Capita a tutti di lamentarsi della propria quotidianità: il lavoro che non c’è, e quando c’è è troppo faticoso e poco gratificante, i soldi che scarseggiano, il mutuo da pagare. Ci sembra tutto insopportabile. Ma per la gente del Donbass quella quotidianità che a noi pare poco interessante ed alle volte addirittura opprimente è divenuta un sogno irraggiungibile. Perché è arrivata la guerra, sono arrivate le bombe. Si sono trovati, nell’Europa del XXI secolo, a vivere una simulazione tragicamente realistica della seconda guerra mondiale. Ed hanno perso tutto.

Oggi vogliamo raccontarvi la storia di Julia, una giovane donna di Donetsk. La storia di una famiglia che affrontava, prima della guerra, i soliti problemi di tante famiglie con bambini in tutto il mondo: la necessità di comprare casa in cui fare vivere i figli (che oggi hanno 3 e 12 anni), di vestirli, di farli studiare, di far quadrare, nel frattempo, il bilancio famigliare. La speranza di vivere una vita serena. Come ogni persona in Europa, in Russia, negli Stati Uniti. La storia di Julia non è eccezionale. E’ una storia che potrebbe succedere a ciascuno di noi. Se domani la guerra entrasse in casa nostra.

La casa all’ottavo piano di Via Shipachova 2, nel quartiere Petrovskj di Donetsk, è stata comprata con l’aiuto di Lilja, la madre di Julia, che ha venduto una proprietà in campagna per trasferirsi a vivere con la famiglia della figlia. Il ricavato della vendita non è bastato, comunque, a coprire tutta la somma necessaria per acquistare un appartamento in città: la parte restante è stata pagata stipulando un mutuo che la famiglia ha estinto due anni orsono. Chiunque abbia un mutuo sul bilancio famigliare può immaginare lo stato d’animo di Julia e dei suoi: finalmente le mura dell’appartamento in cui vivevano erano loro! A questo punto non restava che ristrutturare l’immobile e arredarlo in maniera davvero confortevole. La famiglia sperava di riuscire a trovare in fretta i soldi necessari: infatti il marito di Julia, un ingegnere, poco dopo l’estinzione del mutuo aveva ricevuto una vantaggiosa offerta di lavoro fuori città. La famiglia decise quindi che valeva la pena di fare un sacrificio trasferendosi temporaneamente per potere acquisire una tranquillità economica definitiva. L’unica rimasta a Donetsk, nella casa di via Shipachova, ad aspettare il ritorno degli altri è stata la nonna, la signora Lilija. Ma le cose sono andate diversamente.

La casa di Via Shipachova oggi non esiste più. Le bombe, ci ha raccontato Julia, hanno iniziato a piovere sul quartiere Petrovskj a luglio: “Perchè? E’ un mistero! Nel quartiere non c’è mai stata ombra di presenza di militare dei miliziani. Si sono limitati a stabilire un piccolo posto di blocco, comunque lontano da casa nostra, presidiato da due uomini che stazionavano sulla via principale che conduce al quartiere per dissuadere le persone ad entrarvi senza motivo, visto il pericolo che si correva di restare vittime dei bombardamenti.”. La signora Lilija, la nonna, nella disgrazia ha avuto fortuna. In occasione di un bombardamento più violento degli altri, quando le granate hanno iniziato a colpire il cortile e le case circostanti, è riuscita ad infilare qualche effetto personale in una valigia e a rifugiarsi presso alcuni parenti che abitano in quartieri meno esposti ai bombardamenti. Dopo circa un mese, il 13 agosto, l’edificio è stato centrato ripetutamente dai colpi delle artiglierie. Julia non ha più rivisto la sua casa. Lilija l’ha visitata una sola volta: tanto è bastato per rendersi conto che non era possibile recuperare nulla, essendo l’appartamento totalmente distrutto. Julia ci ha illustrato alcune fotografie delle macerie: “Questa bicicletta contorta fra le macerie era di mio figlio grande. Vedete quella valigia che spunta fra le rovine? Contiene i vestiti di mio figlio maggiore che avevo messo via in attesa che il più piccolo crescesse per poterli usare a sua volta.”

Quali sono le speranze di una persona a cui la guerra ha distrutto l’unica certezza di una vita? Risponde di nuovo Julia: “La cosa più pesante di tutta questa situazione è che non riesco a vedere una possibile soluzione, un futuro, per noi. Attualmente siamo 5 persone senza una casa dove stare: l’unica certezza è che nessuno ci aiuterà. La popolazione vittima della guerra è stata abbandonata da tutti. Nessuno ha organizzato piani di evacuazione, nessuno ci ha offerto un rifugio. Pensi che nello stesso quartiere, nello stesso palazzo in cui cui abitavamo, un palazzo di cui l’ottavo piano è andato totalmente distrutto, vivono ancora delle famiglie. Mia madre, che ha 55 anni, non ha diritto di ricevere gli aiuti umanitari, che spettano solo alle persone più anziane. Ci è stato detto chiaramente che di ricostruzione non si parlerà almeno fino alla fine della guerra.”

Quali sentimenti si prova nei confronti di chi distrugge il frutto di una vita di lavoro? A volte noi, nella quotidianità che per gli abitanti del Donbass è un pallido ricordo, proviamo risentimento o addirittura odio per persone che, in fin dei conti, ci hanno arrecato poco o nessun danno. Ma Julia non è accecata dall’odio, anzi, parla con il cuore: “Qui a Donetsk parliamo russo, ma la cultura ucraina, in varie sue manifestazioni, mi piace. Mi piace la lingua, mi piacciano le canzoni popolari che mia madre intona spesso e bene. Ho comprato una camicia tradizionale ucraina, una vyshivanka, che amo molto e che prima della guerra indossavo spesso con i jeans [una foto di Julia in costume tradizionale apre il nostro articolo]. Quando siamo venuti via da Donetsk per il lavoro di mio marito l’ho messa subito in valigia. Mi ferisce molto che questi simboli di una cultura popolare, che in qualche modo è anche la nostra cultura, vengano usati per coprire disegni di aggressione che hanno tutt’altra finalità. Donetsk ama la cultura popolare ucraina, ma non accetteremo mai di pavesare la nostra città di simboli fascisti.”. Sentimenti ambivalenti. Potrebbero questi sentimenti costituire la premessa per una riconciliazione nazionale? Potrà mai tornare tutto come prima? Potrà la gente del Donbass perdonare e accettare di nuovo il governo dello stato ucraino? Julia ci risponde con una domanda:“Mio fratello è rimasto ucciso il giorno dell’indipendenza del paese, il 24 agosto. Non era un miliziano. E’ stato colpito da una bomba all’ ingresso di casa sua, a Mashzavod, nel quartiere Kirovskj. Ha lasciato una figlia di 12 anni. Potrà questa bambina, crescendo, perdonare gli assassini di suo padre? Non so rispondere.”. (Marco Bordoni)

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