Lo stato avanzato della discussione nei circoli dove si prepara la politica estera degli Stati Uniti, sulla necessità di perseguire una politica sempre più aggressiva nei confronti della Cina, è stato rivelato da un agghiacciante rapporto pubblicato recentemente sotto l’egida dell’influente Council of Foreign Relations.

 

Intitolata “Una revisione della Grande Strategia degli Stati Uniti nei confronti della Cina”, questa relazione non è niente altro che un’agenda di guerra. Gli autori sono Robert D. Blackwill e Ashley J. Tellis, ed entrambi hanno strette relazioni con il Dipartimento di Stato Americano ed altri pensatoi dove si elabora la politica estera americana.

La relazione cita un resoconto pubblicato durante la Seconda Guerra Mondiale, che definisce la “Grande Strategia” come una serie di azioni “intese ad integrare le politiche e gli armamenti di una nazione, in modo tale che il ricorso alla guerra non sia necessario, oppure intrapreso con la massima probabilità di vittoria.” Ciò non riguarda solo la guerra, ma dovrebbe essere un “elemento costante di tutta l’arte del governare”.

Il tema centrale della relazione è che il dominio planetario degli Stati Uniti è messo in pericolo dall’ascesa della Cina, e questo processo deve essere contrastato con mezzi economici, diplomatici e militari.

Significativamente, all’inizio del rapporto, gli autori citano il Documento Guida di Difesa Pianificata del Pentagono del 1992, scritto subito dopo il collasso dell’Unione Sovietica, che insisteva sul fatto che la stategia americana dovesse essere “ripensata in modo da escludere l’emergere di ogni possibile competitore a livello mondiale”.

Mentre asseriscono che la Cina ha una “grande strategia” per un’egemonia, prima regionale e in seguito globale, gli autori ribadiscono chiaramente che la minaccia al predominio americano deriva dalla crescita economica della Cina nell’ambito dell’attuale ordinamento internazionale.

L’analisi ricorda quella fatta all’inizio del 1907 dal rappresentante ufficiale del Ministero degli Esteri Inglese, Eyre Crowe, sull’influenza della crescita economica della Germania sulla Gran Bretagna. Crowe concludeva che, qualunque fossero le intenzioni dei suoi leaders, l’espansione economica della Germania, di per sè stessa, rappresentava una minaccia all’Impero Britannico. Sette anni dopo le due superpotenze erano in guerra.

La Cina non è una potenza imperialista come lo era la Germania, ma la sua stessa crescita economica mette a rischio la posizione degli Stati Uniti.

Secondo il rapporto: “Dal momento che lo sforzo americano per integrare la Cina nel libero sistema economico mondiale ha indotto nuove minacce alla supremazia degli Stati Uniti in Asia – e questo potrebbe essere una sfida alla supremazia americana a livello planetario – Washington ha bisogno di una strategia di livello superiore nei confronti della Cina, volta a contenere l’aumento della potenza cinese, piuttosto che limitarsi ad osservarne la crescita”.

Una replica della politica della Guerra Fredda, basata sul “contenimento”, non è possibile, perché questa era punitiva verso le politiche autarchiche dell’Unione Sovietica, mentre la crescita economica della Cina è legata alla globalizzazione economica e all’integrazione cinese nei mercati mondiali.

A suo modo, questa asserzione è una conferma diretta dell’analisi marxista che la guerra è insita proprio nel modus operandi del capitalismo stesso. La Cina ha agito all’interno della struttura del mercato globale, creato nientedimeno che dagli Stati Uniti, ma questa stessa integrazione ha messo in pericolo la supremazia americana.

Come dice il rapporto stesso: “L’aiuto americano all’ingresso della Cina nel mercato globale ha così creato la scomoda situazione in cui Washington stessa ha contribuito ad accelerare la crescita economica di Pechino, e di conseguenza ha affrettato la sua ascesa al ruolo di rivale geopolitico.”

Conseguentemente, nel descrivere gli elementi chiave di una “grande strategia” americana, gli autori danno molta importanza agli aspetti economici. Come parte del piano per “vitalizzare” l’economia, gli Stati Uniti dovrebbero:

“instaurare una nuova serie di legami commerciali che escludano la Cina, sviluppare degli strumenti efficaci per confrontarsi con i metodi di penetrazione geopolitica usati dalla Cina in Asia e in altri continenti, e, in collaborazione con gli alleati degli Stati Uniti ed altri partners similmente intenzionati, creare un nuovo sistema di controllo tecnologico nei confronti della Cina.”

Il Trans Pacific Partnership (TPP), che al momento esclude la Cina e per la cui approvazione Obama sta cercando di accelerare i tempi al Congresso americano, è ritenuto essenziale. La mancanza di una sua approvazione “indebolirebbe seriamente” la grande strategia degli Stati Uniti.

Il fatto che il rapporto si focalizzi sugli aspetti economici, non implica che le azioni militari vengano trascurate. Al contrario, gli autori fanno l’elenco di una serie di misure dettagliate, sia per quanto riguarda la politica americana, sia per le azioni da richiedere agli alleati nella regione.

Al primo posto ci sono i rapporti con il Giappone. Le proposte del rapporto includono un’espansione delle relazioni militari Stati Uniti-Giappone inclusiva di tutta l’Asia, il potenziamento dell’esercito giapponese, l’allineamento del Giappone a teorie militari come quella della “Battaglia Mare-Aria” – un massiccio attacco alle installazioni militari all’interno del territorio cinese – e l’intensificazione della cooperazione giapponese nel campo della difesa dai missili balistici (BMD). I sistemi antimissile sono considerati vitali nella strategia di primo attacco perchè renderebbero impossibile ogni azione di rappresaglia.

Per quanto riguarda la Corea del Sud, il rapporto auspica l’aumento della BMD e una strategia globale, sviluppata con il Giappone, per un “cambio di regime” nella Corea del Nord.

L’Australia è descritta come il “pilastro meridionale” delle relazioni nel Pacifico degli Stati Uniti. Il rapporto suggerisce l’uso della base navale di Stirling, nell’Australia Occidentale, per sostenere “la struttura delle forze aeronavali americane nella regione”. Gli Stati Uniti e l’Australia dovrebbero attuare la sorveglianza aerea delle Isole Cocos nell’Oceano indiano, di pertinenza australiana, anche con l’uso di aerei senza pilota e “le due nazioni dovrebbero lavorare insieme per identificare il più rapidamente possibile i potenziali contributi australiani alla difesa dai missili balistici.”

E la lista continua. Le armi nucleari indiane devono essere considerate una “risorsa” nell’attuale equilibrio di poteri, e la cooperazione militare fra India e Stati Uniti dovrebbe aumentare. Bisognerebbe espandere il ruolo dell’Indonesia in manovre militari congiunte, incrementare le esercitazioni con il Vietnam e le Filippine dovrebbero sviluppare a tutto campo i propri sistemi di difesa.

Sul fronte politico, il rapporto auspica il rafforzamento delle relazioni strategiche già consolidate in tutta la regione Indo-Pacifica, tenendo conto degli alleati tradizionali degli Stati Uniti, ma andando anche oltre. Propugna il rafforzamento, da parte degli Stati asiatici, della “capacità di trattare con la Cina in modo indipendente” e la creazione di nuove forme di cooperazione intra-asiatica, dirette chiaramente a controbilanciare l’influenza cinese, che non coinvolgano direttamente gli Stati Uniti, ma che siano da essi comunque appoggiate.

Dopo aver descritto dettagliatamente tutte queste misure anti-Cina in campo economico, militare e politico, il rapporto asserisce che gli Stati Uniti dovrebbero “energizzare la politica di alto livello” con la Cina per “mitigare le conseguenti profonde tensioni” e “rassicurare gli alleati e gli amici degli Stati Uniti in tutta l’Asia e oltre, che l’obbiettivo americano è quello di evitare il confronto con la Cina.”

Il perchè di questa palese contraddizione è proprio insito in quello che è uno dei più importanti mezzi di guerra degli Stati Uniti: l’offensiva sul fronte ideologico. Lo scopo della diplomazia “di alto livello”, anche con possibili accordi con la Cina su alcune questioni, è quello di costruire una bugia propagandistica e far ricadere la colpa di una guerra sul nemico dell’America, in questo caso la risolutezza e l’aggressività cinese. Questa bugia è stata una costante nello sviluppo di tutta l’attività militare degli Stati Uniti, fin da quando essi divennero una potenza imperialista alla fine del 19° secolo.

In realtà, il rapporto stesso esclude ogni possibile accordo con la Cina. Nelle loro conclusioni gli autori dichiarano:

“Non c’è nessuna reale prospettiva di costruire fiducia di fondo, coesistenza pacifica, riconoscimenti reciproci, una collaborazione strategica o un nuovo schema di relazioni internazionali fra gli Stati Uniti e la Cina.”

La diffusione d questo rapporto, con la sua chiara illustrazione della politica aggressiva degli Stati Uniti, sottolinea la necessità di uno sviluppo, da parte delle classi lavoratrici, di una strategia di stampo socialista contro la guerra. Questo sarà il punto centrale della Manifestazione Online del Primo Maggio voluta dal Comitato Internazionale della Quarta Internazionale.

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Articolo di Nick Beams apparso su Asia-Pacific Research il 4 Maggio 2015
Traduzione in italiano a cura di Mario per Sakeritalia.it