Ogni volta (e ne abbiamo appena avuto dimostrazione) che qualcuno a Kiev crea problemi alla Russia, Internet si riempie di persone che chiedono a gran voce a Putin di andare lì e destituirli. Una sotto-variante è che Mosca, dopo il colpo di Stato di Maidan, avrebbe dovuto invade l’Ucraina, arrestare tutti i nazisti e rimettere Yanukovich al suo posto per terminare il suo mandato in base all’ormai dimenticato accordo stipulato dall’Unione Europea [in inglese].

Ma in realtà c’è una buona ragione se Mosca non ha invaso l’Ucraina o, precedentemente, la Georgia, e se non ha destituito Zelensky o Saakashvili, e se non usa la forza per affrontar le seccature. E quella ragione è molto semplice: non è che non era in grado di farlo (non c’erano ostacoli tra la dirigenza russa e Tblisi nel 2008 o con Kiev nel 2021) ma è, semplicemente, l’esperienza. Sia l’esperienza fatta da Mosca, sia l’analisi dell’esperienza fatta da altri.

Cominciamo dall’esperienza degli altri. La Royal Navy ha cominciato a passare al petrolio prima della Prima Guerra Mondiale, e questo passaggio ha reso di vitale importanza l’assicurarsi le fonti di combustibile per se stessa e, per estensione, per l’Inghilterra e per altre potenze navali. L’Iran (Persia) era una delle principali fonti, e dopo la guerra la Gran Bretagna ha stipulato un accordo piuttosto squilibrato, dando alla compagnia inglese dei diritti esagerati sulle risorse petrolifere iraniane. Da quel momento in poi l’Iran è stato pesantemente influenzato dalla Gran Bretagna, tanto da far crescere lo scontento degli Iraniani che si vedevano un po’ estromessi dall’accordo. Nel 1951 Mohammed Mosaddegh divenne Primo Ministro, e nazionalizzò la compagnia petrolifera. Qui dovremmo fare una pausa, le esperienze successive hanno dimostrato che tali nazionalizzazioni sono ben lontane dall’essere catastrofiche: il petrolio deve essere venduto a qualcuno, il prezzo non viene definito dal paese che lo vende e, alla fine, è di fatto una questione d’affari che può essere risolta con metodi d’affari. Il Canale di Suez funziona, e funziona anche il Canale di Panama, nonostante il controllo locale; le compagnie statali vendono il loro petrolio e la vita va avanti. Ma questo non era considerato accettabile (paura del comunismo, dell’Unione Sovietica che prendeva il controllo o solo per amor proprio) e, alla fine, è stato deciso di risolvere il problema sbarazzandosi di lui. Mossaddegh fu rovesciato con un colpo di Stato organizzato per anni da Londra e da Washington, ma compiuto per lo più dalla CIA. E così il problema è stato risolto. Ufficialmente negato per anni da Londra e da Washington, il coinvolgimento della CIA è stato confermato nel 2000 e da altri documenti diffusi nel 2017. Ma gli Iraniani hanno sempre saputo chi lo aveva fatto, il colpo di Stato ha contribuito molto alla loro antipatia verso gli Stati Uniti, ed è stata una grande motivazione per il rovesciamento dello Shah nel 1979. Oggi l’Iran è percepito da Washington come una “minaccia quotidiana[in inglese] e il suo vasto arsenale missilistico come una “minaccia significativa[in inglese]. Diversi decenni di strampalate macchinazioni neocon/eccezionaliste/PNAC [Progetto per il Nuovo Secolo Americano] contro la “minaccia iraniana” hanno reso l’Iran più forte, più influente e più determinato che mai. Adesso è un ostacolo significativo alle ambizioni americane per il controllo del MENA [Middle Est and North Africa, Medio Oriente e Nord Africa]. Quindi, col senno di poi, il rovesciamento di Mosaddegh non è stato dopo tutto un grande successo, e sessanta anni dopo il problema è lungi dall’essere “risolto”. Fare affari con Mosaddegh, alla lunga, sarebbe stata la migliore risposta, e oggi l’Iran sarebbe potuto anche essere ben disposto verso gli Stati Uniti e i suoi alleati, o almeno neutrale. Aver deposto Mosaddegh ha funzionato all’inizio, ma l’effetto non è stato duraturo.

Questa è stata la prima e conosciuta avventura in “destituzioni” dell’allora nuova CIA, sebbene Washington fosse molto pratica in merito (forse il primo colpo di Stato è stato quello che ha rovesciato la regina Liliuokalani delle Hawaii nel 1893, ma ce ne sono stati molti altri). Non ha neanche funzionato Diem in Vietnam, e la Guerra del Vietnam è peggiorata proprio fino a quando gli Stati Uniti si sono ritirati sconfitti. Per anni Washington ha agito con l’illusione che quella è solo una persona sulla loro strada, e che rimuovendola la strada sarebbe più liscia. Non è mai così, ma Washington non smette mai di provarci [in inglese]. Washington ha rovesciato molti governi in America Latina senza, a quanto pare, portare stabilità o amicizia più autentica della passeggera dipendenza dell’attuale beneficiario. Anche Newsweek ha pubblicato un articolo che concludeva [in inglese]: “Allo stato attuale, l’unica prova che abbiamo di una qualche interferenza con una qualche elezione o governo riguarda gli Stati Uniti, non la Russia. Ma non lasciate che i fatti interferiscano con una buona storia”. Il Washington Post ha calcolato settantadue tentativi durante la Guerra Fredda [in inglese]. Destituire qualcuno è molto più nello stile della diplomazia americana.

Il rancore per l’interferenza esterna non svanisce mai. E, come dimostra il caso dello Shah, ogni abuso commesso dal burattino viene attribuito al burattinaio. Gli Americani sono molto offesi dagli slogan e dalle bandiere bruciate del “Grande Satana” ma, di solito, non sono in grado di capirne il perché: gli Iraniani danno la colpa a Washington per tutte le cose negative successe tra il rovesciamento di Mosaddegh, la partenza dello Shah e le successive continue ostilità. E di esempi da citare ce ne sono, a partire dall’aver armato Saddam Hussein, la battaglia navale e l’aereo civile nel 1998, fino all’uccisione di Soleimani lo scorso anno. Dal punto di vista di Washington, sarebbe stato meglio lasciare al potere Mosaddegh. [tutti i link in inglese]

Un’altra disastrosa impresa della CIA è stato il sovvertimento dei governi sostenuti dai Sovietici in Afghanistan, soprattutto quello post-sovietico di Najibullah. Facendo questo, Washington ha creato proprio quegli elementi che, dopo un coinvolgimento che è durato più del doppio di quello sovietico, hanno rimandato a casa sconfitti loro e i loro alleati [in inglese]. Non c’è alcun dubbio che Washington sarebbe stata più felice con Najibullah a Kabul che con quello che ci sarà tra un anno.

Parlando di Afghanistan, passiamo ora al fallimento sperimentato direttamente da Mosca. Nel 1978 il partito comunista locale ha messo a segno un colpo di Stato a Kabul con un qualche indubbio sostegno da parte di Mosca. Ma il partito comunista afghano era profondamente spaccato, e il governo fu troppo precipitoso nella “comunistizzazione”. Crebbe il malcontento, e il partito comunista vacillò. Questo non poteva essere tollerato in base alla cosiddetta Dottrina di Brezhnev, e Mosca decise di porre fine al problema eliminandolo: invase l’Afghanistan, il leader del momento venne ucciso e rimpiazzato con Babrak Karmal della fazione rivale. Karmal attenuò la comunistizzazione, ma era troppo tardi: la rivolta si allargò, i Sovietici rimasero bloccati e alla fine lasciarono (come disse Gorbachev) la “piaga dolente” nel 1989.

Nel 1956 in Ungheria, Imre Nagy, un comunista di lunga data, parlò a favore di una riforma di “nuovo corso” dopo la condanna da parte di Khrushchev del “culto della personalità” di Stalin. Questo portò alla rivoluzione e all’invasione sovietica che ha deposto, e successivamente processato e giustiziato, Nagy. Nel 1968 in Cecoslovacchia un tentativo simile di “socialismo dal volto umano” sotto Alexander Dubchek è stato schiacciato in maniera simile da un’invasione e dalla deposizione di Dubchek. A lui è stata almeno risparmiata la vita, e di vedere la fine dell’Unione Sovietica.

Mosca quindi può ricordare tre casi in cui, durante la gestione precedente, ha proprio “eliminato il ragazzo”: Nagy, Dubchek e Hafizullah Amin. In nessun caso c’è stato un vantaggio, se non nel breve periodo. L’Ungheria e la Cecoslovacchia hanno abbandonato, appena gli è stato possibile, il Patto di Varsavia, l’Unione Sovietica e il comunismo, e il rancore li ha condotti nella NATO. La Guerra in Afghanistan ha arrancato fino a quando Mosca non ha ammesso la sconfitta e l’ha passata, come si suol dire, a Washington, in modo che potesse a sua volta essere sconfitta. (Parlando di schemi astuti che hanno effetti disastrosi per l’ideatore dello schema, possiamo dire che tutto è cominciato con Brzezinski [in inglese]).

Se Washington e Londra avessero lasciato in pace Mosaddegh, oggi sarebbero entrambe più felici e, con ogni probabilità, il prezzo del petrolio sarebbe stato lo stesso e la fornitura altrettanto assicurata. Certo, parliamo col senno di poi ma si presume che il senno di poi comporti la capacità di prevedere. Gli interventi senza fine di Washington in America Latina hanno portato solo vantaggi a breve termine e hanno lasciato un’eredità di odio che, un giorno, degenererà. Washington sarebbe stata più saggia se avesse lasciato l’Afghanistan come stava, proprio come avrebbe dovuto fare Mosca. Rovesciare Nagy e Dubchek ha portato un guadagno a breve termine, e ha posto le basi per problemi sul lungo termine, soprattutto perché Praga è diventata un Tabaqui che pensa di essere al sicuro tra le zampe di Shere Khan.

In sintesi, la lezione della storia è che, in quasi ogni caso, “eliminare qualcuno” dà un rapido picco di zuccheri dal punto di vista geopolitico, il cui prezzo si pagherà dopo. Mosca lo sa perché è abbastanza intelligente da imparare dai suoi fallimenti e da quelli di Washington. Non sottolineo mai abbastanza che Mosca una volta era una potenza eccezionalista: per sette decenni è stata la capitale della luce della storia che guida e indirizza perché era il “primo Stato socialista al mondo”, la portabandiera del “futuro luminoso dell’umanità”, la produttrice di un nuovo tipo di essere umano, e quell’eccezionalismo non ha portato né amici né prosperità. Lo stesso Putin l’ha definita “una strada verso un vicolo cieco”. Ma Washington sta ancora nella sua fase eccezionalista, e pensa che rifare la stessa cosa, questa volta avrà successo. [tutti i link in inglese]

E qualche volta non c’è neanche il rapido picco di zuccheri: i postumi da sbornia sono cominciati per tutti nel giro di poche settimane. Se Mosca fosse entrata a Tblisi e avesse lasciato andare Saakashvili, Shere Khan non sarebbe dovuto venire in difesa del Tabaqui né allora né in Ucraina [in inglese]: Mosca avrebbe quindi dovuto fare qualcosa per creare una Georgia più di suo gradimento. L’intervento russo forse avrebbe garantito la sopravvivenza di Yanukovich grazie all’accordo mediato dalla UE, ma è altamente probabile che l’elezione successiva avrebbe portato al potere i Maidanisti e la situazione sarebbe come quella di oggi, per quanto riguarda Mosca. E per quanto riguarda il rapido viaggio a Kiev, non c’è dubbio che Mosca avesse la forza militare per farlo. Ma poi? Come osservò Bismarck, si può fare qualsiasi cosa con le baionette, tranne sedercisi sopra.

E Mosca ha troppa esperienza dei giorni dell’URSS per tentare di sedersi sulle baionette, e può guardare i fallimenti di Washington.

In sintesi, Mosca sa che Washington non ha ancora imparato: non si tratta di una sola persona ma di un intero paese. E il picco di zuccheri non dura.

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Articolo di Patrick Armstrong pubblicato su Strategic Culture l’8 maggio 2021
Traduzione in italiano a cura di Elvia Politi per Saker Italia.

[I commenti in questo formato sono del traduttore]


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