Jeremy Hunt, Segretario degli Affari esteri britannico, ha messo in guardia la Cina sulle “conseguenze” in relazione alla gestione delle violente proteste di Hong Kong.
Secondo quanto riportato [in inglese] dalla BBC, Hunt non ha escluso la possibilità di applicare sanzioni contro il governo cinese.
Altri politici conservatori, come Chris Patten, ex presidente del partito dei Tory, sono intervenuti per strigliare la Cina e lodare i manifestanti [in inglese].

Mentre questi politici dicono di “condannare ogni violenza”, è senza dubbio chiaro che stanno dando, come minimo, un tacito incoraggiamento ai disordini civili di Hong Kong.
Lato suo, questa settimana la Cina ha reagito con stizza, e ha avvertito la Gran Bretagna di “smetterla di interferire” nei suoi affari interni.

L’ultimo diverbio tra Regno Unito e Cina è divampato dopo che i manifestanti hanno danneggiato il palazzo del parlamento di Hong Kong, con scene di anarchia dilagante: lo scorso lunedì i manifestanti hanno rotto finestre e imbrattato pareti durante le loro sfrenate incursioni nell’edificio dell’organo legislativo. E bandiere dell’epoca coloniale britannica sono state appese ovunque nella sala.

Hong Kong è un territorio a sovranità cinese da 22 anni, a seguito della restituzione da parte degli Inglesi della loro ex colonia al controllo di Pechino, in base a un accordo attuato nel 1997. Tutto questo dopo circa 150 anni di governo coloniale britannico sulla minuscola enclave della costa sud-orientale della Cina.
Perché mai la Gran Bretagna dovrebbe avere ancora diritto di proprietà sul territorio cinese, è ovviamente un punto di discussione. L’omissione di questo fattore nel dibattito politico britannico dimostra l’innata arroganza che sta sotto il recente diverbio con Pechino.

Il fatto è che Hong Kong è ora sotto la sovranità di Pechino, sebbene abbia un grado di autonomia locale definito dai termini dell’accordo di passaggio negoziato con Londra. Il cosiddetto principio “una sola nazione, due sistemi” verrà meno nei prossimi anni, quando Hong Kong sarà totalmente integrata nel resto del territorio cinese e sotto le leggi cinesi. Attualmente, comunque, è ufficialmente ancora una regione amministrativa speciale della Cina.
Pertanto, i funzionari britannici come Jeremy Hunt non hanno alcun diritto di fare la predica alla Cina su come gestire un problema di sicurezza causato dai manifestanti che danneggiano una proprietà del Governo.

A Hong Kong ci sono disordini da settimane, a causa di massicce dimostrazioni pubbliche contro la proposta di legge che permetterebbe l’estradizione in Cina dei sospettati. I manifestanti a Hong Kong affermano che quella mossa violerebbe la loro autonomia locale. Le autorità hanno quindi accantonato la proposta di legge, ma i manifestanti non si sono fermati e all’inizio di questa settimana hanno dato una svolta decisa con l’occupazione violenta del palazzo del Parlamento.

L’amministrazione di Hong Kong, sostenuta da Pechino, ha il diritto legale e il dovere di deferire alla giustizia chi è coinvolto in tale danno criminale. Tale caos sarebbe equivalente ad una sommossa violenta, che i politici britannici sembrano considerare ammissibile.

L’ambasciatore cinese presso il Regno Unito, Liu Xiaoming, ha ridimensionato l’arroganza britannica quando ha ricordato che durante i 156 anni di dominio coloniale inglese la popolazione di Hong Kong non aveva né il diritto di protesta né di rappresentanza elettorale, e neanche di un sistema giudiziario indipendente. Il territorio è stato formalmente sotto il controllo esecutivo di Londra senza alcun diritto democratico locale.
Che ora i funzionari britannici, quelli che adesso pontificano di “diritti democratici” ad Hong Kong con Pechino, è un fatto semplicemente ridicolo. Dimostrano piuttosto la totale arroganza e l’ipocrisia del governo britannico su questo argomento.
Per quanto riguarda Hunt, ammonire la Cina sulle “conseguenze” e sulle “sanzioni” dimostra in più il delirio del potere globale britannico.
Senza dubbio ciò che sta succedendo qui deriva in parte dell’ambizione personale di Hunt, che vuole diventare il prossimo primo ministro inglese. Cercando di sembrare “autorevole” e “tosto” rispetto a Boris Johnson, cioè il candidato alla leadership rivale, Hunt sta rischiano di danneggiare le relazioni bilaterali con la Cina a causa di questo stuzzicare gli affari di Hong Kong.
In un mondo post-Brexit, la Gran Bretagna avrà bisogno di ogni singolo partner commerciale che potrà trovare nel momento in cui lascerà l’Unione Europea, dopo più di quattro decenni di adesione alla UE. Ci sono segnali attendibili che l’economia britannica subirà una forte contrazione quando lascerà il blocco, a meno che non trovi mercati globali alternativi.

Il colosso economico cinese potrebbe così essere in futuro un’ancora di salvezza vitale per il business internazionale inglese. Il paese era già un enorme mercato per le esportazioni britanniche [in inglese] anche prima della Brexit. Il modo in cui i politici anglosassoni come Hunt hanno inasprito le relazioni bilaterali a causa dei loro commenti irritanti su Hong Kong, gli si potrebbe ritorcere contro. E’ improbabile che la Cina dimentichi gli insulti inglesi sulla sua sovranità quando in futuro gli Inglesi arriveranno a chiedere degli accordi commerciali.

L’interferenza britannica negli affari interni cinesi in merito ad Hong Kong non è solo estremamente arrogante, è stupidità assoluta. Ma è proprio questo il problema dell’arroganza: non può evitare la stupidità anche quando è palesemente ovvia.

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Articolo Finian Cunningham pubblicato su InformationClearingHouse.info il 7 luglio
Traduzione in italiano a cura di Elvia Politi per SakerItalia.it

[le note in questo formato sono del traduttore]

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