo innervosire molte persone nella stessa Germania e in altri importanti paesi dell’Unione Europea, che si stanno chiedendo dove possa portare questa provocazione alla Russia. Ma difficilmente osano dirlo, in violazione della “solidarietà occidentale”. L’unica lamentela consentita è che gli Stati Uniti potrebbero non difenderci abbastanza, laddove il più grande pericolo deriva dal fatto di essere difesi troppo.

In apertura della conferenza di quest’anno, il presidente della Repubblica Federale di Germania Frank-Walter Steinmeier ha manifestato più apertamente del solito la frustrazione strategica della Germania.  Steinmeier ha accusato Washington, Pechino e Mosca di una “grande gara di forze” che porta a più sfiducia, più armamenti, più insicurezza e quindi “nella direzione di nuova corsa agli armamenti nucleari”. Non ha specificato chi ha dato il via a tutto questo.

L’enorme disgusto dell’establishment per Trump ha fornito ai leader dei paesi occupati dagli Stati Uniti la nuova opportunità per criticare Washington, o almeno la Casa Bianca. Steinmeier ha osato dire che “il nostro più stretto alleato, gli Stati Uniti d’America, nell’attuale amministrazione rifiuta l’idea di una comunità internazionale”. Ma in compenso ha accusato la Russia, attraverso l’annessione della Crimea, di “usare di nuovo la violenza militare e i violenti cambi di confine sul continente europeo come una strumento politico”: ha però dimenticato il violento distacco del Kosovo dalla Serbia fatto dalla NATO, e ha ignorato il referendum in cui una schiacciante maggioranza di abitanti della Crimea ha votato per tornare con la Russia, senza aver sparato un colpo.

Anche il presidente francese Emmanuel Macron ha manifestato frustrazione per la dipendenza europea da Washington. A lui piacerebbe che l’Unione Europea sviluppasse una sua propria politica di difesa militare e di sicurezza. Ha affermato che “Non possiamo essere il partner junior degli Stati Uniti”, sebbene questo sia sicuramente quello che l’Europa è. Anche se ha ribadito la solita linea della NATO riguardo alla minaccia russa, ha fatto notare che la politica delle minacce e delle sanzioni contro la Russia non ha ottenuto nulla, e ha richiesto “un dialogo più stretto” per risolvere i problemi. In questo stava sicuramente facendo eco al consenso dell’elite francese, che non vede assolutamente alcun interesse nella faida in corso ispirata dagli USA contro Mosca.

Macron aspira apertamente a costruire una difesa militare europea più indipendente. Il primo ostacolo sta nei Trattati europei, che legano la UE alla NATO. Con la Gran Bretagna fuori dall’Unione Europe, la Francia è la più grande potenza militare, e la sola che possiede armi nucleari. Ci sono dei segnali che alcuni leader tedeschi gradiscano assorbire l’arsenale nucleare francese nell’ambito una forza congiunta europea, che in Francia susciterebbe sicuramente una protesta “nazionalista”.

Giocare al giogo

Oltre a fornire protezione, l’Impero invita tutti a giocare al gioco del commercio internazionale, a patto che acconsentano a perdere.

Domenica a Monaco, sia Nancy Pelosi che il Segretario alla Difesa Mark Esper hanno attaccato la Cina per aver osato emergere come gigante commerciale e centro tecnologico. La Pelosi ha avvisato che “la Cina sta cercando di esportare la sua autocrazia digitale attraverso Huawei, il suo gigante delle telecomunicazioni”.

Huawei ha superato il gas naturale russo in termini di risorsa di esportazione maggiormente sanzionata da Washington, poiché è una nefasta interferenza negli affari interni da parte degli importatori.

Esper evoca la miniccia della Cina (foto della U.S. Army National Guard, autore Sgt. Michelle Gonzalez)

Esper ha fatto un lungo discorso, e ha condannato Pechino per “cattivo comportamento”, “attività malevola”, autoritarismo e, ovviamente, ha condannato Huawei. Il capo del Pentagono ha concluso la sua invettiva contro il rivale economico numero uno dell’America con un sermone moralizzatore sui “nostri valori, senso di onestà e cultura dell’opportunità”, che “libera il meglio dello spirito e dell’intelletto umano, e dell’innovazione”.

“Forse, ma solo forse, possiamo portarli sulla strada giusta” ha insinuato Esper con benevolenza. “Di nuovo, non fraintendetemi: noi non cerchiamo il conflitto con la Cina”.

In generale, Esper ha detto che “noi semplicemente chiediamo a Pechino ciò che chiediamo ad ogni nazione: giocare secondo le regole, rispettare le norme internazionali, rispettare i diritti e la sovranità altrui”.
(Poteva dire, ciò che chiediamo a ogni nazione, noi esclusi).

Il Dipartimento della Difesa, ha detto, sta facendo la sua parte: “focalizzato sulla dissuasione di comportamenti negativi, rassicurando i nostri amici e alleati, e difendendo le persone di tutto il mondo”. Vogliamo che la Cina “si comporti come una normale nazione” ma, ha detto Esper, se “non cambierà i suoi comportamenti”, allora noi dobbiamo “investire maggiormente nella nostra difesa comune, facendo difficili scelte economiche e commerciali, necessarie per dare priorità alla nostra sicurezza condivisa….pronti a dissuadere ogni minaccia, difendere ogni alleato e sconfiggere ogni nemico”.

In breve, il progresso economico cinese offre un’altra scusa al Pentagono per far aumentare il proprio budget e fare pressione sugli alleati europei affinché incrementino la loro spesa militare. Questo potrebbe piacere solo ai principali sponsor di questa conferenza, come Raytheon e Lockheed Martin (e probabilmente non dispiace a Goldman Sachs e a tutte le altre principali industri occidentali che sostengono questo appuntamento).

Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha risposto alla paternale di Esper con alcune personali lezioni per l’Occidente, riguardanti il “multilateralismo”.

“Non è multilateralismo se solo i paesi occidentali prosperano, mentre i paesi non-occidentali rimangono indietro per sempre. Non si potrebbe raggiungere il progresso comune dell’umanità” ha affermato Wang. “La modernizzazione della Cina è una necessità storica”. Voleva dire che la storia e la cultura cinese non potevano in passato copiare il modello occidentale o cercare l’egemonia come grande potenza.

Wang ha detto che l’Occidente dovrebbe rinunciare alla sua mentalità subconscia della supremazia della civilizzazione, abbandonare i suoi pregiudizi e l’ansia nei confronti della Cina, accettare e accogliere positivamente lo sviluppo e la rinascita di un Paese orientale con un sistema differente da quello occidentale.

A Monaco l’Occidente non è sembrato particolarmente pronto a seguire questo consiglio. E nemmeno quello del ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, che ha avuto la possibilità di rivolgersi pochi minuti a orecchie che non volevano ascoltare. Lavrov era rammaricato del fatto che “è stata ricreata la struttura della rivalità stile Guerra Fredda”, dato che la NATO continua ad avanzare verso est, portando delle esercitazioni militare di portata senza precedenti vicino ai confini russi e gonfiando i budget militari. Lavrov ha invitato l’Occidente a smettere di agitare lo spauracchio della Russia o di qualsiasi altra “minaccia” e a ricordare “che cosa ci unisce tutti” prima che sia troppo tardi.

Ma gli auto-nominati rappresentanti dell’“Occidente” non erano venuti per ascoltare questo. Erano molto più pronti ad ascoltare rispettosamente i rappresentanti di tali amichevoli compratori di armi come il Qatar e l’Arabia Saudita, la cui accettazione dei “valori occidentali” non è stata messa in discussione.

La “mancanza di Occidente”

Evidentemente è stato deciso chi appartiene all’ “Occidente” e chi lo sta minacciando: la Cina e la Russia. Come ha osservato Esper “la rapida ascesa della Cina ha portato a discutere molto sul primato degli Stati Uniti e dell’Occidente nel XXI secolo”. In effetti, il “Rapporto sulla Sicurezza di Monaco” pubblicato per la conferenza era dedicato al singolare tema della “mancanza di Occidente”, in cui si lamenta un nuovo “declino dell’Occidente” (facendo eco al famoso libro di Oswald Spengler Der Untergang des Abendlandes [Il tramonto dell’Occidente] di un secolo fa). Il mondo sta diventando meno occidentale, e anche peggio di come era l’Occidente stesso.

Questa denuncia ha due facce, una materiale e una ideologica. In termini materiali l’Occidente si sente sfidato dallo sviluppo economico e tecnologico di Paesi stranieri, specialmente la Cina. E’ da notare che le potenze occidentali, mentre hanno fortemente promosso delle economie basate sul commercio internazionale, sembrano essere incapaci di reagire alle conseguenze se non in termini di rivalità di potere e di conflitto ideologico. Fino a quando il dominio occidentale era assicurato, il commercio internazionale era celebrato come la base necessaria per un mondo pacifico. Ma nel momento in cui chi commercia non è occidentale e lo fa troppo bene, il suo export viene minacciosamente denunciato come strumento per esercitare influenza negativa sui clienti. Il primo esempio è stato il gas naturale russo, la tecnologia cinese è quello successivo. Entrambi sono condannati, specialmente dai portavoce americani, come mezzo sleale per rendere “dipendenti” gli altri Paesi.

Certamente, il commercio prevede proprio la dipendenza reciproca e, con essa, un certo grado di influenza politica. Sicuramente, lo schiacciante dominio americano dell’industria dell’intrattenimento (film, serie TV, musica pop) esercita una enorme influenza ideologica in gran parte del mondo. Anche l’influenza americana attraverso internet è notevole.

Ma annullare tale nefasta influenza richiederebbe precisamente un nazionalismo “chiuso in se stesso” che la Conferenza sulla Sicurezza di Monaco ha denunciato come distruttiva dei nostri valori occidentali.

Gli strateghi occidentali si vedono minacciati dalla troppa globalizzazione all’estero, in termini della crescita della Cina, e senza abbastanza entusiasmo per la globalizzazione a casa propria. Sta svanendo l’entusiasmo per le spedizioni militari per imporre dei “valori”, un aspetto essenziale dell’identità occidentale.

Il Rapporto ha condannato l’ascesa del nazionalismo “chiuso in se stesso” dell’Europa, che potrebbe essere chiamato patriottismo, dal momento che non ha alcuna delle tendenze aggressive associate al nazionalismo. Di fatto, alcuni di questi “nazionalisti” europei preferiscono in realtà meno interventi in Medio Orienti e vorrebbero promuovere relazioni pacifiche con la Russia.

Quando la presunta minaccia all’Occidente era il “comunismo senza Dio”, i valori occidentali erano relativamente conservatori. Oggi il liberale Occidente è minacciato dal conservatorismo, dalle persone che più o meno vogliono preservare il loro stile di vita tradizionale.

Infine, la Conferenza sulla Sicurezza di Monaco ha riconosciuto che “i difensori di un aperto e liberale Occidente… finora non sembrano capaci di trovare una risposta adeguata alla sfida illiberale-nazionalista…”. Parte della ragione “può essere trovata nella convinzione, rimasta a lungo quasi incrollabile, che tutti gli ostacoli alla liberalizzazione sono solo contrattempi minori, dato che il trionfo futuro del liberalismo era visto come inevitabile”. I politici hanno presentato la loro politica come senza alternativa. Di conseguenza, c’è una crescente “resistenza contro un sistema presumibilmente governato da esperti liberali e istituzioni internazionali, che agli occhi di alcuni equivale a un ‘nuovo autoritarismo’…”.

“Autoritarismo liberale” non è un ossimoro? Ma come lo si può definire quello che garantisce l’immunità alla polizia di Macron quando spara agli occhi dei Gilet Gialli, cittadini che protestano pacificamente contro una politica sociale grandemente impopolare, o quello che permette alla Gran Bretagna di tenere in cella Julian Assange, malgrado la denuncia di maltrattamento fatta da un inviato speciale per le torture delle Nazioni Unite? Quando gli Stati Uniti hanno un numero record di persone in prigione, tra cui Chelsea Manning, semplicemente per costringerla a testimoniare contro la sua volontà e senza una fine pena in vista?

Potrebbe venire il giorno in cui si accetti che il mondo è rotondo e che l’“Occidente” è solo un termine geografico relativo, dipende da dove ci si trova.

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Articolo di Diana Johnstone pubblicato su Consortium News il 19 febbraio
Traduzione in italiano a cura di Elvia Politi per
Saker Italia.

[I commenti in questo formato sono del traduttore]


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