Nessuno ha mai perso dei soldi scommettendo sull’astensione del Pentagono dalla propria retorica eccezionalistica.

Ancora una volta l’attuale capo supremo del Pentagono, il neoconservatore DOC Ash Carter, non ha deluso allo Shangri-La Dialogue, l’annuale, assolutamente da non perdere, forum sulla sicurezza di Singapore, a cui partecipano i più importanti ministri della Difesa, studiosi e dirigenti d’azienda di tutta l’Asia.

Il contesto è la chiave di tutto. Lo Shangri-La Dialogue è organizzato dall’Istituto Internazionale per gli Studi strategici di Londra (IISS), che è essenzialmente un pensatoio anglo-americano. E si svolge sulla portaerei preferita degli interessi geostrategici imperiali nell’Asia Sud-Orientale: Singapore.

Così com’è stata espressa dal neoconsenvatore Carter, la retorica del Pentagono, fedele al proprio credo,  che considera la Cina la seconda maggior “minaccia esistenziale” per gli Stati Uniti (la Russia è la prima), gira sempre intorno agli stessi temi; la potenza e la superiorità militare degli Stati Uniti sono destinate a durare per sempre; noi siamo i “principali garanti della sicurezza asiatica” per, beh, per sempre; e la Cina farebbe meglio a comportarsi bene nel Mar Cinese Meridionale, altrimenti…

Tutto questo è contenuto nel tanto sbandierato, ma finora anemico, “perno sull’Asia”, portato avanti dall’amministrazione dell’anatra zoppa Obama, destinato però a partire in quarta nel caso Hillary Clinton diventasse il prossimo inquilino del 1600 Pennsylvania Avenue [la Casa Bianca, NdT].

Le vere minacce sono, come di prammatica, nascoste nella retorica. Secondo Carter, se Pechino dovesse rivendicare il territorio dello Scarborough Shoal, nel Mar Cinese Meridionale, “ci saranno reazioni da parte degli Stati Uniti e … da parte di altri nella regione.

Alla Cina non rimane altro da fare, detto in Pentagonese, se non entrare a far parte del “sistema di sicurezza di sani principi” per l’Asia, che aiuterà anche a proteggere l’Oriente dalle “preoccupanti azioni della Russia.” Carter ha usato il termine “di sani principi” non meno di 37 volte nel suo discorso. I sostenitori “di sani principi” comprendono finora Giappone, India, Filippine, Vietnam e Australia.

E così, ecco la traduzione istantanea: facciamo una NATO in Asia, ne assumiamo il controllo, tu ci obbedisci, e poi ti circondiamo e, già che ci siamo, circondiamo anche la Russia. Se la Cina dice di no, allora il gioco è fatto. Carter ha detto che la Cina erigerà una “Grande Muraglia di auto-isolamento” nel Mar Cinese Meridionale.

Se questo è il meglio di cui dispongono i pianificatori del Pentagono per contrastare la collaborazione strategica russo-cinese, allora è meglio che tornino a scuola. Alle elementari.

Navigate in libertà, cari vassalli.

Prevedibilmente, Il Mar Cinese Meridionale l’ha fatta da padrone allo Shangli-La. Il Mar Cinese Meridionale, l’autostrada commerciale dove passano annualmente merci per trilioni di dollari, vale il doppio per i suoi giacimenti inesplorati di gas e petrolio. Un Giappone stagnante e sempre più irrilevante ha asserito, attraverso il suo Ministro della Difesa, Gen Nakatani, che il Giappone aiuterà le nazioni del Sud-Est Asiatico a costruire le proprie “capacità di difesa” per affrontare quelle che ha chiamato iniziative cinesi “unilaterali e coercitive” nel Mar Cinese Meridionale. I cinici non potranno fare a meno di vedere una certa somiglianza con la Sfera di Co-Prosperità della Grande Asia Orientale del Giappone imperiale.

La delegazione di Pechino è rimasta calma, fino a un certo punto. il Contrammiraglio Guan Youfei ha sottolineato che: “La richiesta americana di prendere posizione non è condivisa da molte nazioni.” Youfei, che è a capo dell’ufficio cinese per la cooperazione militare internazionale, non si è neanche trattenuto dal condannare una “mentalità da Guerra Fredda” da parte dei soliti sospetti.

E per quanto riguarda il Giappone, il Ministro degli Esteri cinese ha puntualizzato che “le nazioni al di fuori della regione dovrebbero tener fede ai loro impegni e non fare asserzioni senza senso su questioni di sovranità territoriale.” Il Giappone non ha assolutamente nulla a che vedere con il Mar Cinese Meridionale.

I lavori di consolidamento, da parte di Pechino, delle barriere coralline nel Mar Cinese Meridionale, l’hanno portata naturalmente in rotta di collisione con Vietnam, Filippine, Malaysia e Brunei. Per cui, l’intromissione degli Stati Uniti, sotto il comodo pretesto della “libertà di navigazione”, era assolutamente inevitabile. Le attività connesse alla “libertà di navigazione” sono degli stupidi giochi intimidatori, in cui navi o aerei degli Stati Uniti transitano nelle vicinanze di isole rivendicate da Pechino nel Mar Cinese Meridionale.

E’ stato l’Ammiraglio Sun Jianguo, Vice-Capo di Stato Maggiore della Commissione Militare Centrale Cinese, che è arrivato al punto, sottolineando “le provocazioni di certe nazioni” e aggiungendo che “interessi egoistici” hanno “surriscaldato” la questione del Mar Cinese Meridionale. E ha rinfacciato al Pentagono i suoi doppi standards e il suo “comportamento irresponsabile”. E ha rimproverato le Filippine di aver portato la contesa di fronte ad un poco affidabile tribunale delle Nazioni Unite, dopo aver infranto un accordo bilaterale con la Cina: “noi i problemi non li creiamo, ma non ci fanno neanche paura.”

U.S. Secretary of Defence Ash Carter meets with South Korea's Minister of Defence Han Minkoo (R) and Japan's Minister of Defence Gen Nakatani for a trilateral at the IISS Shangri-La Dialogue in Singapore June 4, 2016. © Reuters

Il Segretario Americano alla Difesa Ash Carter incontra il Ministro della Difesa sud-coreano Han Minkoo (destra) e il Ministro della Difesa giapponese Gen Nakatani per un incontro trilaterale durante lo Shangli-La Dialogue dell’IISS, tenutosi a Singapore, il 4 giugno 2016.

Il modo di fare cinese preferisce il dialogo e la cooperazione, e Jianguo lo ha risottolineato, chiedendo all’ASEAN di prendere l’iniziativa. Infatti la Cina ha già raggiunto due mesi fa, sul problema del Mar Cinese Meridionale, quello che viene chiamato un accordo su quattro punti con il Brunei, la Cambogia e il Laos. Le Filippine sono un osso molto più duro da rodere, dal momento che il Pentagono non si ferma davanti a nulla, pur di guidare Manila “rimanendo defilato”.

Anche il Vietnam, per bocca del Vice-Ministro della Difesa Nguyen Chi Vinh, ha chiarito, nella stessa sessione plenaria in cui aveva parlato l’Ammiraglio Jianguo, che il Vietnam preferisce soluzioni basate sulla Convenzione dell’ONU sul diritto internazionale di navigazione, così come su negoziati fra la Cina e l’ASEAN.

Fa’ come diciamo noi, o altrimenti…

Dopo l’indigestione di retorica dello Shangri-La, l’azione si è spostata a Pechino, sede dell’ottavo Dialogo Sino-Americano per la Strategia e lo Sviluppo. Si tratta dell’annuale fiera parolaia, inaugurata nel 2009 da Obama e dall’allora Presidente cinese Hu Jintao.

Il Vice-Ministro degli Esteri cinese Zheng Zeguang ha dipinto un quadro roseo della situazione, sottolineando i “punti di vista sinceri ed approfonditi su questioni importanti e delicate di mutuo interesse.” L’ambasciatore cinese negli Stati Uniti, Cui Tiankai, ha dovuto rimarcare ancora una volta che i rapporti sono proprio “troppo importanti” per essere “messi a repentaglio” dalla questione del Mar Cinese Meridionale. Ma questo è esattamente il ruolino di marcia del Pentagono.

Pechino, comunque, prosegue per la sua strada. Come ha asserito il Consigliere di Stato [1] Yang Jiechi, il dialogo ASEAN-Cina sta progredendo per mezzo di quello che Pechino definisce un approccio “a doppio binario”, attraverso il quale le dispute vengono risolte direttamente dalle parti interessate. Questo significa zero interferenze da parte di Washington.

Al di la di quello che è stato discusso allo Shangri-La o durante il Dialogo Sino-Americano, il quadro generale è chiaro. I pianificatori dell’Eccezionalistan hanno creato uno stato di cose in cui la Cina è costretta a fare una scelta: o ti pieghi alle “nostre” regole, come nell’attuale gioco strategico unipolare, o altrimenti…

Beh, Pechino ha già fatto la sua scelta, e questa comporta un mondo multipolare di stati sovrani, in cui non c’è nessun primus inter pares. La leadership di Pechino, guidata da Xi Jinping, si rende chiaramente conto che il cosiddetto “ordine” internazionale, di fatto disordine, è un sistema manipolato, istituito alla fine della Seconda Guerra Mondiale.

La sagace diplomazia (e anche il mondo degli affari) cinese sa bene come usare il sistema per portare avanti gli interessi nazionali cinesi. E’ per questo motivo che la Cina moderna è diventata la “salvatrice” del turbo-capitalismo mondiale. Ma questo non significa che una Cina risorta debba adeguarsi per sempre a queste “regole” a lei estranee, per non parlare delle lezioni di moralità. Pechino sa che l’Eccezionalistan non acconsentirebbe neanche a dividere la spoglie, in un eventuale accordo sulle sfere di influenza geopolitica. Il Piano A di Washington è il contenimento, con possibili conseguenze pericolose. Non esiste un Piano B.

La sostanza delle cose, mascherata in maniera sottile dalle alquanto cortesi risposte alle minacce del Pentagono, è che Pechino, semplicemente, non accetterà più un disordine geopolitico creato da altri. Ai Cinesi non importa assolutamente nulla del Nuovo Ordine Mondiale (NWO) sognato da alcuni privilegiati “Signori dell’Universo”. Pechino è impegnata a costruire un ordine nuovo, multipolare. Non meraviglia quindi che essi, insieme al loro partner strategico, la Russia, siano, e continueranno ad essere, le due maggiori minacce per il Pentagono.

[1]https://en.wikipedia.org/wiki/State_councillor_(China)

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Articolo di Pepe Escobar pubblicato su Russia Today il 7 giugno 2016

Tradotto in italiano da Mario per Sakeritalia.it