Lo sviluppo del programma “Partenariato orientale” dell’UE è ostacolato da problemi tangibili presenti sul versante interno in ognuno dei paesi interessati: alto grado di corruzione, instabilità politica, problemi con la democratizzazione della società, giustizia selettiva, mancanza di riforme nel settore giudiziario, irrisolti conflitti interstatali. La mancanza di risultati nella lotta contro la corruzione rimane il principale ostacolo per gli investimenti occidentali nelle economie dei singoli paesi.

Tuttavia i rappresentanti dell’UE continuano a “stuzzicare” i paesi interessati tenendoli in sospeso (soprattutto in materia di liberalizzazione dei visti), in cambio della prosecuzione delle “riforme”. Riforme estranee alla mentalità della maggior parte delle repubbliche post-sovietiche, se non addirittura irrealizzabili.

Questa situazione è confermata dalla discussione sul programma “Partenariato orientale” dell’U.E., tenutasi l’11 – 12 luglio 2016 a Kiev. Nel corso della riunione il vice Ministro degli Esteri della Bielorussia, E. Кupchina, si è pronunciata per il rafforzamento della collaborazione sui livelli economici e di sviluppo sociale, mettendo “tra parentesi” le differenze e prestando inoltre particolare attenzione all’allacciamento di un dialogo tra l’Unione Doganale Eurasiatica e l’Unione Europea. In concreto, indicando la necessità di considerare nel programma anche gli interessi della Russia in materia di cooperazione.

Da parte  loro gli euro-commissari hanno invece cercato di rassicurare i paesi interessati, garantendo che il “Partenariato orientale” non dovrà affrontare difficoltà legate né alla crisi finanziaria, né alla crisi politica interna all’Unione Europea associate al Brexit.

In Europa l’opinione pubblica è orientata verso altre priorità, quali l’integrità dell’UE e la crisi migratoria, piuttosto che il processo di espansione ad est.

Gli esperti, commentando l’attuazione del programma “Partenariato orientale”, sottolineano, che il suo scopo, sostanzialmente, è quello di stabilire relazioni istituzionali (sul modello europeo) tra i paesi ex sovietici e l’Unione Europea vincoli che, tuttavia, non comportano l’assunzione di alcun tipo d’impegno specifico da parte di quest’ultima. Punto focale della questione è creare un “cordone sanitario”, o una “zona cuscinetto”, con valenza geopolitica ed economica che separi l’Europa dalla Russia, senza la contemporanea prospettiva di piena adesione all’UE.

Secondo i principali ideologi del “Partenariato orientale”, che si trovano in particolare in Polonia e in Svezia, nei paesi interessati, con il sostegno degli Stati Uniti, i processi politici hanno già raggiunto una dinamica favorevole. La nuova élite politica ed economica di questi paesi, con il supporto di una parte della popolazione (soprattutto i giovani) ambisce l’integrazione nell’UE, senza calcolare però le disastrose conseguenze socio-economiche di questo eventuale posizionamento.

Il caso dell’Ucraina ormai fa storia e rappresenta un esempio lampante: il desiderio di volgersi verso Ovest ha catalizzato un colpo di stato che ha portato all’attuale guerra civile, accompagnata da una dura repressione del nuovo governo contro gli avversari politici, spesso al di là dei previsti strumenti giuridici. Il futuro dell’Ucraina ormai non è più una semplice questione ucraina.

A differenza dei “giovani” paesi che da poco sono stati integrati nell’Unione Europea, i paesi della “vecchia Europa”, anche se in generale si muovono sulla scia delle posizioni anti-russe degli Stati Uniti, evidenziano un approccio alla questione molto più equilibrato. A loro avviso, il “partenariato orientale”, pur rimanendo un punto di riferimento per l’Unione Europea, rappresenta anche un punto di tensione nei rapporti con la Russia. È chiaro che la crisi ucraina li sta stremando per il forzato e lungo confronto con Mosca.

Bruxelles, ora, ha di fronte altri problemi ben più gravi: la crisi finanziaria, l’afflusso di rifugiati, la minaccia terroristica. L’attenzione e i timori principali dell’UE si stanno necessariamente spostando verso i suoi confini meridionali.

Questo nuovo scenario dovrebbe spingere Bruxelles a una maggior collaborazione con Mosca.

Certamente il ritiro dall’ordine del giorno di questioni connesse con l’attuazione del programma del Partenariato, contribuirà a ripristinare il dialogo con la Russia. Già ora i problemi territoriali dell’Ucraina, della Georgia e della Moldavia e la forte l’influenza russa su questi paesi spingono la Germania e la Francia ad agire senza dimenticare gli interessi di Mosca nello spazio post-sovietico.

Bruxelles ormai è in grado di riconoscere i limiti della riforma sul potenziale delle repubbliche post-sovietiche; tecnicamente gli è rimasto poco da offrire. Allo stesso tempo, richiedere ulteriori riforme senza dare poi una reale prospettiva, sul breve termine, di adesione all’UE, diventa controproducente anche per gli stessi paesi che puntano all’integrazione europea.

Il progetto “Partenariato orientale” si trova quindi in una situazione di stallo, destinata all’effettiva stagnazione, nonostante i maldestri tentativi dei burocrati europei di convincere la comunità internazionale della sua validità.

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Articolo di Iskander per Saker Italia