Lunedì scorso Donald Trump ha chiamato il presidente russo Vladimir Putin per discutere sul crollo dei prezzi del petrolio che sta creando scompiglio nell’industria americana di petrolio di scisto. I due leader hanno parlato brevemente della pandemia di coronavirus, e sono passati velocemente alla vera preoccupazione di Trump, che è la produzione del greggio.

Nell’ultimo mese l’Arabia Saudita ha inondato il mercato di petrolio greggio per costringere la Russia ad accettare i forti tagli alla produzione. Al suo attivo, Putin ha l’aver ostinatamente resistito alla coercizione saudita e l’aver mantenuto gli attuali livelli di produzione. Di conseguenza, i prezzi sono crollati al minimo degli ultimi 18 anni, cioè a 20,09 dollari al barile, che è molto al di sotto del livello di pareggio di cui hanno bisogno gli estrattori americani per sopravvivere. In meno di un mese, l’industria americana di scisto ad alta intensità di capitale è andata in ripida picchiata e ha fatto scattare l’allarme a Wall Street, dove gli analisti si aspettano che un’ondata di default metterà in KO le grandi banche di investimento. Ecco perché Trump ha deciso di chiamare Putin: voleva vedere se riusciva a convincere il presidente russo a tagliare la produzione.

Va notato che Putin è rimasto stoicamente in silenzio quando l’amministrazione Trump ha imposto le sanzioni economiche alla Russia per le sue presunte attività in Ucraina. Il presidente russo non si è neanche lamentato dell’ingerenza di Washington in Siria o dei tentativi di bloccare il gasdotto russo in Germania e Bulgaria (Nordstream e Southstream). Ma ora che la situazione si è capovolta, e sono stati colpiti gli interessi economici americani, Trump chiama tranquillamente Mosca per chiedere aiuto. Come ha detto un critico: “sembra che il team di Trump predichi bene e razzoli male”.

La telefonata non ha avuto quasi nessuna copertura sui media americani, cosa che ci si doveva aspettare dal momento che è impossibile imbastire un caso in cui un presidente americano sta chiaramente implorando un favore al “cattivo” Putin. L’agenzia di stato russa, la TASS, ha riassunto la telefonata in una concisa dichiarazione di tre frasi, che hanno escluso ogni utile contesto. Qui c’è un estratto:

I due leader hanno discusso anche sull’attuale stato del mercato mondiale del petrolio. E’ stato trovato un accordo sulle consultazioni russo-americane a tale riguardo, attraverso i capi dei dipartimenti energetici”. Il Cremlino aggiunge che “Vladimir Putin e Donald Trump hanno concordato di continuare ad avere contatti personali”. (TASS)

Notate come il resoconto della TASS si astenga dalle accuse e dalle recriminazioni infondate che tipicamente appaiono sui media occidentali. Data la valanga di disinformazione sulla “ingerenza russa” che ha dominato i titoli negli ultimi tre anni, si dovrebbe pensare che i giornalisti della TASS potrebbero essere più critici rispetto al gesto di Trump: dopo tutto, la sua telefonata suggerisce fortemente che Washington sia pronta a capitolare al suo “nemico mortale” affinché ottenga i tagli alla produzione che vuole. Sembra come se la TASS volesse dare un’opinione in merito, specialmente da quando i media mainstream hanno assunto un tale approccio ostile a tutto ciò che è russo. Apparentemente, non tutti utilizzano i media per spingere la propria, limitata agenda politica.

Alcuni lettori potrebbero ricordare come Trump criticò Putin nel 2018 a Helsinki per aver spinto al rialzo i prezzi del petrolio a 85 dollari al barile, cosa che a detta di Trump stava danneggiando la crescita degli Stati Uniti. Non sorprende che Trump si sbagliasse. La ragione per cui nel 2018 i prezzi sono saliti dipendeva dal fatto che l’amministrazione Trump applaudì le severe sanzioni economiche sia all’Iran che al Venezuela, che causarono una immediata diminuzione della produzione seguita da una netta crescita dei prezzi. Gli Stati Uniti sostennero anche l’attacco alla Libia, che contribuì ulteriormente all’impennata dei prezzi. Il punto della questione è che la Russia non era più responsabile dell’aumento dei prezzi nel 2018 di quanto lo sia oggi per il calo dei prezzi. Nel 2018 il problema erano le sanzioni americane che hanno strangolato l’offerta, mentre nel 2020 il problema sono i Sauditi. Sono loro che hanno aumentato la produzione, non la Russia. Ciò non significa che Putin non possa aiutare ad alleggerire la situazione, ma significa che i due leader dovranno esplicitare sinceramente le loro differenze e trovare un modo costruttivo per andare avanti. Ciò significa che ci deve essere un summit che, a questo punto, è stato strenuamente osteggiato dall’establishment americano di politica estera.

In ogni caso, è estremamente improbabile che Putin accetterà di ridurre la produzione di petrolio in cambio della revoca delle sanzioni economiche. Non è affatto ciò che vuole. Ciò che vuole Putin da Washington è un qualcosa di molto più ampio: vuole che gli Stati Uniti si uniscano di nuovo alla comunità delle nazioni in modo da gestire in maniera collaborativa i temi critici come la guerra, la pandemia, la proliferazione nucleare e la sicurezza globale. Vuole un partner affidabile che giochi secondo le regole, rispetti il diritto internazionale, fermi le sanguinose guerre per i cambi di regime, rispetti la sovranità delle altre nazioni e dia una mano nelle crisi mondiali.

Questo è ciò che vuole. Vuole un alleato che rispetti gli interessi degli altri, collabori sui temi di importanza reciproca e lavori per creare una economia globale più equa e florida.

Se Trump mostra la sua volontà di cambiare, allora Putin senza dubbio farà ogni sforzo per fornire un aiuto. Se però Trump continua con l’approccio in solitaria dell’America, non ci sarà accordo.

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Articolo di Mike Whitney pubblicato su The Unz Review il 30 marzo
Traduzione in italiano a cura di Elvia Politi per Saker Italia.


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