La prima ondata

In Francia, nell’ottobre 2018, c’è stata la protesta di una donna non udente proveniente da una cittadina di campagna. I leader del Paese e i media sono rimasti sbalorditi nello scoprire l’esistenza di una classe sociale che non conoscevano e che non avevano mail incontrato prima: una piccola borghesia esclusa dalle grandi città e relegata nel “deserto francese”, un’area in cui i servizi pubblici sono limitati e il trasporto pubblico è inesistente.

Questa protesta, che in alcuni posti si è trasformata in una rivolta, è stata innescata dall’aumento della tassa sul petrolio volta a ridurre il consumo di carburante, finalizzato al raggiungimento degli obiettivi dell’Accordo sul Clima di Parigi. Questi cittadini erano stati colpiti più di altri da questo aumento perché vivevano lontano da tutto e non avevano opzioni di trasporto, se non i loro mezzi personali.

Dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, l’economia mondiale si è riorganizzata. Centinaia di milioni di posti di lavoro sono stati trasferiti dall’Occidente alla Cina. La maggior parte di coloro che hanno perso il lavoro, hanno dovuto accettare lavori con inferiore retribuzione. Sono stati costretti a lasciare le grandi città, che erano diventate troppo costose per loro, e a trasferirsi nei sobborghi [in inglese].

I Gilet Gialli hanno ricordato al resto della società che esistono, e che non possono contribuire per combattere la “fine del mondo” se non sono prima aiutati a combattere per la loro “fine del mese”. Hanno denunciato la sconsideratezza dei leader politici che, dai loro uffici della capitale, non potevano vedere la loro sofferenza [in inglese].

Nei loro eventi i Gilet Gialli hanno sempre sventolato la bandiera francese, un simbolo assente dagli eventi organizzati dagli ambientalisti.

I primi dibattiti politici tra esponenti della politica e alcuni dei personaggi di spicco dei Gilet Gialli sono stati ancora più sorprendenti: i politici hanno proposto delle misure di settore per rendere accessibile il prezzo della benzina, e loro gli hanno risposto tranquillamente in merito ai disastri causati dalla globalizzazione finanziaria. I primi sembravano confusi e datati, mentre i secondi erano gli unici con una visione d’insieme. La competenza si è spostata dai politici ai loro elettori.

Fortunatamente per la classe governante, i media hanno scartato questi piantagrane e li hanno sostituiti con altri dimostranti, che esprimevano forzatamente la loro rabbia senza la stessa intelligenza. L’inasprimento del conflitto, sostenuto dalla maggioranza della popolazione, ha suscitato le paure di una possibile rivoluzione. In preda al panico, il presidente Emmanuel Macron si è rifugiato per dieci giorni nel suo bunker sotto il palazzo dell’Eliseo, cancellando tutti gli appuntamenti. Aveva pensato di dimettersi e aveva chiamato il Presidente del Senato perché fosse presidente ad interim. Quest’ultimo ha rifiutato. Tornato in sé, è apparso alla televisione per annunciare varie misure sociali. Ma nessuna di queste concessioni riguardava i Gilet Gialli, perché lo Stato ancora non sapeva chi fossero.

Tutti gli studi di opinione tendono a mostrare che questa protesta non è un rifiuto della politica ma, al contrario, una volontà politica di ripristinare l’interesse generale, cioè la Repubblica (Res Publica).

I cittadini sono più o meno soddisfatti della Costituzione, ma non del modo in cui è stata usata. Il loro rifiuto è, prima di tutto, un rifiuto del comportamento dell’apparato politico nel suo insieme, non delle istituzioni.

Quindi, per prendere in mano la situazione, il presidente Emmanuel Macron ha deciso di organizzare in ogni comune un “Grande Dibattito Nazionale”, in qualche modo simile agli Stati Generali del 1789. Ogni cittadino si poteva esprimere. Le proposte sarebbero state riassunte e prese in considerazione.

Fin dai primi giorni, il presidente ha cercato di controllare l’espressione popolare. Era una questione di non lasciare che la folla dicesse qualcosa. “Immigrazione”, “interruzione volontaria della gravidanza”, “pena di morte” e “matrimonio per tutti” dovevano essere esclusi dal dibattito. Così, mentre il presidente pensava di essere un “democratico”, era diffidente nei confronti del Popolo.

Naturalmente tutti i gruppi possono essere dominati dalle passioni. Durante la Rivoluzione Francese, i Sanculotti erano capaci di interrompere il dibattito delle assemblee lanciando dalle gallerie invettive sui membri. Ma non c’era ragione di aspettarsi che i sindaci sarebbero stati sopraffatti dai loro elettori.

L’organizzazione del “Grande Dibattito Nazionale” era di responsabilità della Commissione Nazionale per il Dibattito Pubblico. La Commissione intendeva garantire la libera espressione di ciascun cittadino, mentre il presidente intendeva limitarla a quattro temi: “transizione ecologica”, “tassazione”, “democrazia e cittadinanza”, “organizzazione dello Stato e dei pubblici servizi”.

La Commissione è stata quindi ringraziata e sostituita da due ministri. Sono stati dimenticati disoccupazione, relazioni sociali, dipendenza degli anziani, immigrazione e sicurezza.

Il presidente allora è salito sul palco. Ha partecipato a molti incontri televisivi durante i quali ha risposto a tutte le domande fatte, intrise della sua stessa competenza. Il piano si era evoluto da ascoltare le preoccupazioni dei cittadini a rispondergli che erano ben governati.

In tutta la Francia, i Gilet Gialli hanno organizzato petizioni per la creazione di un referendum di iniziativa popolare

Dopo tre mesi, 10.000 incontri e 2.000.000 di contributi, è stata consegnata una relazione ed è stata archiviata in un armadio. Contrariamente a quanto afferma questa sintesi, gli interventi dei partecipanti al “Grande Dibattito Nazionale” hanno affrontato i temi dei vantaggi dei rappresentanti eletti, della tassazione e del potere di acquisto, dei limiti di velocità sulle strade, dell’abbandono delle aree rurali e dell’immigrazione. Non solo questo esercizio di stile non ha mosso le cose ma ha dato la prova ai Gilet Gialli che il presidente vuole parlare con loro ma non li vuole ascoltare.

Dato che ti dicono che siamo democratici

Non durante il “Grande Dibattito Nazionale”, ma durante le dimostrazioni, molti Gilet Gialli hanno fatto riferimento a Étienne Chouard [in inglese]. Quest’uomo ha per circa dieci anni girato la Francia in lungo e in largo, assicurando ai suoi interlocutori che una Costituzione è legittima solo se redatta dai suoi cittadini. Lui quindi esorta la formazione di un’assemblea costituente a sorteggio e un referendum di approvazione di quanto ne risulti.

Il presidente Emmanuel Macron ha risposto con la creazione di un’assemblea a sorteggio, una “Convenzione di Cittadini”. Nella continuità con il “Grande Dibattito Nazionale”, dal primo giorno, ha alterato l’idea che stava realizzando. Non si trattava di redigere una nuova Costituzione, ma di perseguire uno dei quattro temi che aveva già imposto.

Ma lui non considerava il sorteggio un mezzo per superare i privilegi goduti da certe classi sociali o per eludere quelli dei partiti politici. L’ha affrontato come un mezzo per guadagnare una migliore comprensione della volontà popolare, come fanno gli istituti demoscopici. Lui ha perciò diviso la popolazione in categorie socio-professionali e per regione. I membri sono poi stati estratti a sorte da quei differenti gruppi per formare un gruppo di intervistati. La definizione di questi gruppi non è stata resa pubblica. Inoltre, ha affidato l’organizzazione dei dibattiti a una azienda specializzata nella creazione di “panel”, quindi il risultato è stato quello di un sondaggio: questa assemblea non ha fatto alcuna proposta originale ma ha semplicemente dato le priorità sulle proposte che le erano state presentate.

Un tale processo è molto più formale di un sondaggio, ma non è democratico, dato che i suoi membri non sono mai stati in grado di esercitare alcuna iniziativa. Le proposte di maggior consenso saranno trasmesse al Parlamento o sottoposte al voto popolare in un referendum. Ma l’ultimo referendum in Francia, di quindici anni fa, non viene ricordato con affetto: il Popolo ha censurato la politica del governo che venne malgrado tutto perseguita con altri mezzi a dispetto dei cittadini.

La totale e illusoria natura dell’assemblea dei cittadini si è rivelata con una proposta che i suoi membri hanno dichiarato di non voler sottoporre a referendum, perché il Popolo, che loro avrebbero dovuto rappresentare, l’avrebbe sicuramente respinta. Facendo così, hanno ammesso che avevano adottato una proposta seguendo le argomentazioni che gli erano state presentate ma sapendo che il Popolo avrebbe ragionato diversamente.

Non lo dico io, lo dicono gli scienziati

Quando è scoppiata l’epidemia del Covid-19, il presidente Emmanuel Macron è stato convinto della serietà del pericolo dallo statistico inglese Neil Ferguson. Ha deciso di proteggere la popolazione applicando il generalizzato e obbligatorio lockdown, raccomandato dall’ex team di Donald Rumsfeld. Si è protetto dalle critiche costituendo un “Consiglio Scientifico”, a cui ha dato personalità giuridica convinto che fosse inconfutabile.

Solo una voce autorevole si è levata contro questa strategia: uno dei più eminenti esperti di malattie infettive al mondo, il professore Didier Raoult. Alla fine della crisi, ha testimoniato davanti al comitato parlamentare. Secondo lui, Neil Ferguson è un impostore; il Consiglio Scientifico – da cui si è dimesso – è manipolato dai conflitti di interesse con la Gilead Science (l’ex azienda di Donald Rumsfeld); in una situazione di emergenza, il ruolo dei dottori è curare, non sperimentare; i risultati dei dottori dipendono dal loro concezione della loro professione, che è la ragione per cui i pazienti affidati agli ospedali di Parigi avevano un probabilità tre volte superiore di morire rispetto a quelli ricoverati negli ospedali di Marsiglia.

Le osservazioni di Didier Raoult non sono state analizzate dai media, che hanno dedicato il loro lavoro alla reazione indignata della nomenklatura amministrativa e medica. Tuttavia, la questione della competenza del Presidente della Repubblica, del suo Governo e della élite medica è stata appena sollevata da un indiscusso membro dell’élite medica.

La seconda ondata

Il primo turno di elezioni municipali si sono svolte all’inizio della crisi sanitaria il 15 marzo 2020. Le città periferiche e le aree rurali, la terra dei Gilet Gialli, hanno spesso raggiunto la maggioranza per eleggere al primo turno i loro sindaci. Come al solito, le cose sono stato più complicate nelle grandi città. Un secondo turno si è tenuto alla fine della crisi, il 28 giugno. Si era quindi avviata una nuova fase.

Sei elettori su dieci, scottati dal “Grande Dibattito Nazionale” e indifferenti rispetto alla “Convenzione dei Cittadini”, non sono andati a votare.

Ignorando questa protesta silenziosa, i media hanno interpretato il voto di minoranza come un “trionfo degli ambientalisti”. Sarebbe stato più preciso dire che i sostenitori della lotta contro la “fine del mondo” hanno definitivamente divorziato dai sostenitori della lotta per la “fine del mese”.

I sondaggi di opinione ci assicurano che il voto ambientalista è principalmente quello dei dipendenti pubblici. E’ una costante in tutti i processi pre-rivoluzionari: se si sentono connesse al potere, le persone intelligenti sono accecata e non capiscono che cosa sta succedendo davanti ai loro occhi.

Dal momento che la Costituzione non prevede questa frattura interna al Popolo, non è stato stabilito alcun quorum secondo cui questo scrutinio sia valido, sebbene non democratico, in tutto le grandi città. Nessuno dei sindaci, anche se eletti da solo un quinto (o anche meno) degli elettori, ha richiesto l’annullamento della votazione.

Nessun regime può continuare senza l’appoggio del proprio popolo. Se questo sciopero delle urne si ripete alle elezioni del Presidente della Repubblica a maggio 2022, il sistema crollerà. A nessuno dei leader politici sembra interessare.

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Articolo di Thierry Meyssan pubblicato su Oriental Review il 13 luglio 2020
Traduzione in italiano a cura di Elvia Politi per Saker Italia.

[I commenti in questo formato sono del traduttore]


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