In realtà, la globalizzazione è un altro nome con il quale si esercita il ruolo dominante degli Stati Uniti.
(Henry Kissinger)

Spendere è molto più americano di pensare.
(Andy Warhol)

L’America non sarà mai distrutta dall’esterno. Se vacilleremo e perderemo le nostre libertà, sarà perché noi abbiamo distrutto noi stessi.
(Abraham Lincoln)

Dopo avere brevemente trattato, nel precedente intervento per questa testata, la situazione economica europea, ed in particolare, il mercato dei titoli di Stato, è tempo di attraversare l’oceano per verificare lo stato di salute del cuore dell’Impero. Lo scenario che ci si presenta è molto diverso.

Rendimenti Titoli di Stato USA

Partiamo dai titoli di Stato. Già a prima vista notiamo che i problemi riscontrati sulle obbligazioni europee negli Stati Uniti non si presentano. I titoli di Stato americani offrono rendimenti cospicui fin dalle scadenze più brevi. Parcheggiare per un anno la liquidità sui Treasuries porta in dote all’investitore un interesse del 2,55% annuo. Tasso che sui 10 anni sale al 2,63%.  Di questi tempi praticamente un piccolo tesoro. Come è possibile tutto ciò?

Se ricordate quanto spiegato nello scorso intervento, esaminando il grafico sopra riportato dovreste notare un’anomalia. Avevamo detto che, nel mercato delle obbligazioni, in condizioni normali viene pagato agli investitori anche il tempo. Le scadenze più lunghe portano quindi in dote rendimenti più cospicui di quelle a breve. Nel mercato americano questo non avviene: la curva dei rendimenti è virtualmente piatta. Tra 2 anni e 10 anni non esiste differenza apprezzabile. In questo caso, a differenza che in quello europeo, non possiamo dare la colpa ai rendimenti miseri che schiacciano tutto perché, come visto, i rendimenti miseri non lo sono. Ne’ possiamo pensare che gli Stati Uniti siano in una situazione di pre default.

Perché allora questa anomalia? Storicamente un comportamento del genere ha un solo chiaro significato. Gli operatori si attendono una recessione a breve, e pertanto preferiscono avere in mano titoli a lungo periodo (che riconosceranno cedole cospicue durante il periodo di tempesta) piuttosto che titoli a breve, da rinnovare fra un anno o due quando, ove si avverassero le previsioni pessimistiche, i rendimenti pagati sarebbero decisamente inferiori (rifugiandosi tutti, in simili periodi, sul reddito fisso).

Annotata questa importante informazione riprendiamo il discorso. I titoli di Stato USA hanno rendimenti che, guardati dalla asfittica riva europea, ricordano il paese dei Bengodi. Sicuramente parte della spiegazione sta nella diversa politica monetaria delle due Banche Centrali. La FED è intervenuta inondando di liquidità il mercato ben prima della BCE, e pertanto ha avuto il tempo di chiudere prima i programmi di quantitative easing e addirittura di ricominciare ad alzare i tassi arrivando a un intervallo fra il 2,25 e il 2,5% con l’ultimo aumento del Dicembre 2018. Il contesto è quello di un’economia con disoccupati al minimo, discreta crescita, attese di inflazione in salita e previsione di ulteriori aumenti dei tassi. A differenza dei titoli europei (che, come visto, languono anche quando l’economia si riscalda)  quelli americani si comportano da manuale, offrendo ricche cedole nel momento più alto del ciclo.

Ma sarebbe un errore fermarsi qui. Anche senza considerare quell’appiattimento tra tassi a breve e tassi a medio lungo che ci preannuncia una recessione in arrivo, lo scenario americano stona nel panorama finanziario mondiale. Abbiamo detto che uno dei problemi è che l’eccesso di liquidità sta abbattendo i rendimenti obbligazionari in tutto il mondo, che per avere il 3% annuo  sui titoli di un paese disastrato come la Grecia dobbiamo vincolarli per 5 anni e ora ci troviamo questo ben di dio di titoli americani anche a brevissimo che ci pagano generosamente il 2,5% annuo. Perché gli investitori non vi si gettano a capofitto facendo alzare i prezzi e quindi abbassare i rendimenti? Dopotutto parliamo degli USA, la più grande potenza mondiale, la prima economia del globo, la terra delle opportunità. Non esiste al mondo investimento più sicuro.  Oppure no?

Net International Investment Position (NIIP) USA – 2008 – 2018

 

Net International Investment Position (NIIP) USA – 1976 – 2015

 

Bilancia dei pagamenti USA

Lo avevamo già anticipato in un articolo precedente. Gli USA hanno una posizione sull’estero tremenda. La NIIP in particolare (cioè la differenza tra gli asset posseduti dagli USA all’estero e quella posseduta da stranieri negli USA) è orripilante. E lo è da 40 anni. Da quando Nixon staccò la spina al sistema di Bretton Woods e alla versione dollar del gold standard (il dollaro in quel modello era rimasta l’unica valuta a garantire la convertibilità in oro, ultima vestigia del gold standard precedente).

Partita da un surplus del 10% sul PIL a fine anni ‘70 la bilancia commerciale USA ora ha raggiunto un deficit del 50%. Dato il peso economico della nazione a stelle e strisce questo significa una posizione negativa sull’estero per circa 10 mila miliardi di dollari. Cifre difficili anche solo da raffigurarsi mentalmente, e che certo non lasciano sereni.

La base di questo “disastro” sta nella bilancia dei pagamenti (export di beni e servizi più cedole e profitti sugli investimenti degli USA all’estero meno import e rendita finanziaria estera negli USA). In poche parole (come avevamo già anticipato) gli USA importano un sacco di beni, ne esportano decisamente meno e servizi e rendita finanziaria non riescono a compensare la differenza. Certo, a differenza della NIIP in crollo perpetuo, qui il peggio  è stato toccato nel 2006, prima della precedente crisi. Ma sempre di deficit, e pure cospicuo, parliamo. Se si era arrivati a una posizione negativa annua per il 6% del PIL oggi viaggiamo verso il 4%. Il problema è che il 4% anno per anno si accumula e la posizione tra asset e passivi (la NIIP appunto) continua a peggiorare.

Fin qui i dati, sui quali necessariamente tutti devono essere d’accordo. Meno unanime, ovviamente, la loro interpretazione, su cui studiosi ed operatori si dividono. I sostenitori di una prima opinione, quella dell’eccezionalismo americano, ritengono che questi numeri, inquietanti per qualsiasi tipo di nazione, soprattutto se così prolungati nel tempo, non sarebbero un problema per la nazione del dollaro. L’argomentazione è relativamente semplice: quel deficit è ciò che sostiene il sistema globale facendo degli Stati Uniti i compratori di ultima istanza della produzione dell’intero globo. Questo è reso possibile dal fatto che i mercati finanziari hanno come valuta di riferimento il dollaro. Nessun’altra valuta, ad oggi, ha la forza, sia economica che politica militare, per scalzare il predominio finanziario del dollaro. Non l’euro, non il renminbi, non lo yen, né nessuna combinazione di queste. E questo è sicuramente un punto a favore della tesi “eccezionalista”. D’altronde, non fosse così, il gioco si sarebbe interrotto ben prima.

Net International Investment Position (NIIP) Cumulativa

 

Composizione delle attività e passività USA ne. 2016 in miliardi di $

A questo punto perdonateci un peccato, veniale, di tecnicismo. Osservando la composizione di attivi e passivi della NIIP USA emerge un’anomalia che sembrerebbe dare ragione ai fautori del “nessun problema in vista”. Investimenti diretti, azionari e “altro” sono all’incirca  pari. Dove si accumula la differenza è nel mercato obbligazionario, ragionevolmente a minor rendimento di azioni e investimenti diretti. In parole povere: il grosso della differenza sta nel fatto che gli stranieri comprano molto più debito USA (titoli di Stato soprattutto, ma anche parzialmente debito societario) di quanto gli Americani comprino debito estero. In realtà ci sarebbe bisogno che questi acquisti fossero anche più elevati, visto che siamo partiti nella nostra analisi dal domandarci perché, in un regime eccezionale di rendimenti asfittici, gli Stati Uniti facciano eccezione. Ma comunque il divario c’è e si accumula soprattutto sul lato finanziario. Come argomentano gli “eccezionalisti”? Che quella differenza quantitativa, che fa sprofondare la NIIP, se rapportata al reddito tratto da quegli investimenti, non è così importante.

Bilancia dei Pagamenti USA

In effetti gli “eccezionalisti” hanno ragione. Pur in presenza di una posizione brutalmente negativa (miracolo dei miracoli…) sugli investimenti incassano più di quanto pagano (la parte verdina della barra del grafico). Incredibile vero?  Con una posizione finanziaria che in qualsiasi altro paese sarebbe compromessa, gli Stati Uniti pagano degli interessi sul debito altini (in un contesto di corsa al ribasso dei rendimenti) eppure vincono. Perché? Perché ragionevolmente, trucchi contabili a parte, gli investimenti esteri diretti e quelli in azioni hanno un rendimento molto ma molto più attraente di quanto gli stranieri ricevano per essere creditori del debito USA.

D’altronde anche la differenza tra NIIP e il deficit delle partite correnti accumulato negli anni ci dice la stessa cosa. Dovrebbero già essere sotto il 60% in rapporto al PIL come deficit cumulato sull’estero, e invece arrivano “solo” al 50%. Anche come valorizzazione dei capitali (che è quello che misura la NIIP, mentre la bilancia dei pagamenti misura finanziariamente la parte dei redditi che da quei capitali derivano o gli interessi e i profitti che escono dal paese).

Infine, e questo è, per così dire, l’“arma finale” che gli “eccezionalisti” spianano per colpire a morte l’incauto avversario, quel debito è comunque denominato in dollari. Basterebbe attuare una politica più espansiva e il problema, se anche ci fosse, si risolverebbe da solo. Svalutando il dollaro gli USA esporterebbero di più ma soprattutto rivaluterebbero i loro asset esteri (che sono in altre valute) a fronte di passivi che rimangono uguali. Lasciando il cerino in mano ai creditori. E chapeau, shah mat, il re (o l’aspirante imperatore antagonista cinese, europeo, giapponese) è bloccato e costretto in eterno, come una immutabile legge della fisica, a finanziare il deficit spending USA.

Tronfi sono tronfi questi “eccezionalisti”ma non si può dire non abbiano argomenti. Ci hanno colpito a morte senza nemmeno ricordarci la rete delle basi militari USA, il loro essere la “cultura pop” per eccellenza in grado di produrre soft power unico, la rete di social network che dalla politica al divertimento puro ci avvolge in ogni istante. Bastone, carota, pure la giustificazione per il bastone e la glamourizzazione della carota sono un quasi monopolio a stelle e strisce.

Eppure a noi continua a non tornare qualcosa:

Composizione del deficit estero USA, per paese.

Se Giappone, Germania e Messico, che totalizzano un surplus di circa 193 miliardi di dollari annui nei confronti degli USA possono non essere un problema in quanto, di fatto, vassalli della Washington imperiale,  la Cina è un altro paio di maniche. Da sola ne totalizza più di 300. E se, nel complesso, la sua bilancia dei pagamenti sta andando verso la parità, il surplus sugli USA continua a rimanere gigantesco. E la Cina non è certo un paese che possa essere aggredito militarmente. Nè coartato politicamente. Nè comprato tramite le perline del soft power americano (hanno anche i loro social network). E questo è effettivamente un problema. Possono incatenarli in estenuanti negoziati, farli parzialmente capitolare (d’altronde i cinesi sono pieni di titoli di Stato USA, per cui non sono possibili ricatti unilaterali: è come se entrambi si puntassero una pistola alla tempia reciprocamente) ma non possono schiacciarli. Se le cose non stessero così, non si spiegherebbe la foga con cui Trump stia cercando di rinegoziare qualche forma di accordo per ridurre (non eliminare) il massiccio deficit USA con il celeste (o rosso) impero, rischiando, a ogni scossone, di mandare a monte la crescita di Wall Street che teme, più di ogni cosa al mondo, una nuova ondata di protezionismo, barriere doganali, controllo di capitali. Più ancora di qualsiasi forma di lotta sociale che hanno (purtroppo) dimostrato di sapere addormentare, addomesticare, incanalare, in modo egregio (almeno per il momento, almeno parzialmente).

Ed è qui che la iattanza degli “eccezionalisti” si spegne: questo dissidio è insolubile. Le loro argomentazioni sono tutte formalmente corrette. Ma rappresentano un quadro statico in un mondo che sta cambiando. Alla fin fine, anche se non parliamo di lotta di classe, conta il possesso dei mezzi di produzione. E i Cinesi producono ben più di quanto producano gli Americani. La base industriale USA è parecchio malconcia o addirittura comatosa (si veda, a titolo esemplificativo, il caso General Electric) mentre quella cinese non solo è viva e vegeta ma si sta espandendo in settori a sempre più alto potenziale e sensibili anche per ragioni politiche (tutta la questioni reti, telefonia, Huawei). Il make up Facebook, Apple, Google, Amazon, Netflix è sicuro glamour, importante economicamente e dotato di indiscutibile unicità. Ma si appoggia sulle sabbie mobili. Perchè di fatto, qualunque argomentazione gli eccezionalisti possano portare, è un’argomentazione finanziaria. Ma la finanza, di per sè, non si mangia. L’industria nemmeno (a meno di volere passare spiacevoli giornate dal dentista) ma è sicuramente più tangibile. E se guardiamo la realtà dei fatti, quella che si trova sul lato industriale e sui rapporti di forza concreti, osserviamo che la Cina ha diversi fattori al suo attivo: non solo è la fabbrica del mondo ed ha la guida politica della sua produzione, ma è ben difesa militarmente, culturalmente e produttivamente. Tenuto conto di tutto questo Pechino è il candidato ideale al dominio di una eventuale seconda fase del processo di globalizzazione. Di fronte a questi fatti, tutte le argomentazioni finanziarie rischiano di svanire. Il re è il re in finanza finché qualcuno continua a considerarlo re. Ma se si scoprisse che è più nudo di quanto si creda, visto che sulle merci lo stradominio cinese non è attaccabile, il castello si rivelerebbe ben più fragile di quanto pensato.

Non sarà un processo che si svolgerà in pochi anni. Ma da questa insolubile dialettica e dal disperato tentativo degli USA di rimediarvi senza azzoppare la crescita mondiale e, con essa, sé stessi (in primis la loro iper classe di capitalisti globali che dalla globalizzazione ha tratto enormi ricchezze) nascerà probabilmente, a nostro avviso, la prossima crisi finanziaria. Perché si tratta di una contraddizione strutturale e non risolvibile. E il cambio graduale di paradigma avverrà probabilmente con scosse telluriche, come è sempre stato nella storia.

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Articolo di Amos Pozzi per Saker Italia 

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