Gli americani sono impegnati con le prossime elezioni generali, una pandemia che ha ucciso oltre 200.000 di noi, e con i media aziendali il cui modello di business è degenerato fino a vendere diverse versioni del “Trump Show” ai loro inserzionisti. Allora chi ha tempo per prestare attenzione ad una nuova guerra a mezzo mondo di distanza? Ma con così grande parte del globo afflitto da 20 anni di guerre guidate dagli Stati Uniti [in inglese] e dalle conseguenti crisi politiche, umanitarie e di rifugiati, non possiamo permetterci di non prestare attenzione al pericoloso nuovo scoppio della guerra tra Armenia e Azerbaigian per il Nagorno Karabakh.

Armenia e Azerbaigian hanno combattuto una sanguinosa guerra per il Nagorno Karabakh dal 1988 al 1994, alla fine della quale almeno 30.000 persone erano state uccise e un milione o più erano fuggite o erano state cacciate dalle loro case. Nel 1994 le forze armene avevano occupato il Nagorno Karabakh e sette distretti circostanti, tutti riconosciuti a livello internazionale come parti dell’Azerbaigian. Ma ora la guerra è scoppiata di nuovo, centinaia di persone sono state uccise, ed entrambe le parti stanno bombardando obiettivi civili e terrorizzando a vicenda le popolazioni civili.

Il Nagorno Karabakh è stata per secoli una regione etnicamente armena. Dopo che l’Impero Persiano cedette questa parte del Caucaso alla Russia nel Trattato di Golestan nel 1813, il primo censimento dieci anni dopo identificava la popolazione del Nagorno Karabakh come al 91% armena. La decisione dell’URSS di assegnare il Nagorno-Karabakh alla Repubblica Socialista Sovietica Azera nel 1923, così come la sua decisione di assegnare la Crimea alla Repubblica Socialista Sovietica Ucraina nel 1954, fu una decisione amministrativa, le cui pericolose conseguenze divennero chiare solo quando l’URSS Iniziò a disintegrarsi alla fine degli anni ‘80.

Nel 1988, in risposta alle proteste di massa, il Parlamento del Nagorno Karabakh votò 110-17 a favore del suo trasferimento dalla Repubblica Socialista Sovietica Azera alla Repubblica Socialista Sovietica Armena; ma il governo sovietico respinse la richiesta e la violenza interetnica aumentò. Nel 1991, il Nagorno Karabakh e la vicina Regione di Shahumian a maggioranza armena, hanno tenuto un referendum sull’indipendenza e hanno dichiarato l’indipendenza dall’Azerbaigian come Repubblica dell’Artsakh, il suo storico nome armeno. Quando la guerra finì nel 1994, il Nagorno Karabakh e la maggior parte del territorio circostante erano in mano armena, e centinaia di migliaia di rifugiati erano fuggiti in entrambe le direzioni.

Ci sono stati scontri dal 1994, ma il conflitto attuale è il più pericoloso e mortale. Dal 1992, i negoziati diplomatici per risolvere il conflitto sono stati guidati dal “Gruppo di Minsk”, formato dall’Organizzazione per la Cooperazione e la Sicurezza in Europa (OSCE) e guidato da Stati Uniti, Russia e Francia. Nel 2007, il Gruppo di Minsk si è incontrato con i funzionari armeni e azeri a Madrid, e ha proposto un quadro per una soluzione politica, noto come Principi di Madrid.

I Principi di Madrid restituirebbero all’Azerbaigian cinque dei dodici distretti della Regione di Shahumyan, mentre i cinque distretti del Naborno Karabakh e due distretti tra Nagorno Karabakh e Armenia voterebbero in un referendum per decidere il loro futuro, del quale entrambe le parti si impegnerebbero ad accettare i risultati. Tutti i rifugiati avrebbero il diritto di tornare alle loro vecchie case.

Ironia della sorte, uno degli oppositori più accesi dei Principi di Madrid è l’Armenian National Committee of America (ANCA) [in inglese], un gruppo di pressione della diaspora armena negli Stati Uniti. Sostiene le rivendicazioni armene sull’intero territorio conteso, e non confida che l’Azerbaigian rispetti i risultati di un referendum. Vuole anche che il governo de facto della Repubblica dell’Artsakh possa partecipare ai negoziati internazionali sul suo futuro, il che probabilmente è una buona idea.

D’altra parte, il governo azero del presidente Ilham Aliyev ha ora il pieno appoggio della Turchia per la sua richiesta che tutte le forze armene debbano disarmarsi o ritirarsi dalla regione contesa, che è ancora internazionalmente riconosciuta come parte dell’Azerbaigian. Secondo quanto riferito, la Turchia sta pagando mercenari jihadisti dalla Siria settentrionale occupata dalla Turchia per andare a combattere per l’Azerbaigian, sollevando lo spettro degli estremisti Sunniti che esacerbano un conflitto tra armeni Cristiani e azeri Musulmani, per lo più Sciiti.

A prima vista, nonostante le posizioni intransigenti, questo conflitto furioso e brutale dovrebbe essere risolto dividendo i territori contesi tra le due parti, come hanno tentato di fare i Princìpi di Madrid. Gli incontri a Ginevra e ora a Mosca sembrano fare progressi verso un cessate il fuoco e un rinnovamento della diplomazia. Venerdì 9 ottobre i due ministri degli Esteri avversari [in inglese] si sono incontrati per la prima volta a Mosca, in un incontro mediato dal ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, e sabato hanno concordato una tregua temporanea per recuperare i corpi dei caduti e scambiare i prigionieri.

Il pericolo maggiore è che la Turchia, la Russia, gli Stati Uniti o l’Iran vedano un vantaggio geopolitico nell’escalation o nel venire maggiormente coinvolti in questo conflitto. L’Azerbaigian ha lanciato la sua attuale offensiva con il pieno appoggio del presidente turco Erdogan, che sembra utilizzarlo per dimostrare il rinnovato potere della Turchia nella regione e rafforzare la sua posizione nei conflitti e controversie su Siria, Libia, Cipro, l’esplorazione petrolifera nel Mediterraneo orientale e la regione in generale. Se è così, quanto tempo ci vorrà prima che Erdogan dica che basti, e la Turchia possa controllare la violenza che sta scatenando, come ha tragicamente fallito in Siria [in inglese]?

La Russia e l’Iran non hanno nulla da guadagnare e tutto da perdere dall’escalation della guerra tra Armenia e Azerbaigian, ed entrambi chiedono la pace. Il popolare Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan è salito al potere dopo la “Rivoluzione di Velluto” armena del 2018, e ha seguito una politica di non allineamento tra Russia e Occidente, anche se l’Armenia fa parte dell’alleanza militare russa del CSTO. La Russia deve difendere l’Armenia se viene attaccata dall’Azerbaigian o dalla Turchia, ma ha chiarito che tale impegno non si estende al Nagorno Karabakh. Anche l’Iran è più strettamente allineato con l’Armenia che con l’Azerbaigian, ma la sua numerosa popolazione azera [in inglese] è scesa in piazza per sostenere l’Azerbaigian e protestare contro il pregiudizio del governo nei confronti dell’Armenia.

Per quanto riguarda il ruolo distruttivo e destabilizzante che gli Stati Uniti svolgono abitualmente nel grande Medio Oriente, gli americani dovrebbero stare attenti a qualsiasi tentativo di sfruttare questo conflitto per fini statunitensi egoistici. Ciò potrebbe includere alimentare il conflitto per minare la fiducia dell’Armenia nella sua alleanza con la Russia, e attirarla in un allineamento più occidentale e filo-NATO. Oppure gli Stati Uniti potrebbero esacerbare e sfruttare i disordini nella comunità azera iraniana come parte della loro campagna di “massima pressione[in inglese] contro l’Iran.

A qualsiasi suggerimento che gli Stati Uniti stiano sfruttando o pianificando di sfruttare questo conflitto per i propri fini, gli americani dovrebbero ricordare i popoli di Armenia e Azerbaigian, le cui vite vengono perse o distrutte [in inglese] ogni giorno in cui infuria questa guerra, e dovrebbero condannare e opporsi a qualsiasi tentativo di prolungare o peggiorare il loro dolore e la loro sofferenza a vantaggio geopolitico degli Stati Uniti.

Gli Stati Uniti dovrebbero invece cooperare pienamente con i loro partner nel Gruppo di Minsk dell’OSCE per sostenere un cessate il fuoco e una pace negoziata duratura e stabile che rispetti i diritti umani e l’autodeterminazione di tutto i popoli di Armenia e Azerbaigian.

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Articolo di Nicolas J. S. Davies pubblicato su Counterpunch il 12 ottobre 2020
Traduzione in italiano a cura di Raffaele Ucci per Saker Italia.

[le note in questo formato sono del traduttore]

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