Diplomazia: indipendenza ed equilibrio

Eccellenze,

Signore e signori ambasciatori,

Signore e signori,

Questa sera vi parlerò della Francia nel mondo.

Di ciò che è la Francia, di quello che vuole, nel mondo nello stato in cui è.

Vi parlerò del posto che le appartiene e del ruolo a cui dovrebbe attenersi.

Del ruolo che ha avuto e del ruolo che le riconosco.

Vi parlerò della politica che condurrò per quanto riguarda le relazioni internazionali, della pace e della sicurezza.

In questo mondo pericoloso, la Francia deve pienamente giocare il suo ruolo per ristabilire il dialogo fra le Nazioni, sedare le tensioni che aumentano e prevenire le guerre che potrebbero esserne il risultato distruttore.

Deve prendere dunque iniziative in questa direzione, iniziative che sono suggerite dalla sua storia, dalla sua indipendenza e dalla sua influenza. Deve prenderle perché è sua responsabilità.

Vi parlerò inoltre di ciò che ritengo essenziale: ciò che la Francia deve dare al mondo, perché è la Francia e anche perché siamo Francesi.

Il mondo com’è oggi e non come vorrei che fosse; la Francia com’è oggi, non come vorrei che fosse, ecco da dove comincia tutto.

Le parole, le idee, i discorsi dove si camuffano le realtà, non cambiano nulla ai fatti che vengono imposti a tutti gli attori, e che vengono loro imposti sempre più brutalmente qualora venisse loro voglia di ignorarli. La negazione della realtà si paga cara.

L’indebolimento della Francia, la perdita di posizioni della Francia nel mondo hanno l’origine comune nel rifiuto di ammettere la realtà.

L’abbiamo sostituita con delle idee generali, delle emozioni artificiali e un moralismo a geometria variabile.

Rifiuto il ritiro. Rifiuto l’allineamento.

Ecco perché il primo asse della politica estera francese sarà quello di riconnettersi con le realtà globali.

Riprendere il contatto con queste realtà sarà oltretutto un risollevarsi per percepire le mutazioni fondamentali alle quali siamo confrontati.

Nel momento in cui una classe politica vorrebbe ridurre l’analisi dell’immigrazione a dei gesti di compassione, sostengo che sia irresponsabile non vedere in questi grandi movimenti di popolazioni una problematica geopolitica maggiore e, in certi casi, una minaccia all’equilibrio e la pace nel mondo.

Nessun continente è risparmiato da queste migrazioni.

Nessun paese può dirsi indifferente: sia perché vede le élite fuggire, sia perché è vittima della urbanizzazione delle sue popolazioni rurali negli affollamenti urbani che sfuggono ad ogni ragione umana; sia perché viene attraversato da movimenti di masse migratorie al punto da esserne destabilizzato, sia perché diventa gestore forzato della miseria nel mondo senza avere sempre gli strumenti per fronteggiarla.

Conoscere per comprendere e per agire.

Questa è la condizione indispensabile per la presenza della Francia nel dibattito strategico che ha abbandonato, ed è la condizione della strategia nazionale di pace, d’influenza e potenza che chiederò al mio governo di condurre.

Il principio di realtà viene imposto sempre prima o poi, e molto più dolorosamente quando tarda a venire.

L’illusione di potenza porta ai peggiori errori quando permette di non riconoscere le sconfitte e le colpe. L’invasione dell’Iraq e lo scioglimento dell’esercito iracheno sono state una colpa, moltiplicata dal ritiro precipitoso delle forze americane.

Il sostegno agli islamici cosiddetti “moderati” in Siria è stato e rimane tutt’ora un errore.

Queste colpe e questi errori hanno una origine comune: la negazione delle forze reali all’opera, che sono le forze storiche, le idee, le ideologie, le religioni e le origini.

Questi errori di valutazione hanno un grave spiegazione; una falsa ingenuità che finge una visione binaria del mondo, che separerebbe i buoni dai cattivi e renderebbe così i nemici dei nostri nemici nostri buoni alleati.

Di fronte al regime di Bashar al Assad abbiamo visto le potenze occidentali aiutare le milizie islamiche che combattono per lo straniero.

I russi non faticano a ricordare il saccheggio delle risorse del paese che dei giovani consulenti, usciti di fresco dalla scuola di Chicago, hanno organizzato negli anni ’90 con i loro complici nell’entourage di Boris Yeltsin.

E come non constatare che il rapporto parlamentare britannico riguardo le responsabilità dell’invasione dell’Iraq mette in primo piano l’aver ignorato la realtà e la conoscenza insufficiente del terreno?

Lo vediamo in politica estera, anche i fatti sono ostinati.

La franchezza è un marchio di rispetto.

Per esempio le bugie che hanno ammantato l’apertura del processo di adesione della Turchia, contro la volontà palese degli europei, trovano il loro equivalente nelle menzogne e le falsità che hanno accompagnato i negoziati sul trattato di libero scambio con il Canada, concluso grazie ad un artificio istituzionale contro il parere reale dei paesi membri.

Esso sarà inevitabilmente rimesso in causa.

Io ho la franchezza di dirlo.

Tutto ciò non è degno della Francia, fa aleggiare sull’Unione un’aria di tradimento, e soprattutto non è rispettoso nei confronti delle grandi nazioni che sono, nella fattispecie, Turchia o Canada.

Voglio far progredire la qualità delle relazioni internazionali della Francia, con questi paesi come con tanti altri, e la franchezza giocherà un ruolo predominante in questo necessario processo.

Rispettare le realtà del mondo equivale a vederlo com’è nella sua diversità, e non vederlo attraverso il prisma di un centrismo occidentale che non ha più ragione di essere.

I popoli hanno un’identità, una storia, essi hanno una cultura e perseguono i loro interessi nazionali, come vengono compresi in un dato momento e in una data situazione.

Alcuni lo condannano. Io me ne compiaccio.

In aggiunta, una misurata analisi della storia dimostra la costanza nell’anima dei popoli.

Mette in risalto il fatto che i popoli inseguono i medesimi scopi attraverso i secoli, e che sovente le stesse passioni politiche li animano anche se la loro espressione può cambiare o evolvere.

Non sono i sostenitori della Brexit che hanno detto “ogni volta che l’Inghilterra avesse avuto la scelta tra l’Europa e tutto il resto del mondo, avrebbe scelto tutto il resto”, è Winston Churchill!

Sotto titoli e nomi che cambiano attraverso i vari regimi politici, l’anima dei popoli rinasce sempre invariabilmente e si confronta ai medesimi dati fisici; i popoli esprimono sempre la loro passione a voler rimanere ciò che sono, a decidere del loro destino, a scegliere i loro alleati, a trasmettere la loro cultura.

  • Guardate la Turchia che riprende il suo ruolo storico di capofila dell’islam sunnita;
  • Guardate l’Iran che si afferma inesorabilmente come potenza regionale;
  • Guardate il Sahel dove continua il conflitto secolare tra nomadi e sedentari;
  • Guardate come l’India si afferma sia nella sua identità culturale multi-millenaria che nel suo formidabile sviluppo economico, vera spinta nel mondo moderno.

Questo paese, che raggruppa un sesto dell’umanità, sa alimentare una sostenuta crescita grazie al rispetto del suo essere. Questo esempio incita alla riflessione.

L’esperienza prova anche che la continuità, la permanenza stessa, condizionano la storia a lungo termine e che occorre fare dei passi indietro e allargare la visione per distinguere, sotto il chiasso che l’avvolge, il senso della storia attuale.

Le singolarità dei popoli del mondo non sono necessariamente solubili nel mercato.

Coloro che pensano che il merchandising del mondo risolverebbe dei particolarismi nel gran movimento di livellamento culturale programmato, ignorano semplicemente l’anima dei popoli.

D’altronde queste singolarità non si cancellano mai davanti alle solenni dichiarazioni o intimidazioni da parte delle grandi potenze.

I valori che ci appartengono, ai quali siamo legittimamente attaccati non sono i valori dell’Asia, dell’Africa o del mondo russo.

Pretendere di imporre loro con il denaro, con l’influenza, o peggio con la forza, questi valori non portano ad altro che accendere i fuochi della violenza fondata sull’umiliazione e sul risentimento.

Viviamo in un mondo nel quale i popoli affrancati dalle illusioni del comunismo come dalle menzogne del liberalismo finanziario e del globalismo, provano delusione proporzionalmente alle loro precedenti speranze.

Cercano di uscirne e trovano nella Nazione i mezzi per raggiungere il loro scopo.

La visione politica che difendo per il mio paese è quella della persistenza di una nazione uni-culturale, ossia una nazione unita dalla sua cultura, a prescindere dall’origine di coloro che la compongono.

Questo diritto alla cultura propria che reclamo per la Francia, questo diritto che riconosco a tutti i popoli mi porta a difendere un concetto multi-culturale del mondo, un riconoscimento della diversità culturale degli uomini.

L’avete capito, non desidero promuovere un qualsiasi modello francese o occidentale.

Non desidero promuovere un qualunque sistema che abbia valore universale, ma al contrario, promuovere il rispetto delle culture, il rispetto delle libertà dei popoli.

Dentro di me porto la convinzione che la rigogliosa diversità delle culture nasca da questa visione della civiltà e che questo concetto del mondo è il più grande dono che la Francia possa offrirgli.

La Francia deve rispettare l’uguale dignità delle Nazioni e dei popoli; essa intende proteggere la loro integrità, la loro singolarità e la loro sovranità così come intende proteggere la sua stessa singolarità.

La differenza nazionale è la più universale delle passioni politiche.

Promuovere la non-ingerenza, la sovranità degli Stati e la libertà politica delle Nazioni, è la strada del vero universalismo, quello delle differenze, delle culture e delle civiltà, che non possono esistere se non pluraliste, e che la mondializzazione trasforma in caricatura turistica o mercanzia di scarso valore.

In questa logica, intendiamo riallacciarci a ciò che fu l’azione diplomatica del nostro paese, l’azione diplomatica di una grande potenza, ascoltata e rispettata perché rispettosa di un’azione diplomatica il cui prestigio faceva della Francia un riferimento mondiale.

Come capo di Stato, baserò la nostra diplomazia su due pilastri: l’indipendenza e l’equilibrio, avendo principalmente a cuore la difesa dei nostri interessi.

L’indipendenza, poiché la logica dei blocchi proviene dallo spirito di scontro e che i Francesi, come il resto del mondo che rifiuta un qualunque allineamento, si aspettano invece che il nostro paese sia la voce di un mondo multipolare.

Questa politica di indipendenza si fonderà, in ogni situazione, su una strategia globale, una visione chiara di ciò che difendiamo e di ciò per cui lottiamo.

Sapremo riconoscere e individuare il nemico principale, colui che mina l’integrità del nostro territorio, l’identità della nazione, l’unità del popolo francese, colui che intende sottometterci alle sue leggi, ai suoi costumi, ai suoi interessi.

Abbiamo pagato, lo sappiamo bene, il prezzo della guerra.

Ma abbiamo anche dovuto subire l’occupazione, abbiamo visto fucilare i combattenti della Francia, e abbiamo conosciuto ciò che sono stati i campi di sterminio.

Paradossalmente dobbiamo a noi stessi, e lo dobbiamo al mondo intero, il ricordare che c’è di peggio della guerra,

– c’è l’umiliazione nazionale;

– c’è la sopraffazione del suo territorio;

– c’è la sottomissione di un popolo a leggi, principi e lotte che non sono i suoi.

Dovesse mai tornare il tempo della vergogna, il tempo dell’invasione, il tempo della schiavitù, la Francia dovrebbe per prima destarsi per dire al mondo che non vi sono sacrifici abbastanza grandi, lotte abbastanza cruente, resistenze abbastanza risolute per lavare l’umiliazione dell’invasione e della schiavitù.

Lo dico oggi davanti a voi; per assicurare l’indipendenza della Francia e la libertà dei Francesi non vi è prezzo da pagare troppo elevato, non c’è lotta che sia troppo spaventosa per essere condotta.

In questo quadro è chiaro che la politica della Francia si decide a Parigi, e che nessun alleato, nessun trattato, nessuna alleanza potrà mai decidere della politica della Francia al posto suo.

E’ altrettanto chiaro che la Francia assume essa stessa la difesa del suo territorio, che intraprende le azioni necessarie e giuste per garantire la sicurezza del suo territorio, dei suoi interessi e dei suoi cittadini senza dipendere da alcuno.

Deve essere chiaro che non mancheranno mezzi, sacrifici o armi se l’indipendenza della Francia fosse minacciata e che la dissuasione nucleare dovrà pesare nell’indipendenza della Francia nei confronti di chiunque pretendesse sottometterla.

Veglierò affinché la Francia conservi i mezzi per la sua sicurezza quando li possiede e li acquisisca qualora vi avesse rinunciato, all’interno come all’esterno delle sue frontiere.

Prevedo che il bilancio della Difesa venga costituzionalizzato al 2% e che tenda al 3% del prodotto interno lordo alla fine del quinquennio, al fine di ritrovare un livello compatibile con l’autonomia della nostra difesa, il progresso della sua componente nucleare e la proiezione delle nostre forze sui teatri esterni da dove i nostri nemici ci attaccano.

Lo dico con serena determinazione.

La Francia non è in pericolo se non davanti alla pusillanimità dei suoi dirigenti.

Per il resto, abbiamo tutti i mezzi per rispondere agli attacchi per rendere sicuro il nostro territorio e per difendere i Francesi ovunque siano nel mondo.

Basta volerlo e usare i mezzi a nostra disposizione.

Basta far sapere che ogni organizzazione, ogni gruppo che minacci gli interessi francesi, che intimidisca i Francesi o se la prenda fisicamente con i Francesi, sarà trattato come nemico della Francia.

Questa indipendenza che rivendico per il mio paese vale anche per gli altri, ovvero la non-ingerenza nei loro affari, ovvero il diritto legittimo di ogni paese di disporre di se stesso.

Noi romperemo con la diplomazia moralizzatrice che deriva da una nostalgia coloniale che non ci appartiene.

Il secondo pilastro della nostra azione esterna sarà l’equilibrio, equilibrio cioè contrappeso perché la Francia non ha la vocazione di prendere posizione per questa o quella grande potenza, per questo o quel belligerante, per questa o quella corrente religiosa contro un’altra.

Noi ci imponiamo il dovere di essere giusti ma fermi, di essere misurati e sintonizzati, di essere potenti per essere rassicuranti, con l’obiettivo di cercare con tutti le vie del dialogo e della pace.

Agli occhi dei popoli del mondo, la Francia ha la vocazione di essere una nazione “di primo soccorso”, una nazione che tende la mano ai popoli oppressi, una nazione che parla al fianco di persone, che sa essere la voce dei senza voce, una nazione che porta qualcosa di potente, di grande.

Se la Francia deve essere grande, deve esserlo anche per gli altri.

È in tal modo che noi serviremo l’interesse nazionale che è la sola guida della nostra azione politica e, dunque, della nostra azione diplomatica.

La politica dell’emozione è troppo spesso quella della confusione, quella della reazione piuttosto che quella dell’azione.

Io mi batterò contro la paura.

Io non ho mai accettato che la paura guidasse la mia condotta, io non accetterò che la politica della Francia sia dettata dalla paura.

Io conto di sostituire la paura con la fiducia e con la sicurezza per tutti i Francesi. Non da invocazioni generali e gesti disordinati ma dalla politica, dall’azione e dalle armi, quando necessario.

È per questo che la politica della Francia sarà posta sotto il segno della pace, della forza militare e della potenza strategica.

Io non risparmierò alcun mezzo affinché l’integrità territoriale, l’identità nazionale e l’indipendenza della Francia siano assicurate a tutti i Francesi, come i più preziosi dei loro beni comuni.

In tal modo i Francesi avranno un rapporto sereno col mondo, il che darà al governo della Francia spazio di manovra ed efficacia di azione.

Il servizio della giustizia e del diritto, infine.

L’aumento delle tensioni, la guerra che tuona qui o là, specialmente intorno al Mediterraneo, hanno per origine prima i “due pesi, due misure”, la strumentalizzazione, da parte delle grandi potenze, del diritto, delle istituzioni internazionali, delle organizzazioni non governative.

Guardate i vertici che pretendono di amministrare il mondo ed i cui dirigenti rappresentano meno di un quinto dell’umanità!

La esigenza della Francia in materia di giustizia e di diritto è una delle singolarità francesi.

Ed è quello che la Francia ha di unico che la rende universale. La volontà di difendere la sua indipendenza, di farne il punto determinante della su politica estera, è una volontà universale.

La sua applicazione renderà, alle parole di “relazioni internazionali” – «- Inter –nazionali» (fra Nazioni) – e di “comunità internazionale”, il senso che hanno purtroppo perduto.

Noi sappiamo, poiché ce lo aveva ricordato il Generale De Gaulle, che ridiede alla nostra diplomazia la sua potenza dopo il naufragio della IV Repubblica, che “gli Stati non hanno amici, hanno solo interessi”.

Riconosciamo agli altri il diritto di far valere i loro interessi, come noi intendiamo difendere i nostri.

Affermiamo che, pur non avendo amici nel senso di questa formula, certamente immaginifica ma un po’ secca, rivendichiamo degli alleati, naturalmente designati da legami storici e dunque affettivi, da vicinanze culturali, da convergenze politiche o strategiche.

Rivendichiamo la difesa dei nostri interessi: la nostra integrità territoriale, la nostra agricoltura necessaria al nostro sostentamento, l’energia necessaria alle nostre attività domestiche o industriali, la difesa nazionale, la diffusione della nostra cultura e della nostra lingua, i trattati di alleanza con altri paesi…

Va da sé che la difesa dei nostri interessi vitali può condurci ad interventi armati.

Soltanto la sicurezza della Francia o dei Francesi, l’integrità del nostro territorio e l’indipendenza della sua politica decideranno le nostre operazioni all’estero come all’interno.

Le nostre operazioni in Africa, come le operazioni meno conosciute in Africa del Nord e nel Medio Oriente, provano ogni settimana l’eccellenza dei nostri uomini, la lealtà del soldato francese e la qualità del comando; gli uni e gli altri, al servizio della Francia, meritano di essere governati altrimenti, di essere impegnati per degli scopi di guerra condivisi, contro un nemico designato, e di non avere alcun dubbio sulle ragioni per cui battersi, impegnarsi e, talvolta, di morire.

Mi impegnerò affinché gli interventi militari della Francia, se dovessi deciderne, non abbiano alcun dubbio sulla loro legittimità, alcuna contestazione sul loro scopo, che è la condizione per la quale la vittoria non sia sfiorata da nessuna ombra.

Poiché constato che la Francia si è fatta trascinare, oppure si è spinta da sola, in guerre che non erano le sue, in nome di interessi che non erano i suoi, e che, talvolta, erano contrari alle risoluzioni delle Nazioni Unite o anche all’obiettivo dichiarato di mantenere la pace e di proteggere le popolazioni civili.

I nostri interventi hanno oltrepassato il mandato delle Nazioni Unite in Libia, hanno violato l’embargo internazionale consegnando a supposti “islamisti moderati siriani” delle armi che hanno subito aumentato l’arsenale dell’ISIS e che, forse, hanno ucciso dei Francesi.

La chiusura dell’ambasciata di Francia in Siria, paese che ha conservato a lungo una élite francofona ed ha protetto le sue minoranze cristiane, è stata più di un errore; quanti attentati sul suolo francese avrebbero evitato delle relazioni mantenute con i servizi siriani, quanti Francesi hanno pagato con la vita la cecità che si è impossessata del Quai d’Orsay?

Non è la politica della Francia, non è neanche una politica e bisogna porre la domanda; sia che i ministri responsabili, e lo stesso capo di Stato erano male informati e si deve migliorare profondamente il nostro servizio di informazioni e dar loro i mezzi per la loro missione; sia che i nostri dirigenti politici hanno messo la Francia al servizio di altri interessi, hanno servito degli interessi stranieri contro la sicurezza della Francia e la vita dei Francesi, e questo si chiama alto tradimento.

Dall’Afghanistan alla Libia e dalla Serbia alla Ucraina, il nostro primo nemico è il vuoto strategico.

Ognuno misura il dramma che vivono le popolazioni libanesi, ognuno teme quel che può succedere domani nel Sahael e in tutta quell’Africa dove circolano le armi e i mercenari libici in cerca di impiego, ciascuno sa quanto il blocco libico protegge l’Europa dall’afflusso dei rifugiati sub-sahariani.

E ciascuno può misurare quanto la propaganda ha mentito sulla natura dell’intervento francese e britannico, sul nemico principale, e sull’assenza totale di una strategia per il seguito ad un cambio di regime né legittimo né conforme all’interesse della Francia.

Lo stesso errore è stato evitato a stento in Siria. E non deve ricapitare.

Non cederò alla tentazione di cercare nel fracasso delle armi il silenzio dell’opinione e di evitare con una guerra esterna il dibattito politico interno.

Bisogna dirlo ai  Francesi; nel corso degli ultimi dieci anni, la Francia è stata interventista, la Francia ha creduto di risolvere con la guerra delle questioni politiche, religiose, etniche, di una complessità che esclude qualsiasi soluzione semplice.

Non sono di quelli che credono che il ricorso alle armi metta fine a tutti i dibattiti e risolva ogni problema.

La tentazione delle armi è l’errore dei deboli, la Francia vi ha ceduto troppo spesso.

Non aveva una politica nazionale; non aveva una strategia all’altezza dei suoi interessi, e dei rischi; ha chiesto alle armi di rimpiazzare l’una e l’altra.

Il soldato francese ha combattuto per far dimenticare il fallimento di coloro che, governando la Francia, assumevano l’incarico di difendere l’integrità del suo territorio e l’unità della nazione.

Ci vedo l’effetto della confusione che dilaga in materia strategica, al punto di non poter chiamare il nemico con il suo nome, al punto di travestire la realtà e gli scontri etnici in Africa, al punto perfino di sacrificare l’indipendenza strategica della Francia per l’illusione di un campo occidentale e la realtà di un complesso militar-finanziario in cerca di nemici per giustificare i suoi redditi.

Il disarmo intellettuale e morale diffuso da élite denazionalizzate è il nostro peggior nemico.

Lo ripeto, il senso della storia è quello degli Stati-Nazione, che si sono fermati al XX secolo delle illusioni mondialiste, e noi incarniamo la storia che arriva.

Per me, esistono sette elementi che si impongono alla politica della Francia, come suggerito dall’osservazione della storia di lungo periodo e delle realtà attuali.

Questi elementi si impongono.

Non dico che lo desidero, non dico che la Francia vi si adatti o ne gioisca, dico che è così, e questa constatazione è il punto determinante di ogni politica nazionale efficace e realistica.

1 – Noi viviamo in un mondo di Stati-Nazione, conseguenza del doppio movimento di decolonizzazione completato nella sua forma tradizionale negli anni ’70, e di decomposizione dell’impero sovietico, rimpiazzato da una comunità di Stati indipendenti, la CSI, a causa della affermazione nazionale dei paesi dell’Europa Centrale, dell’Asia Centrale ed, in seguito, dei Balcani.

Il numero delle Nazioni partecipanti alle Nazioni Unite non è mai stato così elevato, e potrebbe aumentare ancora negli anni a venire.

Nel mondo, numerosi sono i popoli che si battono, che soffrono e che muoiono per avere il loro Stato, la loro moneta e le loro leggi.

Non dimenticheremo mai tutti i Francesi che prima di noi si sono battuti, hanno sofferto e sono morti perché noi avessimo il nostro Stato, la nostra moneta, la nostra bandiera e le nostre leggi!

Certamente, in ogni regione del mondo, laddove le potenze dominanti sono talvolta tentate di ridurre le nazioni vicine in stato di dipendenza, o di colonia.

Certamente, la potenza che domina il mondo intende sostituire altri princìpi e altre logiche a quelli della sovranità delle Nazioni uguali nel diritto, e si impegna a distruggere le istituzioni fondate su questo principio per rimpiazzarle con organizzazioni da lei controllate e dove impone le sue leggi.

Certamente, le ONG, le Fondazioni, i Fondi di Investimento, le altre organizzazioni non statali agiscono, ricercando, al di là delle frontiere, degli interessi che sono i propri – o che sono quelli degli Stati che vi si nascondono dietro.

Certamente, se la mondializzazione è superata, non è per tornare indietro, ma per andare verso un’altra meta.

Ma niente impedisce di constatarlo; quando lo vogliono, gli Stati  rimangono sovrani e le Nazioni comandano.

La finanza non trae la sua superpotenza che dalla rinuncia dei popoli e dal tradimento dei propri eletti, fin troppo felici di diventare banchieri d’affari!

La passione nazionale è al lavoro in questo inizio di XXI secolo, e più nessuno oserà promuovere le sciocchezze degli anni ’90, la democrazia planetaria, il governo del mondo, la standardzzazione delle leggi e la soppressione degli Stati qual seguito di quella delle frontiere. Volete che vi dica che me ne rallegro?

Come può esserci una comunità internazionale senza il rispetto delle Nazioni uguali nel diritto, senza l’abbandono di questo “due pesi, due misure” che caratterizza così spesso l’atteggiamento dell’Occidente o di chi pretende di esserlo?

Le speranze nate dalla dissoluzione pacifica della Unione Sovietica non si sono realizzate.

Il diritto è troppo spesso la maschera dei più brutali rapporti di forza, quando non è il mezzo per nuove forme di colonizzazione e di sottomissione, tanto più pericolose quanto più sono diffuse e quanto più avanzano dietro la maschera di bei princìpi e di grandi sentimenti.

Io impegnerei la Francia in una azione risoluta fra le istituzioni e le intese internazionali, perché la diversità delle Nazioni e l’aperta coesistenza dei loro interessi legittimi costruiscano una pace durevole con la negoziazione e la concertazione, fondata sull’eguaglianza nel diritto ed il mutuo rispetto.

Io impegnerei la Francia al servizio di una mondo multipolare, fondato sull’eguaglianza delle Nazioni nel diritto, la loro permanente concertazione, il rispetto della loro indipendenza, fondato ugualmente sui princìpi dimenticati del patto dell’Avana, firmato nel 1948, che subordinava le libertà economiche, e soprattutto la libertà del commercio, al progresso sociale, al pieno impiego e alla lotta alla povertà.

Ci aggiungerei la sicurezza ambientale, la difesa dei beni comuni dell’umanità.

I diritti dell’uomo e del cittadino non trovano la loro completezza se non entro delle società pacificate, fiduciose, calmate, delle società che hanno anch’esse dei diritti e che devono poter farli valere contro le aggressioni esterne, che siano ambientali, giuridiche, finanziarie o morali.

Mi auguro che la Francia studi i modi per una azione risoluta per approfondire ed arricchire la politica dei Diritti dell’Uomo attraverso la politica dei diritti dei popoli in materia di sicurezza ambientale, politica, religiosa, attraverso il riconoscimento del diritto dei popoli a disporre di sé medesimi, nell’ambito soprattutto della fede religiosa, del regime politico, del diritto di cittadinanza, la padronanza delle frontiere, dei movimenti delle popolazioni.

2 – L’Unione Europea che qui lo preciso, non è l’Europa, è una storia a ritroso.

Posiziona la Francia in ritardo rispetto al mondo.

L’Unione Europea pretende di aver chiuso con gli Stati-Nazione.

Pretende di essere in anticipo; è al di fuori, si è congedata dal mondo, si è fermata da qualche parte negli anni ’90.

Ovunque, la globalizzazione ingenua viene battuta sonoramente, ovunque la società dell’individuo indietreggia favorendo la preferenza nazionale e, ovunque, è il patriottismo economico che trionfa. Ovunque è il bisogno legittimo di protezione che richiede il ripristino delle frontiere!

L’Unione Europea doveva instaurare la mondializzazione in Europa; la fine della mondializzazione felice la relega al museo delle costruzioni ideologiche senza un domani, poiché l’Europa dei popoli si realizzerà contro la dissoluzione mondialista.

E i popoli europei hanno ben ragione di non voler rinunciare alla loro identità e singolarità; l’hanno pagata così cara!

Coloro che, nell’Europa dell’Est han tenuto duro durante due generazioni di fronte alla schiacciante potenza sovietica, ci insegnano che rimanere se stessi è uno dei più bei compiti dell’intelligenza, dell’arte e della fede.

Questa lezione non è andata perduta!

I popoli dovevano rimettere le loro libertà politiche nelle mani di apparati internazionali con sigle misteriose, con poteri incerti, che tuttavia parlavano inglese; stanno prendendosi di nuovo questa libertà.

Gioisco della rinascita dei popoli europei, contro l’Unione, per l’Europa!

Si rendono conto che sono solo capaci di decidere ciò che è buono per loro stessi e ciò che gli viene dall’alto o d’altrove e che pretende far loro del bene, non fa nient’altro che distruggerli.

Guardate il disastro della WTO, guardate il vuoto del G20, guardate la decomposizione dell’idea Europea che suscita l’Unione Europea!

Anche in Europa è tempo di finirla con una “Unione” che non sarebbe altro che un tentativo di fusione che ha distrutto la Francia come ha distrutto l’Europa dei popoli e delle Nazioni.

Per far in modo che l’Europa viva, bisogna finirla con questa costruzione artificiale che ha preso il nome di “Unione Europea”.

Bisogna finirla con questo mostro burocratico così com’è, per far emergere e trionfare nuove relazioni di cooperazione e di co-costruzione fra Nazioni indipendenti e che desiderano rimanere tali. Sarà come trasformare l’Europa in una avanguardia pacifista che unisce l’universale e il particolare, qualcosa ancora da inventare.

Per la Francia come per l’Inghilterra, l’Unione Europea ha condotto al ritiro da posizioni internazionali che la storia e il potere ordinava loro di assumersi.

L’Unione Europea agisce in modo risoluto per tagliare la Francia dai paesi francofoni, per separarla dai paesi con i quali la storia, la lingua, la cultura, hanno stabilito dei legami speciali, spesso passionali, sempre ricchi.

L’Unione sminuisce la Francia. La separa dal mondo. Non mi capacito di vedere la Francia sminuita, dipendente e separata.

Nel caso della Francia, nessun membro dell’Unione Europea ha la capacità strategica che la possa rendere presente nel Pacifico come nell’Oceano Indiano, e nell’Atlantico come nell’Artico o nell’Antartide.

Nessun membro dell’Unione Europea può pensare di condurre da solo delle operazioni militari all’estero come prima poteva fare la Francia.

E la Francia fa parte delle quattro potenze mondiali, con gli Stati Uniti, la Cina, e la Russia, che sono in grado di costruire in maniera autonoma delle portaerei e sommergibili nucleari.

In materia di sicurezza interna ed estera, in materia di controllo delle migrazioni come per quanto riguarda la politica fiscale e sociale, l’Unione Europea non è la soluzione, è il problema.

La concezione di questa Europa in fallimento è capitanata dalla signora Merkel con una incomprensibile ostinazione.

Ci impone, come nel 1757 nella Francia di Luigi XV, confrontata alle velleità inquietanti della Prussia, a procedere al “rovesciamento delle alleanze”.

Concretamente, o l’Unione Europea capitanata da una Germania ideologicamente e economicamente egemonica scenderà al tavolo dei negoziati, oppure la Francia troverà con altri stati liberi d’Europa altre strade per organizzare il continente.

Che la signora Merkel, il signor Shultz o gli illegittimi commissari lo vogliano o no, noi costruiremo un’altra Europa, l’Europa che è esistita prima della unione detta “Europea” e che esisterà ben dopo di essa, “l’Europa delle Nazioni libere”, l’Europa dei popoli.

Un’Europa che ha dato al mondo tante di quelle forme e simboli che questi lo segnano ancora oggi.

Ecco perché la prima missione che affiderò al governo della Francia sarà di azzerare i trattati europei e di impegnare con risoluzione la Francia nella costruzione di una Europa delle Nazioni libere.

Poiché è la sola potenza continentale che ha mantenuto una capacità di difesa autonoma, perché dispone di una superiorità strategica in Europa continentale. La Francia deve prendere una iniziativa di sicurezza comune con gli Stati Uniti e la Russia con intenti di buone relazioni di vicinanza strategica e di franca cooperazione.

In generale, qualsiasi impegno che costringa la Francia a rinunciare alla sua sovranità, basato su qualsiasi punto, potrà essere considerato reversibile.

Ciò che la volontà del popolo sceglie di delegare, di spartire o di restituire, la volontà popolare può riprenderlo.

La nostra Europa non sarà quella dei commissari ma quella dei popoli liberi.

3 – Gli Stati Uniti, che sono tutto ciò che definisce una Nazione e che possono avere la tentazione di essere più di questo, la Nazione Indispensabile, sono diventati contemporaneamente l’incontestabile alleato di lungo termine e a volte, occorre dirlo, quasi un avversario.

L’idea di aver trionfato sul comunismo, la tentazione di non riconoscersi alla pari e a volte il rifiuto di considerare dei limiti, hanno condotto gli Stati Uniti, nel passato, a un surriscaldamento strategico e una deriva preoccupante sull’utilizzo della forza.

Questo surriscaldamento, questa deriva alla quale l’evoluzione strategica messa in moto da Barack Obama non era riuscita a porre fine, ci ha preoccupati come alleati, come amici e come Nazione legata alla pace nel mondo.

Questa avventura strategica degli Stati Uniti li ha portati a colpire ciò che consideriamo come nostri interessi: la distruzione dell’Iraq, della Siria, della Libia con il dilagare di milioni di migranti, l’instaurazione di uno squilibrio nel Mediterraneo; i giochi pericolosi con le milizie islamiche; il rafforzamento della presenza russa in Mediterraneo, le inquietudini della Turchia.

Speriamo che, con l’elezione del Presidente Donald Trump, avvenga un rallentamento maggiore, quasi un cambio di programma che non solo sarà positivo per il mondo ma anche per gli Stati Uniti.

Saluto il suo realismo e la sua volontà di cambiamento.

Auguro che l’America la smetta con l’idea assurda della sottomissione dei suoi alleati.

Ammettere questa logica, lasciarla perdurare, sarebbe sia per la grande nazione americana come per noi, rinunciare all’idea d’indipendenza nazionale. Oltretutto sarebbe anche tagliarsi dal resto del mondo, un mondo nel quale l’autorità e la legittimità del blocco occidentale si sono sfortunatamente ridotte notevolmente a partire dalla crisi del 2007-2008, l’11 Settembre, l’aggressione contro l’Iraq, la Libia e la Siria.

Non accusiamo gli Stati Uniti, per voce del suo presidente, d’inseguire la difesa dei suoi interessi nazionali, cosa naturale, legittima e che ha il merito della franchezza.

Conosciamo bene questa regola, la raccomandiamo per la Francia e la professiamo per le nazioni del mondo.

Sappiamo che l’interesse della Francia ci comanderà semplicemente di essere attenti alla difesa dei nostri propri interessi, a volte esigenti qualora ciò fosse necessario, ma sempre preoccupati di trovare con i nostri partner e a maggior ragione nostri alleati, delle soluzioni giuste e durevoli.

Ho l’intima convinzione che i punti che ho appena evocato fanno di noi i più adatti a trovare i mezzi per determinare le giuste vie commerciali o diplomatiche che dovremo negoziare in futuro con gli Stati Uniti.

Non abbiamo mai confuso il popolo americano e le sue amministrazioni, a volte maldestre e ogni tanto indifferenti, perfino ostili ai nostri interessi.

Ma questa alleanza che la storia e la sicurezza richiedono naturalmente, dove è il popolo francese che decide, non significa affatto allineamento, dipendenza strategica, sottomissione politica.

E’ la ragione per la quale i legami storici che ci legano con gli Stati Uniti dai tempi della Guerra di Indipendenza non ci vieteranno di uscire dal comando integrato della NATO.

La NATO riduce continuamente l’autonomia strategica della Francia, i suoi industriali a fornitori di equipaggiamento, subordina le sue armi a norme sotto controllo straniero, le detta alleanze, embarghi e subordinazioni che non sono né nel suo interesse né fanno parte dei suoi valori.

Chiederò che venga ristabilita in ogni componente strategica della sua difesa e, particolarmente nel campo della dissuasione nucleare, l’indipendenza delle nostre forze.

Questa revisione della nostra partecipazione alla NATO è comprensibile, anche perché lo stesso nuovo presidente degli Stati Uniti ha pensato utile relativizzare la portata e la necessità di questa coalizione militare oggi un po’ anacronistica.

Non vi è nel nostro modo di pensare alcun segno di sfida né di ostilità.

Nell’alleanza fondamentale fra la Francia e il popolo americano, è la libertà della nazione francese che le dà il suo senso e la sua portata.

4 – La Russia non è più l’URSS. E’ uno degli elementi decisivi dell’equilibrio delle forze che possono pacificare la mondializzazione.

Durante l’ultimo conflitto mondiale essa ha pagato il prezzo più caro. I 25 milioni di morti russi e provenienti dalle varie nazionalità del loro impero, hanno contribuito alla nostra libertà. Nessuno ha pagato lo stesso prezzo e la Francia non lo dimenticherà anche se l’Unione Europea ci ordina di dimenticarlo.

La Russia è stata maltrattata dall’Unione Europea, è stata maltrattata da una Francia resa vassalla.

Deploriamo la negazione dei nostri impegni, quando abbiamo ceduto alla pressione straniera e rifiutato di consegnare le navi di Proiezione e Comando di tipo Mistral che non avrebbero, per giunta, modificato in niente gli equilibri strategici o contribuito a crescere le tensioni in Ucraina.

La Russia è subentrata in Medio in Oriente dove è ormai un interlocutore essenziale, essa ha segnati dei punti sulla scena internazionale, sarebbe pericoloso tentarla con un gioco di equilibrio tradizionale fra l’Europa e l’Asia.

La Francia dovrebbe impegnarsi ad avvicinare la Russia al continente europeo perché è una cosa naturale, ma soprattutto perché ne va dell’interesse dei paesi dell’Europa.

Gli impegni dell’Occidente riguardo la Russia durante la Perestrojka e le promesse esplicite fatte al presidente russo da parte della amministrazione del presidente Bush sono stati traditi dall’amministrazione Clinton, in particolare il rispetto di una zona tampone denuclearizzata attorno alla Russia.

Una politica d’indipendenza delle Nazioni europee non può che lavorare ad un equilibrio delle forze nella direzione che garantisca alla Russia la sua sicurezza e che aiuti a migliorare le condizioni di vita della popolazione.

5 – L’Africa si trova nel cuore della politica estera della Francia. Tengo a parlarne e sono l’unica candidata presidenziale francese a farlo.

Prima di tutto perché le nazioni africane, dell’Africa sahariana, del Maghreb o del Madagascar, hanno un legame particolare con il nostro paese, un legame che le vicissitudini della storia o gli anni che ci separano dalle indipendenze non hanno per niente alterato e ne solo felice.

Poi perché l’Africa è un continente che rimane un partner tradizionale della Francia per le sue imprese, scambi, per i suoi sbocchi commerciali, per la lingua che abbiamo in comune.

Infine perché l’Africa, alle prese con una ripresa della violenza, subisce con noi l’orrore del terrorismo.

E’ normale che essa trovi in noi un alleato determinato, attivo e, se necessario, presente militarmente, come è il caso in questo momento in Mali, Camerun, o in Ciad.

Noi vogliamo rompere con la politica troppo spesso condiscendente, quella che orna le relazioni con discorsi moralistici come troppe volte è stato il caso in passato.

Applicheremo ai nostri partner africani il principio di non-ingerenza, e questa non-ingerenza tuttavia non significherà indifferenza.

Sostituiremo le relazioni volatili di oggi con relazioni stabili che garantiranno, agli stati che lo desiderano, la sicurezza di poteri legittimi.

Vorremmo imbastire una politica basata sulla franchezza, il mutuo rispetto e una cooperazione attiva.

Saremo costretti a mettere fine all’immigrazione massiccia in Francia perché il nostro paese non può più sopportare questo importante peso finanziario.

Il controllo dell’immigrazione sarà effettuato sempre in condizioni umane dignitose; questa nuova politica francese interverrà con la concertazione diretta e la stretta cooperazione con i paesi d’origine.

Questa nuova politica non significherà, lo ribadisco, la fine di scambi, di viaggi e perfino di insediamenti fra i nostri paesi.

Gli studenti africani saranno i benvenuti a condizione che accettino, anche  nell’interesse del loro paese d’origine, il principio del loro ritorno in patria alla fine degli studi.

Gli imprenditori africani e francesi saranno incoraggiati ad approfondire i loro scambi tecnologici, finanziari o commerciali.

I Francesi di origine africana sono e saranno a tutti gli effetti considerati come Francesi, godendo a questo titolo di tutti i diritti e sul nostro suolo della priorità nazionale all’impiego e all’alloggio.

Gli africani presenti in Francia avranno garanzia, allo stesso titolo dei Francesi e degli stranieri in Francia, di una totale protezione fisica e giuridica.

Per aiutare lo sviluppo dell’Africa, creeremo di nuovo un ministero della cooperazione, devolvendo tutti i crediti necessari per una grande politica le cui priorità saranno sulla scuola primaria, sullo sviluppo dell’agricoltura e sulla difesa.

Il sesto dato che vorrei sviluppare porta agli spazi immateriali, ma che sono nell’ambito delle relazioni internazionali.

Aggiungerei in effetti un punto ai primi cinque elementi che ho elencato, che supera gli altri per importanza; l’indipendenza della Francia si impernia anche, e forse soprattutto, su argomenti che non sono più quelli delle relazioni classiche fra Stati.

L’iper-potenza è finanziaria, numerica, virtuale.

Questo campo d’intervento porta, per esempio, all’instaurazione di tribunali privati internazionali che, sotto copertura della libertà di scambio, hanno la tendenza a sostituirsi alla giustizia degli Stati.

La guerra giuridica, la guerra di religioni, la guerra economica, la guerra delle forme di vita, la guerra dei sistemi e degli algoritmi, tutti questi campi dalla potenza astratta ma dagli effetti ben concreti, sfuggono alla diplomazia. Essi non devono sfuggire alla nostra politica internazionale.

Sono questi i campi sui quali gli Stati Uniti, come la Russia, come la Cina, come l’India, hanno incontestabilmente segnato dei punti nel corso del decennio precedente.

Non dobbiamo subire per ignoranza, per ingenuità o per incompetenza, come abbiamo fatto abbondantemente nel campo delle norme alimentari, della brevettabilità delle forme di vita, dei dati personali, o delle regole contabili, della contabilità giuridica e dei sistemi finanziari.

L’Unione Europea ha paralizzato Nazioni che sapevano, che volevano agire, ma che non condividevano lo stesso orizzonte strategico né le stesse prossimità e che si sono neutralizzate a vicenda.

In questo modo, 28 membri dell’Unione Europea sono più deboli che se fossero in 15, meno risoluti assieme di una qualsiasi delle grandi Nazioni che vi si trovano intrappolate.

D’altronde la diplomazia è sottomessa al potere dell’immagine. Dobbiamo misurare la rivoluzione della coscienza collettiva che realizza lo spettacolo permanente, universale ed istantaneo del mondo.

Un bombardamento ad Aleppo, inondazioni nel Sin Kiang, un orso in una piscina nel Vermont come anche una balena spiaggiata in Australia, vediamo o possiamo vedere tutto, dappertutto, in ogni momento, su chicchessia.

La diffusione delle immagini e delle parole rende l’emozione irresistibile, autorizza tutte le manipolazioni, rende più che mai necessario il dibattito collettivo e l’affermazione delle priorità nazionali e delle scelte della Francia.

Vedere tutto non significa sapere ogni cosa, ci vuole molto di più.

Per sapere, per capire e per agire scientemente, occorre innovare nel campo delle relazioni con il mondo e con noi stessi.

Chiederò al governo della Francia di lavorare alla costruzione di una diplomazia innovatrice, partecipativa, aperta, sulla base degli interessi della Francia e della scelta dei Francesi.

In tal modo, ciascuna Francese, ciascun Francese, si sentirà ambasciatore della Francia nel mondo, rappresentante della Francia nel mondo, portando l’immagine della Francia con loro, ovunque vadano.

Nessuno rappresenta o rappresenterà meglio la Francia che i Francesi.

Per questo occorre informare, spiegare, consultare, discutere e agire.

S’impone un ridimensionamento della rete diplomatica, delle informazioni e dell’influenza, in particolare per sviluppare ulteriormente i nuovi campi di potenza, di tensioni e di rotture.

Il restringimento dei legami con il mondo economico e culturale ci permetterà di portare avanti una diplomazia moderna, cioè attiva su tutto il campo d’influenza della cooperazione e del negoziato internazionale, una diplomazia economica, giuridica, ecologica, culturale, umanitaria.

Possediamo mezzi per realizzare la nostra ambizione, dobbiamo attivarli, coordinarli nel quadro di una strategia globale.

L’Inghilterra della Brexit ci fornisce l’esempio della libertà politica.

Di fronte allo sprofondare ormai inevitabile dell’Unione Europea, contestata ormai da ogni parte, di fronte allo sbriciolamento programmato della zona euro, dalla prossima partenza inevitabile, almeno dell’Italia, la Francia ha i mezzi di anticipare e di agire, non è condannata a subire.

La Francia fa parte del piccolissimo numero di paesi al mondo che dispone di una rete diplomatica e di strumenti di informazione veramente mondiali.

Dobbiamo attualizzare, dispiegare e attivare questa capacità a sapere, a comprendere e ad agire.

Una politica di scarse vedute ci ha fatto chiudere missioni, ridurre la presenza francese e abbandonare le nostre funzioni di prossimità.

Ne sappiamo meno del sistema di potere in Russia di quando non sapessimo sul partito comunista sovietico!

Malgrado secoli di storia, di confronti e di una vicinanza complicata, ma costante, non abbiamo dato prova di una intelligenza informata di fronte all’emergere del salafismo e all’infiammarsi del conflitto fra sciiti e sunniti.

I nostri mezzi accademici e di informazione sono stati ridotti, e perfino l’eredità della diplomazia francese è stata sprecata. Io li ristabilirò.

La sicurezza della Francia, l’influenza della Francia, la potenza della Francia, non sono più affare di qualcuno nei palazzi, negli uffici o nelle ambasciate.

È affare di tutti. Lo è stato. Dovrà ridiventarlo.

Bisogna infine associare i Francesi all’azione internazionale del loro paese.

Considero parte integrante della missione presidenziale far condividere ai Francesi l’opinione che la Francia ha dello stato del mondo, di raccoglierli intorno agli obiettivi perseguiti dalla Francia, e di mobilitarli tutti, cittadini, investitori, imprenditori, così come diplomatici e soldati, al servizio di azioni che la Francia conduce per realizzare i suoi obiettivi e per assicurare la libertà dei Francesi.

Questa missione non è stata perseguita da molto tempo.

C’è stata una politica della Francia da spiegare ai Francesi e una strategia internazionale da condividere con loro?

Due volte all’anno, o anche in occasioni che sceglierò, spiegherò ai Francesi la politica della Francia nel mondo, i risultati ottenuti, gli obiettivi perseguiti.

La Francia ha degli interessi, dei princìpi, la sua politica segue una strategia globale di relazioni internazionali; bisogna dirlo, bisogna farlo sapere, bisogna, soprattutto, fare in modo che i Francesi condividano gli stessi elementi di analisi e di convincimento.

La loro adesione è la condizione del successo della politica che io intendo mettere in atto, al servizio della Francia e di tutti i Francesi.

I Francesi sono stati tra gli scopritori del mondo: non c’è un porto, savana o deserto, un’isola sperduta o una giungla profonda che dei Francesi non abbiano esplorato, lavorato, reso accessibile e portato alla Francia.

La Francia è presente in tutti gli oceani del mondo, e quanti Francesi sanno che la sua frontiera terrestre più lunga la lega al Brasile, al sud della Guayana?

Quanti Francesi sanno che è da un Francese, Auguste Comte, che il Brasile ha preso il suo motto?

Quanti hanno vissuto l’emozione rispettosa che prende tanti Marocchini al ricordo di Lyautey?

Quanti misurano la traccia che lasciano in Africa il grido di Frantz Fanon, i canti di Leopold Sedar Senghor, o gli allarmi René Dumont?

E quanti hanno nella memoria l’affermazione del Segretario delle Nazioni Unite, Boutros Boutros Ghali, “ovunque nel mondo, il francese è la lingua dei non allineati”?

Il mondo è stato la loro avventura, l’avventura di tutti i Francesi, perché era la Francia, e perché erano loro.

Cito dei nomi e dei riferimenti che possono sbalordire. È che della Francia, io prendo tutto quello che l’ha fatta grande, l’ha fatta amata, l’ha fatta preferita.

Da Claude Lévi Strauss ad Auguste Compte e da Ferdinand de Lesseps a Médecins Sans Frontières, da Pasteur a Maurice Allais, io rifiuto di scegliere fra tutti quelli che hanno fatto la Francia grande nel mondo e per il mondo, fra tutti coloro che hanno portato la Francia nel mondo.

Se essi hanno lavorato, creato, inventato, nel nome della Francia, se sono stati per il mondo un momento della Francia, sono nostri! Poco importano le loro origini, le loro opinioni, i loro impegni; hanno fatto crescere la nostra Patria, la Francia, e questo mi basta.

Ed anche questo è la fraternità, la grandezza, la generosità della Francia!

Ed è perché io rivendico tutta l’eredità dei patrioti francesi che renderò ai Francesi la fierezza della Francia, di quello che sono, di quello che possono fare.

La Francia non ha il diritto di deludere, la Francia non ha il diritto di arrendersi. La Francia deve riscoprire il mondo, la Francia deve rinnovare con il solo vero universalismo che è quello del patriottismo, delle singolarità nazionali, e della libertà politica.

I Francesi hanno lasciato che questa ricchezza si perdesse, perché si sono lasciati andare a credere quello che la propaganda, per troppo tempo, ha fermamente sostenuto.

Se il mondo è piatto, perché cercare di capirlo?

Se tutti gli uomini sono uguali, perché incontrare, cercare l’Altro?

Se il mondo é promesso alla democrazia planetaria ed al governo mondiale dei comitati di esperti, perché imparare la storia?

Se le origini, le culture, le religioni, non contano più per niente per cercar di capire, perché essere curiosi?

Temo la violenza che risponderà, che già sta rispondendo alla standardizzazione delle immagini, dei prodotti e del commercio contro la quale, così spesso e così appassionatamente, la Francia si è opposta, contro la quale la Francia, i suoi DOCG, la sua particolarità culturale, hanno così spesso vinto!

La Francia saprà lottare, con tutte le Nazioni libere, con tutti i popoli liberi, contro la cancellazione del mondo che questi alleati, l’ulta-liberalismo finanziario, il multi-culturalismo imposto, l’estensione del dominio del mercato, l’individualismo assoluto ed il conformismo onnipotente, vogliono realizzare.

Quando la cittadinanza è in vendita, quando la legge è messa in concorrenza, quando le cose che si vendono e comprano pretendono di mescolarsi a quelle che non hanno prezzo, in alcuna lingua del mondo, le messi della violenza abbondano, ed è allora che la frontiera, la separazione, le singolarità gradevoli che fanno l’Altro e il Noi, quelle che contribuiscono alla fiducia ed al riposo, ridiventano, come sono sempre stati, i guardiani di un pacifico universo.

I Francesi sanno che la loro prima ricchezza è la Francia, la sua frontiera, la sua personalità singolare e forte, come ogni Nazione, la sua frontiera e la sua personalità sono la prima ricchezza di tutti i popoli liberi in Europa e nel mondo.

Viviamo in un mondo di disillusioni, di sogni infranti.

Quel che richiama questo sentimento è semplice, più semplice di quanto non riconosca la confusione diffusa dalla propaganda e dalle manipolazioni della emozione pubblica; è il ritorno del politico.

Io intendo con “politico” la libertà dei popoli di scegliere il proprio destino.

Credo che la loro libertà politica sia il primo bene dei Francesi, il solo forse che per ciascuno di noi vale più della vita, poiché è il primo bene dei popoli, ovunque nel mondo, ed il più universale.

Guardate la decolonizzazione!

Guardate la fine degli imperi, ed il trionfo degli Stati-Nazione!

Guardate come la Brexit, l’elezione di Donald Trump ed il sollevarsi dell’Europa contro l’Unione pretenziosamente europea che la soffoca, aprono il XXI secolo su una insurrezione dei popoli!

Il movimento attuale del ritorno del politico è il risultato delle forze di sempre: l’interesse delle Nazioni, la ricerca della libertà.

È semplice, perché è l’inevitabile risultato delle aggressioni, delle provocazioni, delle umiliazioni che la mondializzazione ha fatto subire a dei popoli uniti, fieri, e ben decisi a rimanere quello che sono.

Il movimento è semplice, complesse sono le conseguenze.

L’insurrezione della differenza, la rivolta dei popoli liberi, è cominciata.

Cresce in Francia, come cresce nel mondo.

Con le Francesi ed i Francesi, nel nome del popolo francese, noi la porteremo alla sola vittoria che conta, quella della libertà.

Con loro tutti, noi lavoreremo al rispetto di tutti i popoli, al dialogo fra tutte le Nazioni.

Insieme, per la pace nel mondo, renderemo alla Francia la sua grandezza.

Viva la Repubblica!

Viva la Francia!

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Conferenza presidenziale di Marine Le Pen tenuta a Parigi,

apparsa su Front National il 24 febbraio 2017.

Traduzione dal francese di Sascha Picciotto e Donella per SakerItalia