– intervista di Marco Bordoni –

C’è una persona a Donetsk che quando sibilano i proiettili o i missili grad non si nasconde nei rifugi, ma prende la macchina fotografica ed accorre sul posto, per documentare il massacro di un popolo. Si chiama Igor Ivanov, il testimone. Testimone della costruzione della sua città, e poi della sua distruzione. Se mai un giorno i responsabili delle stragi di Donetsk saranno a chiamati a rendere conto, Igor sarà chiamato dall’accusa a deporre per la sua città. Perché sta prestando il suo occhio alla propria comunità.  Nel frattempo le foto di Igor sono caricate sulla sua pagina facebook, accessibili a chiunque voglia guardarle e voglia capire. Sgomento, rabbia, disperazione: è l’onda di sentimenti che le immagini di Igor vi trasmetteranno. Dopo averle viste vi sarà impossibile rimanere indifferenti. Anche chi si occupa da mesi del sud est Ucraina e conosce bene le prove terribili a cui è stata sottoposta la popolazione rimane sopraffatto dal volume stesso della sofferenza e della distruzione che Igor ha scrupolosamente documentato, giorno dopo giorno, mese dopo mese. Abbiamo chiesto al testimone di raccontarci la sua storia. Una storia incredibile e normale, come tante storie della città assediata.

Igor Ivanov

Igor Ivanov

Chi è Igor Ivanov? Cosa facevi prima della guerra?

Non c’è molto da dire su di me. Tutto quello che c’era prima della guerra adesso è diventato assolutamente irrilevante. Ma se per voi è importante saperlo sono nato nell’Oblast di Donetsk. La mia famiglia vive a Donetsk, ho due figli. Ho una laurea tecnica. A un certo punto della mia vita ho preso a dedicarmi alla fotografia. Fare fotografie da un hobby di giovinezza é diventato poco a poco passione e poi lavoro. Un lavoro che mi occupa da 10, 15 anni… non ricordo neanche più di preciso. Fra le altre cose ritraevo per i depliant cittadini le realizzazioni edilizie di Donetsk le nuove strutture, i nuovi edifici che la abbellivano via via e che la rendevano unica.

Abbiamo visto l’album delle tue foto su facebook, sono davvero impressionanti. Le hai scattate tutte tu?

Sono un fotografo, tutte le foto che vedete sulla mia pagina sono fatte da me. Sulle immagini non c’è neanche un tocco di photoshop. Tutto è scaricato direttamente dalla macchina fotografica.

I tuoi servizi sono fatti sul posto, subito dopo la caduta dei missili e delle granate. In molte foto si vedono le fiamme che divampano, la gente ancora scossa e piangente per le case distrutte, i parenti morti, la vita sconvolta. Perché rischi la vita in questo modo?

Quando è incominciata la guerra ho considerato necessario mostrare alla gente quello che sta succedendo in città. Io non rischio la vita. Figurarsi se rischio la vita! I vigili del fuoco, gli equipaggi delle ambulanze e gli addetti del servizio di fornitura del gas che anche sotto i bombardamenti accorrono: ecco, loro rischiano veramente la vita!.

Come lavori? Come fai ad arrivare sul posto assieme ai soccorsi?

Vicino a me, quando arrivo sul luogo del bombardamento, c’è sempre un mio amico che fa i video di quello che succede. Si chiama Viktor, di Donetsk, prima della guerra faceva il tecnico informatico, ma a causa del conflitto ha perso il lavoro. Inizialmente andavamo io e Viktor a cercare le zone colpite. Non era difficile, stando in città, capire cosa succedeva, e dove. Poi, sul posto, ci siamo incrociati spesso con squadre di pompieri e di ambulanze che stavano facendo il loro dovere. E’ nato un rapporto di amicizia e adesso ci segnalano loro i “punti caldi”.

E poi, cosa fai con le foto?

Le foto vengono scaricate su internet per renderle accessibili al pubblico, perché più gente possibile le possa vedere e capire cosa sta succedendo qua. Anche la mia formazione tecnica è stata utile. Ho redatto alcune relazioni sulla direzione e sulla distanza da cui provenivano i colpi che cadevano sulla città, al fine di individuare i responsabili. Ho lavorato anche sul caso clamoroso del bombardamento del campo sportivo scolastico nel villaggio di Oktjabrsk, dove sono morti dei bambini. Dopo di che l’OCSE è stata costretta, anche se non esplicitamente, ad ammettere chi è stato il responsabile.

Le sue foto sono bellissime e molto professionali. Ha ricevuto qualche compenso per il suo lavoro? 

Non ho nessun guadagno da questa attività, anzi, l’unico mio guadagno è che mi sono distrutto tutta l’apparecchiatura fotografica, e visto che lo faccio come volontariato…

Com’è possibile che il mondo esterno sembri ignorare la vostra tragedia?

L’estate scorsa un’ampia raccolta delle mie foto di Donetsk è stata consegnata personalmente in mano di Angela Merkel in visita a Kiev. Una raccolta non meno grande è stata data a Poroshenko. Quindi loro sanno perfettamente quello che succede qui. Quando la Signora Merkel ha fatto visita a Kiev ha avuto un incontro con Poroshenko, a cui era presente anche il sindaco di Donetsk Lukyanchenko. E lui di persona ha dato le foto ad entrambi. Abbiamo avuto qui anche giornalisti da Francia, Austria, Tedeschi e Americani, ma visto l’effetto direi che hanno scritto l’opposto di quello che hanno visto.

Qual è attualmente la situazione a Donetsk? Come fate a vivere in una città circondata dalle truppe nemiche, continuamente bombardata?

C’è stata molta paura a luglio, questa estate, quando i bombardamenti si sono scatenati. Eravamo terrorizzati. Adesso, con il passare del tempo, ci siamo abituati. Non si può rimanere terrorizzati cinque mesi. Al momento stanno bombardando sia le periferie che il centro, ma le persone vanno a lavorare (se hanno un lavoro…), accompagnano i bambini a passeggiare, le donne partoriscono. Solo che a volte non lo fanno in ospedale, dal momento che i bombardamenti possono renderlo impossibile, e allora ci si arrangia in cantine con le candele al posto della luce.

In che senso non è possibile andare in ospedale?

A volte negli ospedali è più sicuro, ma questo non significa che i medici non facciano il loro dovere. Ad esempio mi viene in mente il caso dell’Ospedale 21 del sobborgo di Oktjabrskj. L’edificio è stato bombardato diverse volte, hanno colpito con i grad i muri e anche il tetto, ma nonostante tutto l’organico dell’ospedale è attivo ad oltre il 90% e l’ospedale lavora normalmente.

Che cosa vuole, secondo lei, per il proprio futuro, la popolazione di Donetsk?

A mio parere la nostra gente merita di avere almeno un certo grado di autodeterminazione. Non per odio dello stato ucraino. Il punto non è questo. All’ inizio, in primavera, abbiamo provato a seguire la strada del dialogo. Ma in seguito, come sapete, siamo stati costretti a difendere la nostra terra ad ogni costo. Quando dico che le aspirazioni alla autodeterminazione sono diffuse, non parlo solo a titolo personale, ma per la maggioranza della comunità. Questo è dimostrato anche dal risultato del referendum delle elezioni. La gente si è recata in massa alle urne, ci tenevano ad esprimere il loro pensiero. Ci tenevano a decidere per il proprio destino.

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l’immagine di copertina della pagina di Igor

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