– Marco Bordoni –

Qualche giorno orsono abbiamo segnalato  le acrobazie del governo Ucraino, febbrilmente intento in una spericolata revisione storica mirante, nella sostanza, a cancellare il ruolo guida svolto dall’ Unione Sovietica nella lotta contro il nazismo. Questa operazione serve a creare una narrazione alternativa degli eventi sorretta da artifici logici, omissioni ed enfatizzazioni. In questa rappresentazione fittizia il contributo nazionale ucraino viene prima ideologicamente neutralizzato (attraverso una depurazione dai suoi simboli di appartenenza al mondo russo) e poi scorporato dal complesso dello sforzo dell’URSS con il fine esplicito di equiparare aggrediti ed aggressori, invertendo subdolamente i ruoli storici della Germania e della Russia.

Il pezzo sul governo ucraino era sarcastico, ed in effetti le contorsioni degli uomini di Kiev sono facili da mettere alla berlina. Ma se pensiamo alle celebrazioni del 25 aprile in Italia il sorriso ci si gela sulle labbra. Infatti dalle nostre parti abbiamo assistito ad un percorso molto simile, con l’unica differenza che tutto è avvenuto così lentamente che non abbiamo potuto nemmeno renderci conto dello svolgersi del processo.

Il perno dell’operazione italiana è stato svolto dalle forze eredi del PCI che, da un lato, hanno mantenuto la propria presa, di natura burocratico organizzativa, sul culto civile dell’antifascismo e sui riti della celebrazione del 25 aprile, mentre, dall’ altro, hanno attuato un progressivo slittamento in senso atlantico in politica estera e liberista nelle questioni economiche.

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Questa inversione a U dei riferimenti ideali si è trasmessa lentamente ma inesorabilmente al momento rievocativo e cerimoniale. Ne è risultato un progressivo annacquamento del valore politico della resistenza, una sua depurazione dalle istanze sociali e dalle attese di allineamento internazionale (in senso filo-sovietico o perlomeno neutralista) di cui era in grande maggioranza portatrice, ed una sua ridefinizione quale mera “lotta per la libertà” svincolata da un preciso contesto storico.

In questo modo masticata e digerita, la celebrazione civile dell’antifascismo è divenuta una formula puramente retorica, un mero anelito alla libertà personale, particolarmente congeniale alla sua riproposizione in chiave atlantica e liberale. Questa operazione culturale, comune a tutto l’Occidente ha prodotto, con tempo, i suoi frutti di deformazione della memoria storica.

Si vedano i noti risultati di un sondaggio di opinione condotto in Francia nel 1945, nel 1994 e nel 2004, avente ad oggetto l’identificazione della “nazione che più ha contribuito” alla vittoria sul Nazismo.

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I risultati di questo sondaggio (in pratica la percezione del contributo alla guerra si è letteralmente invertita nel popolo francese, che ora ritiene gli Stati Uniti primo paese vincitore nella stessa misura con cui pensava lo stesso dell’Unione Sovietica nel 1945) possono stupire solamente le persone più distratte.

Agli altri è del tutto chiaro che la perfetta saldatura ideale raggiunta fra le forze cosiddette progressiste europee, l’ideologia liberale (ormai assurta a pensiero unico) e il blocco atlantico non poteva che aprire le porte ad un completo riorientamento delle forze che avevano promosso e combattuto la resistenza in Europa.

Basterà osservare questo altro grafico (che riproduce le perdite di personale militare nel conflitto) per rendersi conto della forza mistificatoria di questa operazione:casualties-world-war-2 (1)

Si può agevolmente notare dalla consultazione di questi dati che non solo l’ 86% dei soldati caduti negli eserciti alleati era di nazionalità sovietica, ma anche l’ 86% delle perdite umane dell’Asse si verificarono nei campi di battaglia orientali (il che, sia detto per inciso, smentisce pure il mito della supposta inefficienza bellica del comando sovietico creato dalla storiografia occidentale). In conclusione e con una semplificazione brutale ma efficace, il rapporto fra contributo sovietico e contributo statunitense potrebbe rendersi così:

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Così, sostenere che la Seconda Guerra Mondiale è stata in fin dei conti un conflitto fra Sovietici e Tedeschi correlato da alcuni fatti d’arme periferici di minor conto, è più una approssimazione che una forzatura. Di tutto ciò non rimane ormai traccia nella memoria collettiva europea occidentale (sedimentatasi, a onor del vero, in Paesi materialmente liberati dalle forze anglo americane). Per quanto riguarda il caso italiano, potremmo scegliere come simbolo di questa mutazione genetica della memoria storica la scena dell’esercito americano che libera il campo di concentramento di Auschwitz nel film La vita è bella.   Un risultato che ricorda molto da vicino le capriole del governo Ucraino.

E’ possibile smascherare questa operazione? A nostro avviso per farlo occorre accostare le posizioni degli uomini che parteciparono alla resistenza e quelle di chi se ne proclama erede politico e accampa pretese sulla loro memoria per renderla strumento di egemonia e criminalizzazione dell’avversario. Un accostamento di cui forniremo tre esempi.

25 aprile: e le lotte sociali? Leggendo il programma elettorale del Fronte Popolare (ovvero delle forze politiche che fornirono un apporto numerico di circa quattro quinti alla resistenza) presentato alle elezioni del 1946 troviamo: espropriazione della proprietà terriera, partecipazione dei lavoratori alla  gestione delle aziende, difesa dell’industria nazionale “fonte essenziale di lavoro e di vita per il nostro popolo”, assistenza efficace all’artigianato, democratizzazione dei grandi Istituti di credito e sostegno allo sviluppo del Mezzogiorno. Il Prof. Antonio Pesenti, responsabile dello sviluppo della piattaforma economica delle forze di sinistra nell’immediato dopoguerra, era fautore di un robusto intervento pubblico in economia, in particolare nell’attività bancaria, in quanto: “se lo stato lasciasse completamente libere le banche, e quindi tutti gli altri istituti di credito del Paese, di compiere una politica strettamente legata a quelli che sono gli interessi dei gruppi dominanti del Paese, ciò significherebbe naturalmente lasciar compiere una politica contraria agli interessi generali della Nazione. (…) Uno Stato non interventista è appunto di fatto in favore di quelli che sono i gruppi socialmente dominanti.”. Non è paradossale che forze che hanno privatizzato la maggior parte degli assetti pubblici nazionali, che obbediscono pedissequamente alle richieste europee di “liberalizzazione” e di riduzione delle prerogative statali, che hanno fiaccato per via legislativa la possibilità per i partiti di accedere al finanziamento pubblico (consegnandoli quindi ai giochi delle lobby), e che hanno assistito, senza apparente sconcerto, alla dissoluzione di buona parte del nostro patrimonio industriale, pretendano di rappresentare i “partigiani”?

25 aprile: frequentazioni imbarazzanti.  Altro Esempio della nostra tesi è l’innamoramento di tanti esponenti del Partito Democratico e degli esponenti della sinistra parlamentare per il governo di Kiev. Dopo i flirt fra il Presidente della Camera Boldrini ed Evgenia, la figlia di Julia Timoshenko, al tempo della sua visita a Roma (“La crisi ucraina dimostra che l’Europa può agire con forza e in maniera unitaria per difendere i diritti umani e contribuire alla stabilità” disse al tempo senza vergogna la Presidente, mentre la mamma della sua interlocutrice parlava di sterminare la minoranza russa con armi nucleari) dopo i pellegrinaggi a Kiev dell’on. Pittella durante l’insorgenza del Maidan, ora addirittura leggiamo che Marina Sereni, vicepresidente della camera PD, e i parlamentari del partito sarebbero accorsi ad accogliere Arsen Avakov, ministro degli interni Ucraino, in visita a Roma. Il Ministro Ucraino, ricevuto abbastanza freddamente da Alfano, ha ringraziato i parlamentari di PD, che lo hanno molto meglio accolto, “per il loro sostegno del governo [impostosi con un pronunciamento incostituzionale, NdR] dell’Ucraina”.

Arsen Avakov: parliamo dell’uomo che ha organizzato la prima “operazione anti terrorismo” nel Donbass, la scorsa primavera. Dell’uomo che ha rimpianto di non aver “raso al suolo” gli uffici dell’amministrazione locale di Donetsk occupati dai dimostranti, ribadendo un concetto già peraltro espresso lo scorso ottobre e che ben inquadra le modalità di intervento del governo di Kiev in relazione anche alla strage occorsa il 2 maggio 2014 ad Odessa. Domanda facile: qual era la parte, durante la resistenza italiana, che perpetrava stragi preventive a scopo intimidatorio nei confronti della popolazione? I Sovietici? Acqua. I Russi? Acqua. I Banderisti? Fuochino. I nazisti? Ecco, sì. Difficile capire come il Partito Democratico possa tenere insieme la celebrazione della resistenza e il sostegno politico per chi oggi stronca la resistenza altrui con gli stessi metodi dei nazisti.

25 aprile: e l’odio per la Russia. I partigiani sovietici che combatterono il nazismo nelle file della resistenza italiana furono circa 5.000. Un contributo estremamente importante, visto che il movimento partigiano, al netto dell’esplosione degli ultimi giorni, rimase sempre attestato numericamente su qualche decina di migliaia di combattenti. Di questi 5.000 partigiani sovietici, 429 morirono in Italia, lontani dalla loro terra, per lo più senza che le famiglie potessero mai conoscere le circostanze della loro morte. Erano giunti in Italia come prigionieri. Poi, liberatisi, avevano raggiunto le formazioni partigiane in montagna. Mauro Galleni, autore di una monografia loro dedicata li descrive in questo modo: “complessivamente i partigiani sovietici erano combattenti dotati di un forte senso morale. Sin dal primo momento si diedero un codice di comportamento non scritto, molto severo, qualche volta anche eccessivo.”. 

Eraldo Gastone (nome di battaglia Ciro) li ricordò così: “erano uomini combattivi, sensibili, allegri, tristi, burloni, temerari, disciplinati, qualche volta anche il contrario. Erano uomini che amavano la vita, amavano mangiare e bere, amavano le donne. Un aspetto tutt’altro che negativo.”.

Uno di loro, il maggiore Kononov, che combatté in una brigata Garibaldi del cuneese, pronunciò questo discorso: “Noi partigiani Russi, spalla a spalla con i partigiani Italiani, vogliamo sempre combattere contro i Tedeschi e i fascisti, per ottenere giustizia e libertà. Noi ringraziamo i partigiani Italiani che ci hanno così bene accolto. Noi non lo dimenticheremo mai, noi giuriamo solennemente che vogliamo combattere su tutti i fronti, contro i grandi nemici nazismo e fascismo! A non non fanno paura fuoco, acqua e morte. Sempre avanti contro i nazisti e i fascisti. Viva la grande amicizia fra partigiani Italiani e partigiani Russi! Viva la grande armata rossa! Viva l’allenza russo anglo americana che combatte contro il nazifascismo e lo porta alla morte! Viva tutte le organizzazioni partigiane che combattono per l’idea della giustizia e della libertà!”. 

Chi sa se il maggiore Kononov, chi sa se i suoi compagni partigiani, accetterebbero oggi come eredi quelli che si sono proclamati tali, che dismettono lo stato sociale, che inneggiano alle repressioni e che vomitano ogni giorno sulla Russia una propaganda che profuma di razzismo.

Non vogliamo fare il gioco di chi si appropria dei sentimenti del morti.

Ci limiteremo a festeggiare questo 25 aprile usando le parole del maggiore Kononov: Viva la grande amicizia fra partigiani Italiani e partigiani Russi! E buon 25 aprile a tutti i lettori di Saker Italia!


Nella foto in alto: Montefiorino. Alcuni componenti del “Battaglione russo”. Il capitano Vladimir Pereladov, comandante del battaglione, è il terzo in piedi da destra. (Archivio A. Corti)