Dice Zingaretti, in uno dei tanti Tweet dalla comicità irresistibile quanto involontaria, che “loro” (i leghisti n.d.r.) “lavorano per mettere “prima i russi”. Una strategia di politica estera con due piani pericolosi: la distruzione dell’UE e l’allontanamento dal tessuto del multilateralismo internazionale incarnato da Stati Uniti e Nato”. Ripeto: il multilateralismo incarnato dalla NATO.

E’ solo la più spassosa di una lunga lista di grida e accuse di tradimento lanciate dal Coro delle Legion d’Onore nazionali, unanimi nel ritenere “Moscopoli”, un grave colpo alla democrazia in Italia ed in Europa. Una conclusione che ci trova concordi, con qualche distinguo, non esattamente secondario, che cercheremo di illustrare in questa ricostruzione.

Partiamo dai fatti: il 18 ottobre del 2018 Gianluca Savoini (Presidente dell’Associazione Lombardia Russia e ispiratore della ostpolitik salviniana) con alcuni compari, si attovaglia al Metropol di Mosca con tre soggetti di cui nulla si sa (nemmeno se siano effettivamente Russi). I sei congiurati si bevono un caffè nel locale più esposto ai riflettori della città, ordiscono trame per un’oretta e poi si allontano furtivi.

Passa qualche mese: a marzo (in piena campagna elettorale per le elezioni europee) l’incontro viene rivelato da uno scoop dell’Espresso: “Quei 3 milioni russi per Matteo Salvini: ecco l’inchiesta che fa tremare la Lega”. I giornalisti, Giovanni Tizian e Stefano Vergine, scrivono “siamo stati testimoni di un incontro avvenuto nella hall dell’Hotel Metropol” e ancora “l’incontro di cui siamo stati testimoni all’Hotel Metropol si è concluso con un riassunto degli aspetti ancora da decidere”. Par di vederli: lì, nel tavolo a fianco, intenti a scattare con l’Iphone fingendo di caricare su Instagram la foto dei pel’meni ed orecchiando la conversazione, offerta poi (con sorprendente dovizia di dettagli) ai golosi lettori dell’ Espresso. In ogni caso: di lì a poco si vota, il risultato elettorale pare dimostrare che, a sorpresa, gli Italiani abbiano altri problemi, e la storia passa in cavalleria.

Solo temporaneamente: infatti il tutto riciccia fuori qualche giorno fa, quando il dossier moscovita viene rilanciato da BuzzFeed, un nome che la storia del giornalismo ha ormai associato al famoso “rapporto Steele” (raffinata selezione di fetecchie su Trump cucinate da spioni a libro paga Dem e poi fatte circolare negli ambienti giornalistici per approdare all’ unica testata che avesse lo stomaco di pubblicarla: BuzzFeed, appunto). Insomma “Moscopoli” sgorga della Madre di tutti i Russiagate, quella statunitense, una mamma la cui reputazione di onorabilità, come noto, è stata leggermente appannata (ma giusto un attimo) dal Rapporto Mueller.

Il formato della pubblicazione USA puzza di trappolone lontano un chilometro: da un lato la trascrizione in cui “Russi” e “Italiani” concordano le peggio cose (in sintesi: uno schema di vendita fra Gazprom ed Eni con due società intermediarie ed uno “sconto” che diventa per metà tangente ai russicorrotti e per metà pizzo elettorale per Salvini). Dall’altro lato gli “audio”: purtroppo, però, questi audio non contengono affatto la “ciccia” della questione (il pactum scoeleris, diciamo, il meretricio, la dazione pecuniaria) ma solo un pippone di Savoini che si profonde sul “nuovo ordine europeo” stabilito dallo Zar e dal Capitano e qualche striminzito passaggio di pochi secondi che, slegato dal sapiente commento della testata, dice ben poco.

Il resto è cronaca: il capitano coraggioso scarica l’incauto mozzo in pasto ai pescecani della stampa, l’opposizione parlamentare e quella mediatica caricano la muleta a testa bassa, senza farsi sfuggire l’ennesima occasione di fare i conti con qualcosa che non sia la propria acritica adesione al paradigma liberale e atlantico. Nella testa degli italiani il messaggio “Salvini prende i soldi da Putin” sembra fare breccia in un muro di disinteresse cementato dall’attesa per le ferie (terrore: la maggioranza, come già dimostrato a maggio, pare non trovare nella cosa alcunché di sconveniente).

Ci sono anche gli intelligentoni: per loro dietro allo scandalo anti Putin c’è, a sorpresa (ma nemmeno tanto): Putin! Il quale sarebbe molto triste per via del fatto che Salvini, ad un anno e fischia dalle elezioni, non ha ancora levato le sanzioni, ed è anche volato negli Stati Uniti da Trump (ma non era anche The Donald un burattino di Putin?… non ci si raccapezza più). Piccolo problema: l’incontro del Metropol è di ottobre 2018, il viaggio a Washington di giugno 2019, quindi Putin avrebbe vendicato un affronto non ancora arrecato. Ma non sottilizziamo e andiamo al sodo: scontento del proprio protetto, come tutti i villain cinematografici che si rispettino, Vlad il Terribile avrebbe deciso di eliminarlo con uno dei suoi progetti strampalati e troppo complicati. Ovvero (per metterla in altro modo) Putin,  un politico a cui i nemici non mancano certo, avrebbe deciso di azzoppare uno che ha il suo poster nella cameretta (vero) e va al parlamento europeo portando la maglietta con la sua faccia, come un tredicenne con Ironman (vero): piano astuto. Insomma: il solito, folle, circo degli “esperti” di caciotta.

Ci troviamo, quasi soli, o in compagnia dei soliti noti, a cercare di estrarre una morale sensata e qualche punto fermo da una vicenda ai confini della realtà (come peraltro tutte quelle di cui ci siamo occupati negli ultimi anni da quando, cioè, Putin ha scontentato i partner occidentali seduti con lui al tavolo delle grandi potenze pestando i calli ai piedi che quelli avevano allungato fino alla Crimea).

Quale morale trarre, quindi, da Moscopoli?

Primo insegnamento: l’Espresso vale BuzzFeed. Non che non si fosse già intuito, ma qui abbiamo la conferma finale. Basta leggere il pezzo pubblicato a marzo per capire che i due segugi del settimanale romano hanno la buchetta delle lettere a fianco a quella dei cowboy (di bufale) a stelle e strisce. Stessa repulsione per la verifica delle fonti, stessa prontezza a farsi strumentalizzare dal primo che passa. Buono a sapersi.

Secondo: come immediatamente notato da Mirko Mussetti di Limes se hai le “trascrizioni” (non un semplice resoconto: le trascrizioni!) devi avere anche gli audio completi (se no da che cosa hai trascritto?). Se mi dai le “trascrizioni” dell’intera conversazione ma gli audio solo di Savoini che arringa le folle del Metropol sui destini dell’Europa, significa che non me la stai raccontando giusta. Vuoi essere preso sul serio? Devi pubblicare tutto il sonoro. Altrimenti si aprono due ipotesi: o le trascrizioni sono una bufala (incredibile, vero?), o stai cercando di ricattarmi, tenendoti da parte il pezzo di registrazione che mi incastrerebbe davvero. E in questo senso è giusto che la Procura di Milano svolga i suoi accertamenti.

Andiamo avanti: il caso Savoini è un palese gemello dell’austriaco Strache. Eravate distratti? Sintesi per voi: il governo di colazione popolari-nazionalisti Kurz intrattiene “relazioni pericolose” con la Russia: in particolare la ministra degli esteri, Karin Kneissl, si fa un giro di mazurka con Putin, invitato di riguardo al suo (di lei) matrimonio. Poi va Sochi con il Presidente Van del Bellen, incontra di nuovo Putin e scoppia l’ amore. Qualcuno è geloso (non il marito della Kneissl), ed il vice cancelliere Strache, nazionalista, viene incastrato da una biondona (dall’identità a tutt’oggi sconosciuta) che gli si presenta come “figlia di un oligarca russo” portandogli una proposta indecente: compro un giornale per sostenerti e tu in cambio dai gli appalti a papà. Lo scellerato ci si butta a pesce. Morale: in seguito alla pubblicazione dei video dell’ incontro galeotto da parte di Spiegel e Süddeutsche Zeitung, Strache vince l’Oscar come miglior giuggiolone protagonista. Non solo: fine del governo, fine della coalizione, elezioni anticipate (a settembre): regime change compiuto. Accostiamo i tre casi: rapporto Steele – caso Strache – caso Savoini: tre indizi fanno una prova, o meglio un format. Politici ingenui e trafficoni, registrazioni rilasciate ad orologeria, patacche e veleni miscelati da chi sa chi (nessuno si pone il problema), pozioni sorprendenti spacciate ai villici dal Dulcamara di turno (citofonare Skripal, ma senza toccare la maniglia).

Dobbiamo, per completezza, affrontare anche l’ultima ipotesi: e se poi l’audio uscisse? E se la trascrizione fosse fedele? Pattiniamo sul ghiaccio sottile delle possibilità remote. Cosa dimostrerebbe quella conversazione? Di certo che il leghista era interessato a questuare in Russia, cosa che inguaierebbe la Lega. Dimostrerebbe anche che il governo russo era disponibile ad aprire i rubinetti? Beh, non esattamente: in realtà non sappiamo nemmeno chi erano, quei russi, né se erano russi, come la “figlia dell’oligarca” amica di Strache. Che il governo russo fosse implicato è improbabile: sostenere che i Russi siano pronti a spendere e spandere per vere o presunte clientele estere è un marker affidabilissimo per individuare chi parla di Russia solo per sentito dire. Mettetevi nei panni del signor Ivan: ha passato la vita a svenarsi per sovvenzionare “popoli fratelli” e “compagni oltrecortina”. Risultato: Ucraina e Giorgio Napolitano. Sembrerebbe un precedente abbastanza terrificante da scoraggiare chiunque. E lo è. L'”oro di Mosca” è finito: i politici occidentali si rassegnino a questa dura realtà.

Quindi, in definitiva, cosa ci resta? Qualcosa di abbastanza grave: una strategia cialtrona ma efficace che ha colpito e continua a colpire in tutto il cosiddetto “occidente”, il cui fine è chiaramente mandare un messaggio a governi graditi all’ elettorato ma sgraditi a qualcun altro: chi tocca la Russia (anche solo per farci affari, o per normalizzare i rapporti) muore (politicamente).

Una strategia efficace, dicevamo, sicuramente ad altre latitudini, meno in Italia (dove gli elettori di Salvini sembrano del tutto indifferenti alla questione). Comunque un attacco grave al diritto di ogni paese di determinare secondo le preferenze dell’elettorato la propria politica estera. Possibile solo grazie alla scadente qualità del personale politico e del sistema informativo, e, paradossalmente, all’entusiasta plauso di russofobi vari, preoccupati per le sorti della democrazia russa agonizzante sull’ uscio, indifferenti per quelle della stessa democrazia da tempo morta a casa loro.

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Articolo di Marco Bordoni per SakerItalia.it

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