Il 27 settembre è scoppiata una nuova guerra regionale nel Caucaso meridionale a seguito del conflitto tra Armenia e Azerbaijan sulla contesa regione del Nagorno-Karabakh.

Nei primi anni ’90 le forze filo-armene avevano conquistato la regione scatenando un conflitto tra Armenia e Azerbaijan. Un intervento russo nel maggio 1994 aveva fermato l’ulteriore sviluppo delle ostilità e la prevista offensiva delle forze filo-azere.

Durante la crisi politica del 2018 in Armenia hanno preso il potere forze de facto filo-occidentali, guidate dall’attuale Primo Ministro Nikol Pashinyan, che non hanno rafforzato le posizioni armene nella disputa territoriale. Ha giocato un ruolo anche la politica del doppio standard del governo armeno, che di fatto dirigeva azioni anti-russe ma continuava a proclamarsi filo-russo. Per anni la Russia è stata l’unico garante della statualità armena, e l’unica forza in grado di salvarla in caso di un attacco turco-azero su vasta scala. Ciononostante, la leadership armena è stata piuttosto brava nel danneggiare la partnership strategica con il Paese vicino.

Dall’altra parte, la situazione politica ed economica in Azerbaijan era molto più stabile. Baku è stata capace anche di allacciare delle buone relazioni con la Russia. Lo sviluppo di una partnership strategica con la Turchia, un’alleata naturale e storica del Paese, e il rafforzamento delle posizioni turche nel Grande Medio Oriente hanno portato ad un atteso tentativo dell’Azerbaijan di ristabilire il suo controllo sui territori contesi.

L’avanzata dell’Azerbaijan è iniziata la mattina del 27 settembre, e il giorno successivo l’esercito azero ha dichiaro di aver conquistato sette villaggi e molte alture chiave nelle aree di Fuzuli e Jabrayil. L’esercito ha anche annunciato che l’Azerbaijan ha occupato l’altura di Murov sulla catena montuosa del Murovdag, e ha messo sotto tiro la strada Vardenis-Aghdar, che collega il Karabakh con l’Armenia. Il Ministro della Difesa ha affermato che in questo modo si impedirà il trasporto di ulteriori truppe ed equipaggiamenti provenienti dall’Armenia in direzione delle regioni di Kelbajar e Aghdar nel Karabakh.

Il Ministro della Difesa azero ha dichiarato inoltre che più di 550 soldati armeni sono stati uccisi, e che sono stati distrutte dozzine di pezzi di equipaggiamento armeno, tra cui almeno 15 sistemi di difesa aerea Osa, 22 carri armati e 8 cannoni di artiglieria.

L’Azerbaijan definisce l’avanzata in corso una “controffensiva” necessaria per porre fine alle violazioni del cessate il fuoco da parte dell’Armenia e per proteggere i civili. Il Presidente Ilham Aliyev ha decretato la legge marziale, e ha promesso di “ripristinare la giustizia storica” e “l’integrità territoriale dell’Azerbaijan”. La Turchia ha immediatamente dichiarato il suo pieno sostegno all’Azerbaijan, e di essere pronta ad aiutarlo in ogni modo richiesto, incluso il supporto militare.

A sua volta, l’esercito armeno ha ammesso che l’Azerbaijan ha conquistato alcune posizioni vicino a Talish, ma ha negato che sia stata interrotta la strada Vardenis-Aghdar; dichiara, inoltre, che almeno 200 soldati azeri sono stati uccisi, e sono stati distrutti 30 veicoli corazzati e 20 droni. Il Ministro della Difesa armeno ha detto anche di avere informazioni sul coinvolgimento turco nel conflitto, cioè sull’utilizzo di armi turche, e la presenza di mercenari legati alla Turchia. In precedenza, c’erano state notizie sul dispiegamento da parte della Turchia di membri di gruppi siriani in Azerbaijan. Arayik Harutyunyan, Presidente della Repubblica del Nagorno-Karabakh, ha dichiarato pubblicamente che il suo Paese è in guerra sia con l’Azerbaijan che con la Turchia.

Anche l’establishment di Washington, che ha aiutato Pashinyan a prendere il potere, non si sta precipitando ad aiutare il suo “nuovo amico” in Armenia: vedono la regione del Nagorno-Karabakh come un punto di possibile conflitto tra Russia e Turchia (cosa utile per promuovere l’agenda americana nel Grande Medio Oriente). L’instabilità nel Caucaso meridionale, vicino ai confini di Russia e Iran, contribuisce anche agli interessi geopolitici degli Stati Uniti. Il governo Pashinyan non dovrebbe, quindi, aspettarsi alcun aiuto concreto da parte della “superpotenza democratica”.

D’altra parte, il coinvolgimento diretto della Russia e quindi dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva in aiuto all’Armenia è improbabile fino a quando non ci sarà un attacco diretto sul suo territorio. Mosca potrebbe intervenire nel conflitto sia sul piano politico che militare, ma solo nella misura necessaria a prevenire violazioni dei confini armeni. Se la regione fosse conquistata dall’Azerbaijan, la Russia non sosterrebbe gli sforzi militari per ripristinare il controllo armeno sul Nagorno-Karabakh.

Se la guerra regionale tra Azerbaijan e Armenia si sviluppa ulteriormente nella direzione attuale, l’Armenia potrebbe perdere almeno una parte delle sue posizioni nella regione contesa. Nello scenario peggiore per la leadership armena, l’Azerbaijan, con l’aiuto della Turchia, avrà una possibilità concreta di ripristinare il suo controllo su gran parte della contesa regione del Nagorno-Karabakh.

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Articolo di South Front pubblicato su The Saker il 28 settembre 2020
Traduzione in italiano a cura di Elvia Politi per Saker Italia.
[I commenti in questo formato sono del traduttore]


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