Quando si parla di Davos, per miliardi di persone si applicano le regole di Groucho Marx. Davos è il circolo esclusivo, che ogni anno si riunisce nel lussuoso resort svizzero per discutere sui temi del business mondiale.
Groucho, ovviamente, è stato immortalato insieme al resto dei fratelli Marx nei film demenziali di Hollywood degli anni ’30, come Una notte all’Opera, Un giorno alle corse e Animal Crackers.
In una sua battuta fulminante diceva: “Ho mandato al club il seguente telegramma: ‘Vi prego accettare le mie dimissioni. Non voglio far parte di un club che accetta me come socio’”.
Bene, per cominciare nessuno di quei miliardi di persone supererebbe il buttafuori, perché il sedicente World Economic Forum è esclusione. Anche se, per qualche disegno divino, ricevessero dei pass di ingresso gratuiti, a cosa servirebbe?

Il mantra dell’austerity domina su ampie aree dell’Europa; gli Stati Uniti sono impantanati nel gorgo del baratro fiscale e i giapponesi stanno per scatenare uno tsunami economico, e cioè la svalutazione dello yen a tutti i costi.
Dall’altra parte, la crescita si applica a parti delle nazioni emergenti dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) e a membri selezionati dei cosiddetti Prossimi 11.

Sicuramente, Indonesia, Filippine, Turchia, Corea del Sud e Vietnam ricadono in questa categoria dei Prossimi 11, un’organizzazione simile ai BRICS.
Quindi, che senso ha spendere l’equivalente del PIL di un paese sub-sahariano per andare a fare trekking sulle Alpi a Davos, e partecipare ad un festival di chiacchiere, considerando che la partecipazione base più l’accesso alle sessioni private del summit costa ben 245.000 dollari?
Per fare un esempio, le piste di Jackson Hole, dove si tiene il simposio annuale della banca centrale nel Wyoming, sono decisamente più interessanti.
Al confronto, Davos è essenzialmente un luogo di doppia recessione: da un lato, abbiamo la terra “Cattiva per il lavoro” con milioni di occidentali nell’inferno della disoccupazione o vittime del blocco dei salari; all’altro, la terra “Buona per il capitale”, con aziende piene di soldi.
E tuttavia il risultato è, di nuovo, l’incertezza. Per dirla molto semplice, le aziende più “robuste” ora non stanno investendo. Perché? Perché non c’è domanda. Questo è il “pezzo” del mantra dell’austerity e non c’è alcuna evidenza che i boss degli affari, della finanza e dei governi presenti a Davos si occuperanno di questo dramma.
Dopo tutto, dagli anni ’90, il summit ha sempre trattato temi della globalizzazione spinta e delle sue principali ricadute, cioè l’assoluta commercializzazione di ogni cosa della vita.

 

 

E per arrivare alla radice della questione, gli amministratori delegati, i banchieri e i tecno-burocrati dovrebbero impegnarsi in una discussione approfondita sul liberalismo spinto.
Per farlo, avrebbero dovuto portare David Harvey, l’illustre professore di antropologia e di geografia dell’Università Graduate Center della città di New York, dove da più di 40 anni insegna “Il Capitale: critica della economia politica” di Karl Marx.
Dovrebbero considerare il sistema bancario globale. Dovrebbero inoltre buttare l’austerity nella pattumiera della storia e livellare il campo da gioco tra capitale e lavoro. Ovviamente, non succederà.

Anzi, il tema di Davos di quest’anno è il “Dinamismo resiliente”. Come definizione dell’attuali disgrazie del turbo-capitalismo, un bambino di una favela o della periferia di Rio potrebbe trovare qualcosa di più significante.
Del resto, a Davos c’è poca fantasia. La “resilienza” rimane un eufemismo per i mercati in continua espansione e per la sindrome da basso salario dei lavoratori. In poche parole, la globalizzazione guidata da gigantesche multinazionali.
Dovremmo scartare il termine “resilienza” poiché il nome del loro gioco è “disuguaglianza”. Davos, ovviamente, non fa “disuguaglianza”.

In uno studio pubblicato dall’Università di Berkeley, la ricchezza dell’1% che sta al vertice negli USA è aumentata dell’11,6% nel 2010, mentre per il rimanente 99% è aumentato solo dello 0.2%. Questo è ciò che sta al centro del neoliberalismo e del capitalismo spinto.

A Davos si dovrebbe discutere di come un segmento chiave dell’elite ha escogitato il crack provocato da Wall Street. E’ stato solo business “virtuale”, ma non è stato “virtuale” l’intervento che successivamente hanno dovuto fare i governi nazionali per pagare il conto e salvare le banche.

No, mi dispiace ma “dinamismo resiliente” non è adatto a Davos, ma è una buona definizione per la Cina. Mentre le elite europee e americane accrescono il loro capitale per contenere l’avanzata di Pechino in Africa e in Asia, l’interventismo cinese è del tipo commerciale. E’ meglio costruire strade che fare guerre.

Ma rimane la domanda a cui non vogliono rispondere a Davos: perché è più facile immaginare la distruzione totale del genere umano, attraverso una guerra nucleare o una catastrofe ambientale, piuttosto che cambiare il sistema delle relazioni creato dal capitalismo?

Restate sintonizzati.

*****

Articolo di Pepe Escobar pubblicato su TheSaker.is il 24 gennaio 2018

Traduzione in italiano a cura di Elvia Politi per SakerItalia.it

Condivisione: