Raùl Antonio Capote all’incontro di Roma presso l’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico

Nato a L’Avana nel 1961, Raùl Antonio Capote è un professore di storia, cultura e letteratura cubana, scrittore e editorialista. Di recente è stato nominato capo della redazione Internazionale del giornale Granma, l’organo ufficiale del Partito Comunista di Cuba.  Nel 2015 ha pubblicato il libro “Otro agente en La Habana”/”Enemigo”, dove racconta la sua esperienza di agente segreto infiltrato nella CIA dal 1990 al 2000.
Abbiamo incontrato Raùl Antonio Capote, autore del libro “La guerra che ci fanno – La storia mai raccontata della CIA e della dominazione statunitense sul resto del mondo” (edito da Red Star Press – Hellnation Books), invitato in questi giorni in molte città italiane per presentare il suo ultimo lavoro.
L’incontro, organizzato da Associazione Italia-Cuba (circolo di Roma) e Patria Socialista, si è svolto a Roma il 12 maggio presso l’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico.

Un’introduzione significativa all’autore e alla sua testimonianza può essere semplicemente quella di citare un passo tratto dalla sua ultima pubblicazione: “..Tramite la cultura si impone la volontà al nemico e si inculcano concezioni del mondo, valori e attitudini: “Alla lunga l’apparato politico non può difendere vittoriosamente in guerra, o imporre in pace, quello che la cultura nega”. Gli enormi e ben equipaggiati eserciti imperiali, possono contare oggi su poderose armi culturali. “Con operazioni di penetrazione, di indagine motivazionale, di propaganda e di educazione, gli apparati politici ed economici hanno assunto il compito di operare nel corpo vivente della cultura. L’operazione ha come strumento chirurgico un arsenale di simboli; come campo il pianeta, come preda la coscienza umana. I suoi cannoni sono i mezzi di comunicazione di massa, i proiettili le ideologie”.

S.I. Raùl, cosa o chi sono gli “eserciti imperiali” oggi e quali simboli stanno usando?

Gli “eserciti imperiali” sono gli eserciti delle grandi potenze capitaliste e dei loro alleati e mercenari, quei mercenari che molte volte, sempre di più, vengono creati o ingaggiati dalle grandi oligarchie transnazionali.
I simboli del mercato esercitano un potere narcotizzante e destabilizzante, i negozi si sono convertiti in spazi di incontro e socializzazione, le persone subiscono un vero bombardamento di immagini glamour, ci inculcano dal momento in cui nasciamo l’ossessione dei marchi.
D’altra parte invece si sono appropriati dei simboli della sinistra, dei simboli rivoluzionari, di parole come libertà, democrazia, lotta per i diritti sociali e civili, uguaglianza delle donne, lotta al razzismo, ecc. L’ultima goccia è stata ascoltare un candidato della destra, che non molto tempo fa, cantava insieme ai suoi seguaci “el pueblo unido jamàs serà vencido“.
Il controllo è in tutti gli ambiti, dal sistema educativo, ai grandi media, dall’industria culturale, alla società, dalle cose che ci piacciono e condividiamo, allo sport, la televisione, i film, Internet, la moda, ciò che mangiamo e beviamo.

S.I. Il caso del Venezuela ha drammaticamente richiamato l’attenzione del mondo sull’America Latina. Per ragioni storiche, ma anche per la storia politica (e geopolitica), è complesso avere una visione generale, e forse non distorta, di ciò che la stampa scrive su ciò che sta accadendo. Soprattutto se parliamo di pubblico europeo e, in particolare, italiano. Puoi dirci cosa sta succedendo ora in Venezuela, quali pensa che siano gli scenari politici e gli elementi cui dobbiamo prestare attenzione?

Il Venezuela è un esempio di resistenza, la sua capacità di continuare a resistere nonostante la terribile e costante aggressione degli Stati Uniti e dei suoi alleati, che hanno utilizzato tutte le strategie a loro disposizione. La resistenza e la vitalità della rivoluzione sono il risultato della profondità del sentimento radicato nel popolo. Il Venezuela è la dimostrazione che un’autentica rivoluzione è molto difficile da sconfiggere, puoi sconfiggere un governo ma mai un popolo.
Gli Stati Uniti hanno fallito strategia contro il Venezuela, Guaidò è stato uno strumento usa e getta che non ha adempiuto il suo ruolo, anche il piano per rimettere sulla scena Leopoldo Lòpez è fallito, cosa che aggrava ancora di più la situazione, si stanno esaurendo le alternative e il governo di Trump ha bisogno di una vittoria nell’arena internazionale a fronte delle nuove elezioni.

S.I. In uno dei suoi articoli sul Venezuela (“Venezuela frente a los creadores del caos”) parla di “terapia del caos” e “dottrina d’impatto”. In particolare, cito: “Un esercito di specialisti si è rapidamente materializzato per scoprire nuove e affascinanti parole della nostra coscienza post-traumatica:” colpo di civiltà “,” asse del male “,” fascismo islamico “,” sicurezza nazionale “. Con il mondo preoccupato e assorbito dalle nuove e soffocanti guerre culturali, l’amministrazione Bush ha fatto ciò che aveva solo sognato prima dell’11 settembre: lanciare guerre private all’estero e costruire un conglomerato di agenzie di sicurezza nel territorio degli Stati Uniti “.
Cosa sono le “guerre private all’estero” e come si stanno sviluppando? Sono fenomeni relativamente recenti o possiamo considerarli come l’evoluzione “globale” della Guerra Fredda?

No, non sono recenti, hanno sempre usato mercenari per le loro guerre sporche, quello che succede oggi è che, sempre più, le aziende private sono dedicate alla creazione di eserciti mercenari che rispondono ovviamente a chi li paga, queste forze non servono i governi, ma imprese, e anche se un governo come quello degli Stati Uniti ne fa utilizzo, come è accaduto con la guerra in Iraq o in Afghanistan, sono eserciti essenzialmente privati delle imprese multinazionali, le stesse che possiedono le maggiori ricchezze del mondo. A quale nazionale rispondono? Sono veri «stati», con le loro finanze, proprietà e soldati.

S.I. Non si erano mai viste due “battaglie” combattute attraverso la stampa e un gran numero di strumenti di comunicazione come l’arresto di Assange e il fenomeno Greta. Chiaramente sono due casi diversi, ma entrambi sono molto significativi e hanno un impatto “globale”. Chi pensa siano gli “autori”, manifesti o nascosti, che agiscono nella costruzione di casi con un forte impatto sull’opinione pubblica? Sono, chiamiamoli, “forze speciali” che agiscono per sostenere operazioni politiche e “guerre private all’estero” di cui abbiamo parlato prima?

Sì, si tratta di una guerra perfettamente organizzata, sono forze che si specializzano in operazioni psicologiche, o PSYOP allo scopo di pianificare e condurre operazioni per trasmettere al pubblico informazioni e indicatori selezionati per influenzare le loro emozioni, le loro motivazioni, il ragionamento obiettivo, e in ultima analisi il comportamento delle organizzazioni.

Capote con Marco Papacci, curatore dell’incontro

S.I. “La guerra che ci fanno, la storia mai raccontata della CIA e del dominio statunitense sul resto del mondo” è il libro che verrà presentato in questi giorni in Italia. Posticipando un’analisi più profonda alla lettura del suo libro, il titolo ed è una dichiarazione circa il ruolo della CIA, l’aggressione degli Stati Uniti e la portata della sua azione. Tenendo conto anche del periodo in cui è stato infiltrato nella CIA, puoi dirci il retroscena degli eventi storici/politici che sono il risultato di questa “guerra”? Che ruolo hanno giocato nella caduta dell’URSS? E che cosa nella sorprendente elezione di Zelensky come presidente dell’Ucraina?

Il fronte ideologico creato dalla CIA in Europa dopo il 1947 definì la guerra culturale come “Battaglia per la conquista delle menti umane”. La Seconda Guerra Mondiale e l’emergere del campo socialista, costrinsero il capitalismo a cambiare strategia per prevalere.
Lo stato borghese liberale costruì casematte difensive, nuove trincee ideologiche; ma non era abbastanza per prendere il potere, non sarebbero durati molto se non si fossero conquistate le stesse casematte che Antonio Gramsci aveva previsto negli anni ’20.
Dopo la seconda guerra mondiale, le élite al potere negli Stati Uniti stimarono che “la più grande potenza del mondo” richiedeva servizi segreti in linea con la sua futura influenza internazionale. Gli Stati Uniti, come correttamente previsto dai circoli del potere, sarebbero usciti dalla guerra come il grande potere egemonico del pianeta.

Per creare il necessario fronte ideologico atto a dominare il mondo, Allen W. Dulles, direttore della CIA tra il 1953 e il 1961, concepì la cultura come palcoscenico per una guerra psicologica a lungo termine all’interno del vecchio continente, completamente distrutto dopo la guerra, dirigendo quella che è stata chiamata come l’operazione “Okopera”.
Il primo compito della CIA fu di standardizzare e diffondere in tutta Europa la cultura e lo stile di vita nordamericano demolendo allo stesso tempo la simpatia per l’ideale socialista. Costruire un consenso sui vantaggi del “sogno americano” in Europa e sconfiggere il socialismo nel campo delle idee doveva essere la priorità dei servizi speciali statunitensi.
“Dobbiamo riuscire ad ottenere”, ha detto Angleton, “che la maggior parte dei giovani europei dell’est sognino le cucine americane, le auto, i grattacieli, i cibi in scatola, la musica pop, Mickey Mouse, le calze di nylon, le sigarette, le lavatrici, i supermarket, la Coca-Cola, le giacche di pelle e i cosmetici “.

Durante il culmine della Guerra Fredda, il governo degli Stati Uniti investì enormi risorse in un programma segreto di propaganda culturale nell’Europa occidentale. Una caratteristica fondamentale di questo programma era che non era nota la sua esistenza. È stato realizzato con grande segretezza dall’organizzazione di intelligence degli Stati Uniti, la CIA. L’apice di questa campagna segreta fu il Congresso per la Libertà Culturale, organizzato dall’agente della CIA Michael Josselson, tra il 1950 e il 1967. I cui risultati furono notevoli. ”
Il CLC ha uffici in trentacinque paesi, può contare con del personale assunto a tempo indeterminato, dirige un proprio servizio di informazione, organizza eventi internazionali e conferenze di alto livello cui hanno partecipato intellettuali di grande prestigio.

Nella battaglia simbolica tra I due sistemi che caratterizzarono gli anni ’60, ’70 e ’80, una visione idealizzata della vita culturale all’interno del capitalismo ha segnato l’immaginazione di molti, specialmente dei più giovani.
L’inerzia, l’immobilità, la mediocrità, l’ignoranza, la mancanza di informazione, il centralismo eccessivo e autoritario, la mancanza di creatività, la mancanza di comunicazione con le masse e soprattutto con i desideri delle nuove generazioni, pesavano sulle risposte culturali del socialismo dell’Europa orientale di fronte a queste sfide e finirono per preparare le condizioni per la sua sconfitta.

La profonda rivoluzione tecnologica della fine del XX secolo approfondì e complicò la sfida in un mondo che già sta affrontando, non solo la lotta tra due concezioni dell’esistenza, ma la sua stessa distruzione: l’estinzione dell’essere umano.
Oggi i continui progressi delle tecnologie dell’informazione e delle telecomunicazioni rendono le menti degli uomini il campo di battaglia finale, l’ultima posizione da conquistare.

Il potere del capitale oggi ha una grande esperienza, il dominio dell’industria culturale, dei media e dell’informazione e la sconfitta fisica e simbolica del socialismo dell’Est Europa, erroneamente definito Socialismo Reale, danno loro un grande vantaggio, ma quel potere ha un temibile nemico: il progetto socialista cubano, un progetto culturale convalidato da oltre sessanta anni di esistenza, e che ha anche, per sua stessa autenticità, la virtù di nutrirsi delle controculture che genera. La sua esemplificazione favorisce l’emergere di progetti simili e autonomi in altre parti del mondo.

*****

Intervista a cura di Elvia Politi per SakeriItalia.
Traduzione in italiano a cura di Claudia Proietti, curatrice del libro
Un ringraziamento particolare a Marco Papacci, segretario del Circolo di Roma e vicepresidente Ass.ne Naz.le di Amicizia Italia-Cuba

Condivisione: