La Corte Permanente di Arbitrato dell’Aia, sostenuta dalle Nazioni Unite, ha stabilito in sostanza che non vi è alcuna base giuridica perché la Cina rivendichi diritti storici su vaste sezioni del Mar Cinese Meridionale incluse nella “linea a nove tratti” [La linea di demarcazione utilizzata dal governo cinese per le sue rivendicazioni territoriali sul Mar Cinese Meridionale, NdT].

Ecco qui, in perfetto legalese: “le pretese della Cina su diritti storici, o altri diritti di sovranità o giurisdizione, per quanto riguarda le zone marittime del Mar Cinese Meridionale circondate da parte rilevante della “linea a nove tratti” sono in contrasto con la Convenzione e senza effetto legittimo nella misura in cui superano i limiti geografici e sostanziali dei diritti marittimi della Cina ai sensi della Convenzione”.

Beh, niente è bianco e nero in un caso così immensamente complesso. Le Filippine sono state consigliate da una potente squadra legale Anglo-Americana. La Cina “non aveva aveva nominato alcun agente o rappresentante”.

Pechino sostiene che tutta l’attenzione sul Mar Cinese Meridionale ruota attorno a pretese di sovranità contrastanti su isole/scogli/barriere e relative delimitazioni marittime – sulle quali la Corte non è competente. Attribuire sovranità territoriale su caratteristiche marittime nel Mar Cinese Meridionale va al di là della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare del 1982 (UNCLOS).

Pechino rispetta l’articolo 298 della UNCLOS – che esclude l’arbitrato obbligatorio sui confini marittimi. Questo, secondo il capo della missione cinese presso l’UE, Yang Yanyi, è una corretta sintesi della posizione cinese. E infatti, la Corte non ha assegnato alcun isola/scoglio/barriera/affioramento alle nazioni in disputa; ciò che ha fatto è stato quello di far notare quali “caratteristiche” marittime possono – secondo il diritto internazionale – generare diritti territoriali su mari circostanti.

Ciò che è accaduto a L’Aia di certo non risolverà l’enigma, come sostenuto qui. Pechino aveva già reso molto chiaro, anche prima della sentenza, che avrebbe ferocemente respinto tutti i verdetti.

Ma ora la storia viene calibrata; Pechino è aperta ai colloqui, fino a quando Manila metterà la sentenza da parte. Jay Batongbacal, dell’Università delle Filippine, arriva al cuore del problema: “affermare pubblicamente di cestinare l’arbitrato è una condizione per la ripresa dei negoziati che offre la possibilità di salvare la faccia a entrambe le parti”.

E salvare la faccia – al modo asiatico – deve ora essere il nome del gioco. Il nuovo presidente filippino Rodrigo Duterte – anche noto come “Il Punitore”, a causa della sua esperienza come sindaco abbatti-crimine di Davao – ha in programma di migliorare le allucinanti infrastrutture del suo paese. E indovinate da dove sarebbero dovuti venire gli investimenti cruciali.

Quindi l’agenda di riforme nazionali di Duterte punta alla cooperazione economica, non allo scontro, con la Cina. Ha già dato – contraddittori – segnali che sarebbe disposto a visitare Pechino e trovare un accordo. Senza dubbio, però, avrebbe avuto difficoltà a convincere Pechino a fermare la costruzione di strutture militari nel Mar Cinese Meridionale, così come a non imporre una Zona di Identificazione per la Difesa Aerea (ADIZ).

Ma potrebbe aver fortuna nel proporre la condivisione delle risorse naturali, dato che il vasto Mar Cinese Meridionale è ricco di giacimenti di petrolio e di gas inesplorati. Sì, perché ancora una volta la questione del Mar Cinese Meridionale è tutta sull’energia – molto più dei circa 4,5 miliardi di dollari di trasporti commerciali che lo attraversano ogni anno; la “libertà di navigazione” è sempre stata più che assicurata per tutti. Per Pechino, il Mar Cinese Meridionale è una fonte energetica che deve avere, in quanto costituirebbe, a lungo andare, un altro fattore chiave nel piano “fuga da Malacca” per diversificare le fonti di energia da un collo di bottiglia che può essere facilmente bloccato dalla US Navy.

Ora, con la US Navy che si è già intromessa e sorvola il Mar Cinese Meridionale, la posta in gioco non potrebbe essere più alta.

È… uno scoglio!

La maggioranza assoluta delle isole/rocce/isolotti rocciosi/scogli/banchi rivendicate da Cina, Brunei, Malaysia, Filippine, Vietnam e Taiwan nel Mar Cinese Meridionale è disabitata – con alcuni di essi sommersi anche con la bassa marea. Essi potrebbero coprire un totale di pochi chilometri quadrati – ma sono sparsi su un immenso spazio di 2 milioni di chilometri quadrati di mare, e inclusi nella “linea a nove tratti” cinese, che rivendica la sovranità sulla maggior parte delle catene insulari e le acque circostanti.

Quindi, in questo reparto chiave riguardante la domanda: “Chi è il legittimo titolare sovrano di alcune isole nel Mar Cinese Meridionale”, la sentenza è stata un duro colpo per Pechino. La giustificazione aveva sempre fatto affidamento su testi storici, che vanno dal 4° secolo a.C. alle dinastie Tang e Qing. Durante il – breve – periodo della Repubblica di Cina, 291 isole, scogliere e banchi vennero mappati e definiti come parte della “linea a nove tratti” nel 1947.

Quindi, la Cina “Rossa”, nel 1949, in realtà ereditò una rivendicazione fatta dalla rivale Repubblica di Cina. Avanti veloce al 1958, quando la Cina sotto Mao emise una dichiarazione che inquadrava le sue acque territoriali all’interno della “linea a nove tratti” – che comprende le isole Spratly. Ad aggiungersi all’ironia storica, l’allora primo ministro del Vietnam del Nord, Phạm Văn Đồng, si disse d’accordo con l’allora premier cinese Zhou Enlai.

Ora è una storia completamente diversa. Anche se Pechino e Taipei continuano a essere d’accordo, Cina e Vietnam sono su lati opposti. L’Aia ha stabilito, “Non c’era alcuna base giuridica per la Cina di rivendicare diritti storici alle risorse nell’ambito delle aree di mare che rientrano nella “linea a nove tratti””. Un problema in più è che Pechino non ha mai veramente spiegato cosa significava la linea, dal punto di vista legale.

L’Aia ha anche declassato quelle che potrebbero essere viste come isole allo stato di mucchio di rocce. Così non possono essere considerate territorio. La maggior parte del Mar Cinese Meridionale, infatti, viene dichiarata come acque internazionali neutrali.

Quindi, se stiamo parlando di rocce, le loro acque territoriali circostanti si fermano a sole 12 miglia nautiche. E, ovviamente, non si qualificano per lo status di Zona Economica Esclusiva (EEZ), che ha un raggio di 200 miglia nautiche.

Se nessuna EEZ viene applicata alle Spratly, quello che può accadere nel prossimo futuro è che Filippine, Malesia, Brunei e Vietnam potrebbero tracciare ciascuno le proprie linee in stile EEZ dalle loro principali isole o coste in quella sezione del Mar Cinese Meridionale – e reclamare i rispettivi diritti.

La sentenza significa problemi per le barriere Mischief e Subi – le due più grandi “formazioni” di terra nel Mar Cinese Meridionale dopo la grande rivendicazione cinese. Ora sono state declassate ad “affioramenti di bassa marea” – emergono al di sopra l’acqua solo con la bassa marea. Questo significa che queste due grandi basi cinesi nelle Spratly non avrebbero acque territoriali, nessuna EEZ, nulla, a parte una zona di sicurezza di 500 metri che le circonda.

Fate conoscenza con gli Scogli Spratly

E poi c’è lo straordinario caso di Taiping – la più grande “isola” delle Spratly, con una superficie di circa mezzo chilometro quadrato. Taiping è occupata dalla Repubblica di Cina, che come tutti sanno non è riconosciuta come una nazione sovrana dalle Nazioni Unite, dal tribunale dell’Aia, o da qualsiasi altra nazione del Sudest Asiatico.

Pechino non ha mai messo in discussione la rivendicazione di Taipei su Taiping. Ma, dato che Taiwan è parte della Cina, anche senza occupare fisicamente Taiping, Pechino potrebbe ancora rivendicare il diritto di tracciare una EEZ.

Le Filippine, da parte loro, hanno sostenuto che Taiping non ha né popolazione civile, né una vita economica sostenibile, in quanto si tratta di un presidio militare. L’Aia si è detta d’accordo. Così anche l’Isola Taiping è stata declassata allo status di “scoglio”. Niente EEZ di 200 miglia nautiche quindi, che sarebbe arrivata molto vicino alla provincia filippina di Palawan.

Quindi, in poche parole non sembrano esserci rimaste “isole” tra i più di 100 “scogli” delle Spratly. Allora è tempo di chiamarle Scogli Spratly?

Secondo il giudice, nessuna delle Spratly era “in grado di generare zone marittime estese… [e] dopo aver scoperto che nessuna delle caratteristiche rivendicate dalla Cina era in grado di generare una zona economica esclusiva, il tribunale ha scoperto che potrebbe – senza delimitare un confine – dichiarare che alcune zone marittime sono all’interno della zona economica esclusiva delle Filippine, così che quelle aree non si sovrappongano a ogni possibile rivendicazione della Cina”.

Ahia. Come se non bastasse, L’Aia ha anche condannato i progetti della Cina di rivendicazione territoriale – tutti – e la costruzione di isole artificiali su sette “scogli” delle Spratly, affermando che questi avrebbero causato “gravi danni per l’ambiente della barriera corallina e violato i suoi obblighi di preservare e proteggere gli ecosistemi fragili e l’habitat di specie in diminuzione, in pericolo o in via di estinzione”.

Dal 2012, tutte le isole Paracel sono sotto il controllo cinese. Quanto alle Spratly, sono un miscuglio; il Vietnam occupa 21 “caratteristiche”, le Filippine 9, la Cina 7, e la Malesia 5. La canzone, però, rimane la stessa; le questioni di sovranità non possono essere risolte in base al diritto internazionale, in quanto ricadono tutte al di fuori della giurisdizione dell’Aia.

Allora, cosa succede dopo – a parte un infinito mercanteggiare sulle conclusioni? Pechino e Manila devono parlare – in un modo che Pechino salvi la faccia; l’Associazione delle Nazioni del Sudest Asiatico (ASEAN) dovrebbe intensificare i suoi sforzi e agire come mediatore. Questo non significa che la Cina cesserà di creare “discussioni sul mare” – come nella maggior parte del Mar Cinese Meridionale. Dopo tutto, ha la potenza (militare). Con o senza una “linea a nove tratti”. E che riguardino o meno isole, scogli, “affioramenti di bassa marea” o un mucchio di rocce.

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Articolo di Pepe Escobar pubblicato da Russia Today e TheSaker.is il 12 Luglio 2016
Traduzione in Italiano a cura di Raffaele Ucci per SakerItalia.it