È stato il trionfalismo a seguire l’elezione del presidente degli stati uniti Donald Trump, soprattutto fra quelli che si sono opposti alla politica estera statunitense del presidente Barack Obama. In particolare, la speranza si era riaccesa per un passo indietro dai tanti, provocatori conflitti dal medio oriente all’Asia orientale che l’America stava coltivando.

Tuttavia, il trionfalismo e la speranza si sono infrante, ora che la nuova amministrazione statunitense si sta chiaramente muovendo con fermezza per proseguire questi confronti, ma anche per una loro espansione.

Gli studenti di storia, soprattutto quelli che seguono gli eventi nell’Asia Pacifica, saranno difficilmente sorpresi dalla prospettiva degli Stati Uniti che portano avanti il confronto con la Cina per il controllo sulla regione.

Una veloce lezione di storia sull’imperialismo statunitense in Asia

Gli Stati Uniti avevano occupato le Filippine, dichiarandolo territorio americano dal 1898 al 1946, e sono stati coinvolti anche nell’occupazione militare e in svariati conflitti armati in Cina con le forze cinesi, inclusi la Seconda Guerra dell’Oppio e la Rivolta dei Boxer. Tali conflitti hanno visto visto i combattenti cinesi cercare di rimuovere con la forza l’influenza straniera, inclusi i presunti missionari cristiani usati per imporre in Cina il controllo sociopolitico americano ed europeo.

L’annessione di Taiwan in questo periodo di evidente colonizzazione americana dell’Asia pacifica, veniva intesa anche come un’annessione analoga a quella inglese di Hong Kong.

Nel libro di Thomas Cox del 1973 “Avvisaglie di cambiamento: i commercianti americani e lo schema di annessione di Formosa [Taiwan]” [“Harbingers of Change: American Merchants and the Formosa [Taiwan] Annexation Scheme” In inglese] pubblicato dall’Università della California, Cox ha scritto:

Da quando è sembrato inverosimile che Taiwan avrebbe fatto parte ancora a lungo dell’impero cinese e c’era ampia giustificazione per un’azione degli Stati Uniti, [il commissario statunitense in Cina, Peter] Parker ha argomentato che gli Stati Uniti dovrebbero muoversi velocemente. “Credo che Formosa e il mondo starebbero meglio rientrando nell’ambito di un potere civilizzato”, ha scritto.

Da notare che l’appoggio di Parker all’annessione statunitense di Taiwan non era sostenuta da una ideologia politica, sebbene pubblicamente fosse stata presentata così, ma da interessi economici dell’America a quei tempi, soprattutto quelli dei fratelli Nye, imprenditori largamente coinvolti nel commercio americano-cinese, incluso nel flusso di oppio in tutta la regione.

Le dinamiche regionali sarebbero cambiate appena prima, durante e immediatamente dopo la Seconda Guerra Mondiale, con una ricomparsa di potere localizzato e movimenti di indipendenza che cercano di espellere i poteri coloniali occidentali. Questo incluse la cacciata delle imprese inglesi e francesi nelle regioni del Myanmar, Malesia, Indonesia e in tutta l’Indocina che include Laos, Cambogia e naturalmente il Vietnam.

L’espulsione forzata dal Vietnam degli amministratori francesi ha portato gli Stati Uniti di nuovo all’interno della regione in modo più diretto e su una scala senza precedenti.

E mentre gli Stati Uniti avrebbero giustificato un intervento nel sud est dell’Asia per prevenire un “effetto domino” della diffusione del comunismo, documenti trapelati conosciuti come “Pentagon Papers” resero abbondantemente chiaro che l’America stava semplicemente continuando i suoi sforzi di egemonia sulla Cina nello sforzo di circondare, contenere e alla fine sottomettere una Pechino in crescita.

L’Office of the Historian del Dipartimento di Stato, in una sezione intitolata “189. Progetto di memorandum dal segretario della difesa McNamara al presidente Johnson” [In inglese] datata 1965, afferma esplicitamente:

La decisione di febbraio di bombardare il Nord del Vietnam e l’approvazione di luglio della Fase 1 di dispiegamento hanno senso solo se sono di appoggio per gli Stati Uniti alla politica a lungo termine di contenimento della Cina comunista.

I documenti parlano pubblicamente dell’egemonia globale, affermando:

…il ruolo che abbiamo ereditato e che ci siamo scelti per il futuro è di estendere la nostra influenza e il nostro potere, al fine di ostacolare le ideologie che sono ostili a questi obiettivi e condurre il mondo nella direzione che sia più possibile quella che noi vogliamo. I nostri scopi non possono essere raggiunti e il nostro ruolo guida non può essere assunto se ad alcune potenti e virulente nazioni, siano esse Germania, Giappone, Russia o Cina, viene permesso di organizzare la loro parte di territorio nel mondo in accordo ad una filosofia contraria alla nostra.

E di nuovo, proprio come durante le discussioni avvenute nel 19° secolo sulla possibile annessione di Taiwan, le ambizioni degli Stati Uniti nell’Asia Pacifica possono essere retoricamente presentate come motivate da un’ideologia particolare, ma in realtà sono sostenute da interessi economici che cercano di avvicinarsi ai mercati per poi dominarli a livello globale, destituendo qualsiasi cosa già esistente, attraverso una diplomazia coercitiva o attraverso forza militare diretta o indiretta.

L’egemonia americana del 21 secolo

E ora arriviamo al 21° secolo. Durante l’amministrazione dell’ex presidente Barack Obama, gli Stati Uniti hanno “virato” verso l’Asia, nel tentativo di riaffermarsi in una regione che sta rapidamente andando fuori da quello che è rimasto di oltre un secolo di egemonia americana ed europea.

La mossa è fallita, il Trattato Trans Pacifico (TPP) ha avuto resistenze e in Asia è stato categoricamente rifiutato con il finto riavvicinamento degli USA a molti dei vicini di casa della Cina, diventato un insieme di confronti lungo il sud est dell’Asia quando Washington ha cercato con Pechino di rimpiazzare amichevolmente i governi che formerebbero una linea anti Pechino.

Tentando di nascondere l’agenda portata avanti da decenni, e in continuità con la “virata” di Obama, Steven Bannon, il consigliere del presidente statunitense Donald Trump, come rivelato da un articolo del Guardian intitolato “Steve Bannon: ‘Faremo la guerra nel Mar Cinese Meridionale…senza dubbio‘” [In inglese], affermerebbe che la Cina e l'”Islam”, rappresentano una minaccia all’Occidente “Giudaico Cristiano”.

Questa retorica ideologista mira a distrarre il pubblico, convincendolo che la politica statunitense nei confronti della Cina è ora determinata dalle tendenze ideologiche e xenofobe di Trump, piuttosto che da una semplice e logica ripetizione della “virata” di Obama e dall’era di contenimento strategico su vasta scala che risale al periodo della guerra in Vietnam.

Degna di nota nel pensiero incompleto di Bannon è anche la sua omissione sulla presenza in Cina dei cosiddetti missionari cristiani, e il ruolo che hanno giocato per gli interessi americani ed europei nella tentata invasione, occupazione e sottomissione della Cina durante il 19° secolo.

Il Guardian riporta:

Le idee di Bannon e la sua posizione nel circolo interno di Trump aggiungono il timore di un confronto militare con la Cina, dopo che il segretario di stato Rex Tillerson ha detto che gli Stati Uniti vieterebbero alla Cina l’accesso alle sette isole artificiali. Gli esperti hanno avvisato che ogni ostruzionismo condurrebbe alla guerra.

Bannon è certamente consapevole dell’influenza crescente della Cina in Asia e che arriva anche oltre, definendo la relazione del tutto ostile e predicendo uno scontro culturale a livello globale che avverrà nei prossimi anni.

“Hai un Islam in espansione e una Cina in espansione. Giusto? Loro sono motivati, sono arroganti, stanno avanzando e pensano che l’Occidente giudaico-cristiano sia in ritirata“, ha detto Bannon nel febbraio 2016 durante un programma radio.

E mentre il Guardian finge di lanciare l’allarme sulla posizione apparentemente xenofoba e di confronto dell’amministrazione Trump, fa da complice la sua stessa omissione degli annosi tentativi dell’America di circondare, contenere e sottomettere la Cina senza tener conto di chi ci sia alla Casa Bianca o di quale retorica accompagni ogni sua iterazione politica nei confronti la Cina.

Per i responsabili delle politiche asiatiche, capire la storia e gli interessi particolari che hanno guidato e ancora muovono la politica estera americana è la chiave per vedere oltre una retorica provocatoria, ed è essenziale per analizzare e preparare soluzioni ai continui tentativi di Washington di riaffermarsi in una regione ad un oceano di distanza dalle sue stesse coste, in continuità col colonialismo occidentale che le nazioni dell’Asia pacifica hanno combattuto duramente.

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Articolo di Joseph Thomas pubblicato su New Eastern Outlook il 5 febbraio 2017.

Traduzione in Italiano a cura di Chiara per SakerItalia.

[Le note in questo formato sono del traduttore]