Sono trascorsi quasi otto mesi da quando Vladimir Putin e Recep Erdogan concordarono sull’idea di una nuova infrastruttura che ampliasse le forniture di gas alla Turchia (ad oggi servita solo dal gasdotto Blue Stream) ma ad oggi Turkish Stream resta ancora un progetto sulla carta. La firma dell’accordo tra Russia e Turchia, che a inizio luglio sembrava imminente, tarda ad arrivare: è stato lo stesso ministro turco per l’Energia, Taner Yildiz, a confermare all’agenzia Anadolu che il recente vertice avuto con il suo omologo russo Aleksandr Novak non ha sortito i risulati attesi, nonostante Mosca ed Ankara avessero raggiunto a metà giugno un’intesa preliminare su un buon numero di punti. L’unica certezza al momento è che sia la Russia che la Turchia vogliono realizzare il progetto. Ciò che separa le parti è però il diverso significato che esse vogliono dargli.

Il tracciato di Turkish Stream

Il tracciato di Turkish Stream

Mosca guarda a Turkish Stream come l’erede naturale di South Stream, il gasdotto che avrebbe dovuto portare il gas dal Caucaso russo verso l’Europa meridionale, la cui costruzione è stata però bloccata dall’Ue a causa della incompatibilità con le norme previste dal Terzo Pacchetto Energia: Gazprom ha cambiato nome e percorso al progetto ma non la sua essenza, anzi l’ipotesi della realizzazione di un ramo in territorio greco conferma che i russi vogliono perpetuare ed ampiliare la loro egemonia energetica sull’Europa, a cui la stessa cerca di rispondere (ma solo in parte) affidandosi al gasdotto azero Trans Adriatic Pipeline (TAP), a sua volta successore del “defunto” gasdotto Nabucco.

Ma la costruzione di un ramo in Grecia vorrebbe dire che Mosca ipotizza per la Turchia un ruolo di nazione-transito e questo sulle rive del Bosforo non piace a nessuno, e al ministro Yildiz in primis. Ankara, grazie a Turkish Stream e al TANAP (il gasdotto Trans-Anatolico che si aggancerà al TAP in Grecia), punta a diventare un vero e proprio hub energetico per l’Europa balcanica e meridionale: per questo Yildiz reputa più vantaggiosa la creazione di un network di distribuzione congiunto con i russi, su cui Gazprom si sarebbe dapprima detta d’accordo, per poi cambiare idea.

Per il governo turco, Turkish Stream deve soddisfare gli interessi di entrambi i paesi coinvolti nel progetto: sarà forse per queste divergenze da risolvere che Ankara non ha ancora dato il via libera alla costruzione del gasdotto sul suo territorio, contribuendo a creare una situazione analoga a quella che – per via dei ritardi nel rilascio delle autorizzazioni da parte del governo bulgaro – a dicembre portò la Russia a cancellare South Stream. E a dispetto del pluricitato interesse reciproco alla realizzazione del progetto, per Gazprom iniziare i lavori di posa delle tubature nel Mar Nero senza avere semaforo verde dalla Turchia sarebbe a dir poco assurdo: per questo a metà luglio la compagnia energetica russa ha risolto il relativo contratto di appalto da 2,4 miliardi di dollari con l’italiana Saipem.

Le elezioni turche del 7 giugno 2015. Il partito di Erdogan non è riuscito a conseguire la maggioranza assoluta.

Le elezioni turche del 7 giugno 2015. Il partito di Erdogan non è riuscito a conseguire la maggioranza assoluta.

Ad aggiungere incognita su incognita ci si sono messe poi le recenti elezioni politiche in Turchia, nelle quali l’AKP del presidente Erdogan ha perso la maggioranza assoluta in parlamento, e ora è costretto a tentare la via di un governo di coalizione, che potrebbe avere vita breve e riportare in autunno il Paese alle urne. Questa situazione di instabilità ha messo sul chi va là molti investitori esteri, compresa Gazprom, che non a caso ha temporaneamente sospeso gli studi di fattibilità per un aumento della portata di Turkish Stream a 63 miliardi di metri cubi di gas annui. Una decisione che potrebbe significare un declassamento di Turkish Stream nella lista delle priorità del gigante energetico russo, interpretabile anche come un aut aut di Mosca ad Ankara: o ci create meno difficoltà, o andiamo a investire altrove. Su Nord Stream ad esempio, il gasdotto che dal Baltico trasporta l’oro blu russo direttamente in Germania.

È comunque improbabile che la Russia, dopo South Stream, decida di rinunciare anche a Turkish Stream, anche perché così si ritroverebbe sempre a dover far transitare il proprio gas per l’Ucraina, e di questi tempi non è un fatto secondario. D’altro canto, è difficile pensare che, assieme a Turkish Stream, Ankara possa lasciarsi scappare anche l’enorme ritorno in termini geopolitici, impensabile solo pochi anni fa, che il transito del gasdotto sul suo territorio comporterebbe.

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Articolo di Alessandro Ronga, comparso su Ostpolitik il 25 luglio 2015