– Angelo Mandaglio –

Come anticipato qui ho preso parte ai lavori della conferenza “Cosa accade in Ucraina. Aspetti dimenticati di un conflitto in Europa.”. A dispetto della veste accademica l’evento si è rivelato essere non solo unidirezionale nei contenuti, ma anche ingannevole nel titolo, visto che di Ucraina, nelle relazioni, si è parlato assai poco. Ho però preso nota del tenore dei principali interventi, e sono a renderne conto se non altro per fornire una rappresentazione dello “stato dell’arte” del pensiero e delle posizioni degli ambienti italiani che più si spendono a favore dell’attuale governo di Kiev. Come ho già raccontato, visto che mi sono permesso una domanda che evidentemente non rispettava la “narrazione” dell’evento mi è stata revocata la licenza a divulgarne le immagini, motivo per cui dovrete accontentarvi di un riepilogo scritto dei principali interventi.

Prof. Alessandro Vitale, docente di Analisi della Politica Estera/Politica Estera Comparata, Relazioni Internazionali e Sistemi Politici Internazionali presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Milano. Apre la conferenza come moderatore e introduce uno per uno tutti i relatori ma si lascia andare ad una vera e propria conferenza nella conferenza, nella quale parla di “guerra strisciante” invece che di guerra vera e propria e accusa di propaganda l’una e l’altra parte salvo poi affermare durante il suo primo intervento “…. Il tragico abbattimento dell’aereo di linea nell’ Ucraina orientale con gli armamenti forniti dalla Russia…”  lasciando trasparire che la propaganda di una parte (quella di Kiev) a lui non dispiace e anzi la fa sua.

Lo esterna chiaramente anche in un intervento successivo quando afferma, a proposito di Maidan: “… si parla di colpo di stato, ora questa questione non è indifferente [ndr: forse voleva dire questa affermazione non è a caso, ma è solo un docente universitario] il termine colpo di stato è usato in totale dispregio della più elementare scienza della politica… perché è utilizzato per suscitare emozioni negative nella attuale dirigenza Ucraina…”.

Anna Zafesova, giornalista de La Stampa, che non fa un intervento radicalmente di parte come Vitali, (pur non mascherando i propri sentimenti di vicinanza per la causa governativa). Fra l’altro:

  • Si spinge ad affermazioni paradossali come il paragone fra la situazione della Crimea e l’invasione delle repubbliche baltiche da parte di Stalin.
  • Sostiene che la colpa dell’attuale stagnazione della questione Ucraina è dovuta in primo luogo a un non chiaro accordo di Minsk, il quale, secondo quanto riporta la giornalista, sancirebbe che alcuni distretti di Lugansk e Donetsk dovrebbero avere più autonomia senza specificare in che modalità, con quali diritti, autonomie e ripartizioni [in realtà Minsk demanda la determinazioni di questi aspetti a negoziati diretti fra i novorussi e i governativi].
  • Sostiene che la debolezza dell’ Europa sia il secondo tragico motivo della stagnazione della crisi e che quindi l’Unione Europea avrebbe dovuto esercitare una ingerenza ancora maggiore di quella usata fino ad ora. Non entra nel merito di come l’UE dovrebbe risolvere il problema.
  • Sostiene poi che Putin abbia subito il peso delle sanzioni e per questo si sia mostrato più timido nei confronti della Merkel durante il loro incontro il 10 giugno. In apparente contrasto con questa posizione afferma che la crisi dell’economia Russa sarebbe precedente addirittura alle sanzioni europee e alle contro-sanzioni della Russia e che nel 2013 i ministri dell’allora governo della Federazione Russa avrebbero fatto notare a Putin che l’economia fosse sull’ orlo del tracollo già allora.
  • Conclude facendo riferimento alla parata militare del 9 maggio “secondo le migliori scenografie sovietichee sostiene che questo atteggiamento ha fatto perdere un’occasione alla Russia che si è allontanata dall’Europa e riavvicinata a quelle nazioni che le furono alleate nella guerra fredda [dimenticando, a quanto pare, la neutralità indiana e l’aperta ostilità cinese almeno dalla fine degli anni sessanta]. Questo riallineamento sarebbe espresso dalle presenze sul palco della Piazza Rossa [questa ricostruzione ha il difetto di omettere che non è stato Putin a non invitare i Leader europei, ma semmai loro a boicottare la celebrazione annuale];
  • Infine, secondo la giornalista, sebbene Putin sostenga di non essere coinvolto e di non aver potere sui ribelli, nella realtà tira le fila e dunque bisogna trattare con lui la questione del Donbass [questa è, per inciso, la posizione ufficiale su cui si articola tutto il balletto delle diplomazia di Kiev].

Alla fine del secondo intervento della giornata ho iniziato a chiedermi cosa avessero a che fare queste tirate anti russe il titolo del convegno, che era, lo ricordiamo, “cosa accade in Ucraina” e non “Putin attacca la NATO”. Lo avrei chiesto volentieri, ma evidentemente la scaletta non permetteva un confronto, neanche minimo, con il pubblico intervenuto, per cui si è passati al successivo relatore.

Stefano Magni, giornalista collaboratore del “Giornale”, “cultore della materia” di analisi della politica estera. La sua dissertazione,  dal titolo “NATO e Crisi Ucraina” (tanto per restare in tema) si è rivelata infarcita di una retorica continua, mirante ad evidenziare il pericoloso riarmo della Russia mentre invece gli Stati Uniti e la NATO stanno riducendo il loro armamenti da veri campioni del pacifismo, il tutto mostrando delle slide da cui non si evinceva chiaramente il dato di partenza, ovvero l’immensa superiorità in termini assoluti delle spese militari della NATO a fronte di quelle russe e cinesi. Il culmine del discorso coglie l’unico momento di interesse dei presenti quando citando la crisi delle relazioni internazionali dell’83 affermando: “tutte le canzoni dell’epoca erano ispirate alla guerra nucleare a partire da vamos a la Plaja che era un successo dell’estate ma che in realtà era ispirata alla guerra nucleare” una affermazione per lo meno discutibile. Questo relatore parla per 34 minuti senza interruzione e senza dare spazio alle domande (come del resto tutti prima e dopo di lui) senza citare la parola “Ucraina” nemmeno una volta, con una retorica infiorata di accenti talmente russofobi da rasentare in più occasioni l’incredibile e il paradossale.

Prof.ssa Caterina Filippini, docente di Diritto Pubblico Comparato all’Università degli Studi di Milano, ha presentato una relazione dai toni meno accesi e più accurata tecnicamente, soffermandosi non senza istruttivi ragguagli di diritto costituzionale sulla questione del federalismo, facendo accenni storici su come siano state perse molte occasioni di modifica della costituzione in senso federale non solo da parte di Poroshenko ma anche dai precedenti presidenti Kuchma e Yanukovich, dimenticandone però uno,  Viktor Juščenko, forse perché non filorusso. Sarà parso poco opportuno alla pur preparata relatrice criticare quello che evidentemente, per gli organizzatori dell’evento, doveva essere considerato un “amico”.

L’argomento che avrebbe dovuto essere affrontato è stato invece soltanto sfiorato quando la Prof.ssa Filippini ha parlato di federalismo o “stato federale”. Sarebbe stato un argomento interessante, perché su questa differenza si è giocata la decisione di Poroshenko di ricorrere alla soluzione militare.  Il termine stato federale, secondo Poroshenko (stando a quanto riportato da Caterina Filippini) nasconde il senso di confederazione di stati, e la propaganda russofoba lo vede come una vera e propria secessione, motivo o pretesto usato da Kiev per attaccare il Donbass con l’esercito e far scoppiare una guerra civile vera e propria e non strisciante.

Tenendo conto che è un tema politico attuale e importantissimo, valeva la pena di approfondire l’argomento con un dibattito aperto che rappresentasse auspicabilmente i punti di vista differenti tra i relatori e gli intervenuti. In questo modo, visto l’ambiente dell’evento [ospitato in un’ala universitaria parte di una struttura universitaria pubblica, ovvero sostenuta finanziariamente dall’erario] si sarebbe coronato l’intento divulgativo dell’evento, consentendo agli intervenuti di comprendere “Cosa accede in Ucraina” e forse sarebbe stato utile rispondere anche alla domanda “è lecito parlare di unità territoriale dell’ucraina e non accettate il popolo che in quel territorio ci vive?”.

La conferenza avrebbe dovuto prendere un’altra piega, invece è continuata con lo stesso trend a senso unico facendo intervenire Emanuele Valenti, inviato di Radio Popolare, che ha fatto un intervento di scarso interesse per poi lasciare l’assemblea senza fermarsi a rispondere alle domande poste dagli intervenuti, seguito poi da Fabio Prevedello – Operatore umanitario, Valentina Cominetti – Giornalista Freelance autrice di reportage sull’Ucraina, Marina Sorina – scrittrice esperta dell’Ucraina Orientale, che non hanno fatto altro che portare testimonianze ininfluenti e rispettabilmente di parte (tutte dalla stessa), e che hanno solo avuto l’effetto di irritare il pubblico e di portare la conferenza a ben quattro ore di soli interventi unilaterali ideologici e poco utili all’intento annunciato.

Sia chiaro che la Prof.ssa Caterina Filippini non è la colpevole di questa conferenza dal contenuto francamente imbarazzante. Colpevoli sono gli organizzatori e la stessa Università degli Studi che evidentemente ha concesso gli spazi senza verificare che l’iniziativa potesse avere quel minimo chiarezza e correttezza richieste per farne una vera occasione di formazione culturale meritevole del patrocinio pubblico. Abbiamo apprezzato la competenza e la preparazione della Professoressa Filippini che però, in quel contesto, non ha potuto fare altro che fornire una “copertura” di rispettabilità accademica ad una iniziativa dal chiaro orientamento politico ed ideologico.