Verso la fine del 2016 e all’inizio del 2017, il problema delle “Donne di Conforto” (in Coreano: wianbu) è stato caratterizzato non solo dallo scandalo riguardante il monumento di fronte al Consolato Generale giapponese, ma anche dalla drammatica causa giudiziaria, che ha rapidamente fatto il paio con i tentativi affrettati di incarcerare gli autori di libri che negano l’Olocausto. Il caso riguarda la Professoressa Park Yu-ha, che nel suo libro intitolato “Le Donne di Conforto dell’Impero”, avrebbe avuto il coraggio di definire le wianbu delle prostitute che tenevano compagnia ai soldati di loro spontanea volontà.

È giunto il momento che la questione venga esaminata in modo più approfondito. Trovatisi di fronte al problema dello stupro di massa della popolazione locale durante la guerra in Cina, i comandanti giapponesi cercarono di affrontarlo facendo proliferare numerosi bordelli dell’esercito, il cui personale era in gran parte costituito da donne coreane. Dal momento che le circostanze del reclutamento e i “termini di servizio” variavano da luogo a luogo, sia i contraenti militari che quelli civili vennero coinvolti nell’organizzazione.

Come notato da V. Terekhov, valutare sia il numero totale delle donne di conforto che il loro destino dipende significativamente dalla nazionalità di chi sta effettivamente facendo la valutazione [in Inglese]. Per i Giapponesi, questo numero è stimato in diverse decine di migliaia di wianbu, e per i Coreani, centinaia di migliaia, mentre vi è una tendenza a registrare tutte le ragazze mobilitate come parte di questo numero. Ci sono diverse interpretazioni su quello che le ragazze hanno dovuto sopportare: in alcuni casi, le condizioni non erano molto diverse da quello delle prostitute civili dal punto di vista del salario e della libertà; in altri casi, il termine “schiavitù sessuale” è del tutto applicabile, ed è chiaro che ciascuna parte seleziona le sue testimonianze preferite, ricavando spesso una montagna da un granello di sabbia.

Di conseguenza, il mito di stato radicatosi nella Corea del Sud sulla storia di una wianbu media assomiglia a questo: una studentessa o ex studentessa è stata rapita e costretta a servire 15 clienti per notte, e fino a 50 persone a notte durante i fine settimana. La cosa è andata avanti per diversi anni, e solo il 20% di loro è sopravvissuta fino alla liberazione del paese. Tuttavia, molte hanno perso in modo permanente la capacità di avere figli.

Nella Corea postbellica l’argomento wianbu era tabù, e in generale non è stato sollevato durante la prima fase di appianamento delle divergenze e avvio delle relazioni diplomatiche con il Giappone nel 1965. In primo luogo, per le donne coreane, a causa della morale promossa nella società tradizionale, parlarne significava perdere la faccia. In secondo luogo, in quel periodo, il paese era pieno di prostituzione dai colori sgargianti pubblicamente praticata e connessa ai servizi delle basi militari degli Stati Uniti, dove il comportamento delle ragazze coreane era simile sotto molti aspetti.

Anche la società coreana contemporanea soffre di una notevole misoginia, e i combattenti per la libertà delle donne e della comunità LGBT hanno molto per cui lottare. Tuttavia, il percorso è irto di molti pericoli quando si critica la modernità, soprattutto in presenza dei militari, e per questo il movimento delle donne coreane ha iniziato a guadagnare il suo status e la sua fama sfruttando il tema delle “donne di conforto”. Nel 1990, quando gli attivisti dei gruppi civili coreani hanno convinto molte donne anziane a parlare pubblicamente dei ricordi di questo periodo della loro vita sullo sfondo generale della lotta per i diritti umani, il termine “schiavitù sessuale” è stato finalmente introdotto nel discorso pubblico .

Il discorso anti-giapponese era adatto per la storia delle wianbu, che si è spostata dai temi relativamente marginali alla categoria artiglieria pesante. Nella società mutata, le accuse di “schiavitù sessuale” sono state sostenute da circoli occidentali femministi, e le autorità le hanno viste come una buona carta sia per esibire sentimenti anti-giapponesi, che per chiedere che il Giappone continui a piangere, a pentirsi e a pagarla.

Di conseguenza, l’argomento wianbu è sempre spuntato fuori “al momento giusto”, ed è divenuto una sorta di rifugio per i “patrioti” professionisti finanziati sia dal pubblico e che dallo stato. È anche diventato una ragione per dare impunemente addosso al Giappone. Una sorta di simbolo di questa tendenza è stata la famosa scultura di una ragazza adolescente che è stata installata alla fine del 2011 a Seul di fronte all’ingresso dell’Ambasciata giapponese [in Inglese].

Non è un caso che quando, nel dicembre 2015, Park Geun-hye ha cercato di risolvere questo problema col Giappone, dopo aver raggiunto un accordo sulla compensazione e aver ricevuto altre scuse, l’opposizione e i Nazionalisti lo hanno definito un “accordo vergognoso”, perché probabilmente non si sarebbe sentito più parlare di questo argomento come ora [in Inglese]!

Naturalmente, tale sfruttamento del tema “donne di conforto” ha causato una reazione in Giappone, soprattutto perché dopo la Corea, anche la Cina e altri paesi se ne sono ricordati, e il motivo era lo stesso. In primo luogo, hanno intravisto la possibilità di essere successivamente in grado di esigere che il Giappone paghi un ulteriore risarcimento per il suo passato “maledetto”, e in secondo luogo, per aggiungere agli argomenti storici e politici un argomento che ammazzi il dibattito, dopo il quale nessuna obiezione su qualsiasi argomento avrebbe senso.

Come risultato, il Giappone e molti altri paesi hanno visto una tendenza verso l’intensificazione del punto di vista dei “revisionisti”, che suggeriscono esattamente l’opposto: le accuse coreane di instaurazione di un regime di terrore sono semplicemente fallaci. Questa fazione include sia la Destra giapponese che un certo numero di Coreani in Giappone o cittadini della Corea del Sud emigrati al fine di attaccare il problema da una distanza di sicurezza. Te Kiho (precedentemente noto come Choi Gi-ho), oppure O Sonfa, i cui libri sono stati attivamente distribuiti nel novembre del 2015, considerano la parte del discorso sulle wianbu propaganda [in Inglese] anti-giapponese, e che il termine “schiavitù sessuale” sia stato falsamente dichiarato.

Nella loro interpretazione, le ragazze andavano volontariamente a lavorare, e le loro condizioni di vita erano molto migliori di quelle, per esempio, di chi lavorava in una qualsiasi fabbrica. Per quanto riguarda l’oppressione dei diritti delle donne affermano, senza andare troppo per il sottile, che non c’era molta differenza tra il fare sesso in un bordello con un soldato giapponese o il fare sesso per una lattina di carne in scatola con un soldato americano. E riguardo le storie degli stupri di massa, nel contesto dei sentimenti pubblici anti-giapponesi che prendono forma nella Corea del Sud, l’ammissione del sesso volontario con l’odiato giapponese è l’equivalente di un “suicidio civile”, e non sorprende che tutte le dichiarazioni pubbliche descrivano lo stupro come di massa, indipendentemente da ciò che realmente fu.

Fino alla metà dello scorso decennio, la valutazione ufficiale giapponese della questione wianbu era basata su due affermazioni. All’inizio, nel 1993, il Segretario Generale del Consiglio dei Ministri, Yohei Kono, ha riconosciuto il fatto che le donne sono state costrette a lavorare in “stazioni di conforto”, e successivamente ha prodotto scuse formali. Poi, nel 1995, il Primo Ministro Tomiichi Murayama ha sottolineato il “danno enorme e la sofferenza” inflitte dall’Esercito Imperiale giapponese alle popolazioni dei paesi occupati. Va notato che entrambi i politici non hanno cambiato idea su questo tema.

Tuttavia, durante il suo primo mandato (2006-2007), Shinzo Abe ha messo in dubbio la natura coercitiva del reclutamento delle wianbu. La sua posizione si è basata sul fatto che non è possibile fare affidamento su testimonianze contemporanee di testimoni oculari per ottenere una rappresentazione accurata di eventi accaduti 70 anni fa, dal momento che i motivi dietro tale prova potrebbero essere pecuniari. V. Terekhov menziona lo scandalo del secondo più grande quotidiano nazionale, l’Asahi Shimbun, che negli ‘80-‘90 pubblicò articoli falsi riguardanti un certo “testimone ed esecutore” che fu responsabile del reclutamento forzato delle donne nelle “stazioni di conforto”.

Y. Kono e T. Murayama hanno cominciato ad essere accusati del fatto che le loro dichiarazioni erano state fatte in favore di interessi politici, in assenza di prove giuridicamente rilevanti di coercizione. E la dichiarazione del maggio 2013 da parte del leader del Partito della Rinascita del Giappone e del Sindaco di Osaka Toru Hashimoto che i soldati giapponesi “dovevano avere un qualche tipo di riposo dopo i pesanti combattimenti”, e che bordelli simili esistevano in molti eserciti del mondo, ha causato un putiferio che è andato al di là della penisola coreana.

Questi studi e le dichiarazioni hanno aggiunto benzina sul fuoco di entrambe le parti, e Park Yu-ha, col suo libro, è caduta esattamente in questa trappola, con conseguente pessima accoglienza delle sue idee, e punizione, non tanto per “false dichiarazioni” quanto per il suo “modo di pensare poco entusiasta”.

Uno studio più dettagliato dei contenuti del libro suggerisce che la Professoressa Park stava cercando di usare un approccio oggettivistico, e, pur non negando i fatti esistenti, aggiungere altri fatti che rendono il quadro più complesso e meno soddisfacente per i discorsi Nazionalisti e anti-giapponesi. Sulla base della testimonianza resa sia dalle wianbu che da altre persone coinvolte nella controversia, la Park ha dimostrato che le condizioni di vita reale delle wianbu potevano essere molto varie, e che, in una situazione socio-economica così difficile, ci sono state molte persone pronte a sfamare le loro famiglie con questo tipo di lavoro, che era più redditizio del lavoro in fabbrica.

In generale, la storia secondo la quale una ragazza sarebbe stata rapita dai soldati e forzatamente costretta a fare sesso era più l’eccezione che la regola. Più spesso, le ragazze o venivano attirate da appaltatori civili, o venivano vendute dalle loro stesse famiglie [in Inglese].

Dopo aver esaminato il libro [in Inglese], i media giapponesi hanno notato l’atteggiamento critico di Park verso il Giappone, la cui politica definisce crudele e inumana. Tuttavia, non appena il suo libro è uscito nel 2013, degli “attivisti della società civile” hanno immediatamente fatto avviare indagini [in Inglese] da parte di un pubblico ministero.

Nel mese di giugno 2014, è stata presentata anche una causa contro di lei da un’ex wianbu in seguito ad una protesta iniziata da nove ex schiave sessuali sopravvissute. Il giudice ha deciso di rimuovere dal testo del libro 34 parti che hanno particolarmente toccato l’onore e la dignità delle denuncianti [in Inglese].

Ma dopo che la seconda edizione del libro è stata pubblicata nel febbraio 2015, nel mese di novembre 2015 la Professoressa Park è stata accusata da procuratori di Seul di “danneggiare la reputazione” di tutte le wianbu come gruppo sociale, dato che il codice penale della Corea del Sud ha una speciale sezione chiamata Crimini Contro la Reputazione, secondo la quale un imputato può essere punito ai lavori forzati o alla detenzione per il solo fatto di aver divulgato informazioni diffamatorie, ANCHE se è accurata. La calunnia e l’uso della menzogna aggravano solo la pena, in modo simile alla diffamazione “per mezzo di giornali, riviste, radio e altri mezzi di comunicazione”.

L’accusa chiede tre anni di detenzione per la 59enne Park, dal momento che “non sente alcun rimorso” e ha causato gravi danni alla dignità delle vittime [in Inglese]. E le vittime stesse hanno avuto la possibilità di essere ascoltate dai media. Così, una delle wianbu sopravvissute, Lee Yong-soo, ha ripetuto la storia della sua esperienza di bambina 16enne, quando l’esercito giapponese la trascinò fuori dal suo letto e la torturò con l’elettroshock fino a quando non le fece accettare con la forza di servire i soldati. Come osa Park dire che questo non è vero!

Ma anche se la Professoressa Park è accusata di negare l’arruolamento violento, i suoi avvocati sottolineano che il libro non contiene tale tesi. Più che altro ha cercato di correggere la situazione, dimostrando in tal modo che ci sono stati anche casi diversi dalla selezione forzata. Tuttavia, l’accusa si è impegnata in una citazione selettiva, e come contrasto alla storia di Lee Yong-soo, c’è la storia documentata di un’altra wianbu, la defunta Bae Chun-hee, che dimostra che nessuno l’ha costretta a fare niente.

Il 26 novembre 2016, un gruppo di 54 personaggi pubblici di spicco provenienti dagli Stati Uniti e dal Giappone, tra cui il 90enne T. Murayama, ha sollevato una protesta contro la persecuzione della Professoressa Park. Nonostante il fatto che le parti hanno posizioni diverse per quanto riguarda l’aspetto sostanziale della domanda sulle wianbu, stanno facendo notare che la questione adesso tratta della tutela del diritto alla libertà di pensiero.

Attualmente, la deliberazione finale non è ancora stata fatta, e l’autore richiama l’attenzione sul fatto che il problema è più ampio. Sì, ci sono “revisionisti” di parte che distorcono deliberatamente i fatti, ma nel caso di confronto legislativo contro di essi, l’applicazione pratica della legge può facilmente trasformarsi in una lotta contro i mulini a vento, e, come nel caso di Park Yu-ha, può anche essere causa di sofferenze per quei ricercatori che hanno cercato di modificare leggermente il quadro convenzionale, basandosi su argomenti per niente fittizi. Il principio “prevenire e reprimere” in questo campo tende a diventare uno strumento che non è un dibattito scientifico nella sua natura, e non fa ben sperare sia per gli storici che per la società in generale.

Ciò è particolarmente vero per il fatto che, a giudizio dell’autore, “l’abitante di una casa di vetro non dovrebbe gettare pietre contro le finestre delle altre persone”, in quanto, oltre ai problemi resi pubblici delle wianbu, vi è la molto meno conosciuta storia dei “Lai Đại Han”, in cui la parte coreana assume un ruolo completamente diverso. Ma questo (proprio come le cose che i militari della Corea del Sud hanno fatto durante la Guerra del Vietnam) è l’argomento per un articolo a parte…

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Articolo di Konstantin Asmolov pubblicato su New Eastern Outlook il 13 febbraio 2017.

Traduzione in Italiano a cura di Raffaele Ucci per SakerItalia.

[Le note in questo formato sono del traduttore]